Venezia Festival 2013: TOM À LA FERME (Recensione). Xavier Dolan ha 24 anni ed è già possibile Leone con questo gran film

Tom à la ferme (Tom at the Farm – Tom alla fattoria), regia di Xavier Dolan. Con Xavier Dolan, Pierre-Yves Cardinal, Lise Roy, Evelyne Brochu. Canada. Presentato in Concorso.Tom 1
Tom lascia Montreal per andare in campagna al funerale del fidanzato Guillaume morto in un incidente. Si ritroverà in una fattoria a casa di Dio con una madre che non sapeva dell’omosessualità del figlio e che schianterebbe se lo sapesse, e con un fratello violento che lo costringerà a non rivelare la sua storia con Guillaume. Tom precipita in un gorgo di finzione, in un gioco di maschere che si rivelerà molto, molto pericoloso. Un thriller che è anche un mélo gay alla vecchissima maniera. Relazioni pericolose e ambigue, e partite claustrofobiche al massacro stile Polanski anni Sessanta e Il servo di Losey. Magnifico. E, signori, Xavier Dolan ha soltanto 24 anni. Voto 8

il canadese Xavier Dolan, 24 anni, regista e interprete di 'Tom alla fattoria'

il canadese Xavier Dolan, 24 anni, regista e interprete di ‘Tom alla fattoria’

Bernardo Bertolucci, il presidente della giuria di questo Venezia 70, aveva 23 anni quando fece il suo esordio da regista con il meraviglioso e assai pasoliniano La commare secca. Il canadese, anzi québecois di lingua francese Xavier Dolan, ha 24 anni, e con questo Tom alla fattoria è addirittura al suo quarto film (i tre precedenti sono andati tutti in varie sezioni a Cannes). Gira da dio, con un mestiere sopraffino e stile impeccabile, insomma non è che lo si applaude in quanto ragazzo-prodigio, no, è proprio bravo, paurosamente bravo e capace, e ieri sera il suo film alla proiezione stampa ha ricevuto un’accoglienza che non mi sarei mai aspettato, e oggi il suo nome è molto, molto chiacchierato e dato tra i papabili al palmarès. Alla conferenza stampa c’era il pieno, segno che i giornalisti hanno fiutato il caso. Il suo Tom alla fattoria è davvero bello, anche importante, anche meglio del suo già notevolissimo Laurence Anyways visto l’anno scorso a Cannes a Un Certain Regard (e poi ridato quest’anno a Milano al Festival Mix). Mon Dieu, questo ragazzo ha un talento pazzesco, ed è un autore vero, intendo uno che persegue una sua idea di cinema, che gira e filma per agguantare e materializzare i propri fantasmi e le proprie idee e visioni, prima che per compiacere il pubblico. Gay dichiarato, Xavier Dolan non fa però del cinema omosessuale militante, anzi tende più al melodramma pre-liberazione gay, a certo Tennessee Williams anni Cinquanta dove gli innamoramenti, gli amori, il sesso, lo stordimento si accompagnavano a cupe atmosfere repressive, a foschi intrecci. Non è il solo, in questo festival, a riportare alla luce quel vecchio melodramma omosessuale intriso di maledettismo, lo ha fatto anche, alle Giornate degli Autori, quel Kill Your Darlings che vede Daniel Radcliffe fare Allen Ginsberg e darsi a pratiche carnali solo-maschili. Tom à la ferme Dolan lo ha preso da un play che molto gli è piaciuto, come ha detto oggi in conf. stampa, play che molto l’aveva colpito a teatro e che lui ha riscritto e reinterpretato con decisione piegandolo a sé. Una storia di crudeltà, una mattanza psicologica in un luogo sperduto, in un clima opprimente, cattivo, minaccioso, claustrofobico. Qualcosa che mi ha ricordato certo Roman Polanski anni Sessanta, da Il coltello nell’acqua a Cul-de-sac, con l’impossibilità o l’incapacità di sfuggire a un pericolo che si sta man mano materializzando, ma al quale non vuoi o non puoi sottrarti. Strano per un 24enne, perché sono atmosfere, è un cinema, caduti del tutto in disuso e lontani dalla sensibilità delle nuove generazioni. Non solo Xavier Dolan (madre canadese e padre egiziano) sa raccontare, e suggerire, benissimo, sa anche costruire immagini e sequenze che trasmutano anche il minimo gesto  di massima banalità (vedi la parte iniziale con l’arrivo di Tom alla fattoria, vedi come trova la chiave e la usa per entrare nella casa disabitata) in pura esperienza filmica. Segno che il talento c’è, altroché. Il suo è un cinema per niente naïf, per niente giovane, se per giovane si intende immediatismo, uso smodato di camera a mano e altri vezzi e manierismi indie. Cinema riflessivo invece, pensato, cinema della non immediatezza, dunque in decisa controtendenza rispetto a quanto si vede oggi sullo schermo (e nei vari festival). Con anche una vena camp (l’uso delle canzoni pop) che resta comunque sempre sotto controllo, assai lontana nonostante certe similitudini di superficie dagli almodovarismi. Stavolta, oltre che regista, è anche l’attore protagonista, e con la sua faccia da ragazzino è perfetto quale Tom, giovane pubblicitario di Montreal che raggiunge fuori città la fattoria della famiglia del suo fidanzato, Guillaume, appena morto in un incidente stradale. L’indomani c’è il funerale, e lui non può non esserci. Conosce Agathe, la madre, apprende che Guillaume aveva anche un fratello, Francis, di cui non gli aveva mai parlato, ed è un indizio che da quelle parti c’è qualcosa che non funziona. La notte Tom si ritrova con un uomo che lo sveglia e gli tappa la bocca, è Francis che lo minaccia, gli intima di non dire alla madre della sua relazione con Guillaume, di fingere con lei che il figlio fosse eterosessuale e avesse una fidanzata. Ha modi rudi e convincenti, Francis, e l’indomani Tom reciterà. Reciterà alla grande. Dirà ad Agathe che Guillaume stava con una collega di nome Sara, si inventerà perfino quel che Sara gli ha detto di lui, ed è scena di meravigliosa ambiguità in cui Tom usando Sara come schermo e paravento in realtà rivela se stesso. Ecco, siamo in climi antichi, ancora con una madre che schianterebbe nel sapere di un figlio omosessuale, e della necessità di mentire e nascondere, e fa un certo effetto in tempi come questi di matrimoni gay e omogenitorialità e quant’altro e madri che sfilano nei gay pride orgogliose dei figli gay. Ma è questa inattualità a rendere così fragrante e interessante Tom à la ferme, infinitamente di più di tanti filmucci carucci e politicamente correttissimi sul tema. Intanto alla fattoria il gioco della finzione si fa sempre più pesante. Francis si rivela un violento, costringe con le maniere fortissime Tom a restare, a continuare quella commedia che rende meno infelice sua madre Agathe e le allevia l’insopportabile lutto per la perdita del figlio. Tutto si complica maledettamente, tutto si fa sempre più ambiguo. Francis manipola Tom, gli fa capire di essere gay e di voler fare l’amore con lui, Tom è neanche tanto oscuramente attratto da lui e dalla sua carica violenta. Quando tenta di scappare viene inseguito e pestato. Francis lo costringe a lavorare in stalla, con le mucche, i maiali. Tom ci sta. Una relazione in cui la vittima accetta e ama il suo carnefice, se ne vorrebbe liberare ma non ce la fa, come in Il servo di Joseph Losey scritto da Harold Pinter. Dolan attore è bravissimo nel mostrarci il progressivo cadere e arrendersi di Tom a Francis, la sua incapacità alla ribellione, l’attrazione per lui e le sue maniere forti. Per molto continuerà la partita delle maschere e degli inganni, fino allo scioglimento finale. Un film che tiene con il fiato sospeso fino all’ultima scena, un noir che grazie a dio svicola dall’ovvio e dall’ideologicamente corretto e ci pone di fronte alla complessità, alle contraddizioni, ai paradossi del desiderio, ai suoi tragitti mai lineari. Tom resta schiavizzato alla fattoria nell’oscura speranza di poter diventare l’amante di Francis, e per riuscirci rischia, letteralmente, la vita. Dopo la proiezione in Sala Darsena si è scatenato un applauso assai corposo, e oggi tutti a parlare di Xavier Dolan. Sarebbe bello se il Leone di questo Festival di Venezia che compie 70 anni andasse a uno che di anni ne ha poco più di venti.

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