Venezia Festival 2013: Alberto Barbera parla con Le Monde, e parla chiaro (del festival, del cinema italiano e americano, del perché il film di McQueen non è arrivato)

Barbera con Riccobono

Barbare con Rosi (Francesco) on Campo San Polo per la proiezione della versione restaurata di 'Le mani sulle città'

Barbera con Rosi (Francesco) in Campo San Polo per la proiezione della versione restaurata di ‘Le mani sulle città’

Updating: Alberto Barbera ha successivamente smentito quanto emerge da questa intervista a proposito del mancato arrivo a Venezia del film 12 Years a Slave di Steve McQueen. A questo link le sue dichiarazioni.

Il 6 settembre, un giorno prima della conclusione della mostra di Venezia numero 70 e relativa cerimonia di premiazione, il direttore del festival Alberto Barbera ha rilasciato un’intervista assai interessante, parlando chiaro e senza troppe cautele diplomatiche con LeMonde.fr. Oggetto del discorso, la Mostra di quest’anno, anche se poi Barbera ha toccato altri punti sensibili. Rimando per una lettura completa al sito di Le Monde. Intanto ecco qualche estratto che vale davvero la pena leggere. Nel titolo così Le Monde sintetizza il Barbera-pensiero: “Con gli americani è diventato un incubo”. Non proprio un titolo morbido e accomodante.
Venezia e Cannes. “Credo che la selezione di Venezia di quest’anno”, dice Barbera, “sia migliore di quella dell’anno scorso. Più omogenea. Certo, niente a che vedere con Cannes di quest’anno evidentemente, ma un livello come quello capita una volta ogni dieci anni: un capolavoro al giorno!”.
(commento mio: mica vero che a Venezia la selezione sia stata meglio rispetto al 2012, l’anno scorso c’erano The Master e Malick, ma stavolta? Anzi, ho sentito molta gente – critici consolidati e nuovi, pubblico – dire che questo è stato il peggior festival da parecchio tempo in qua. Quanto a Cannes: giusto, l’edizione del maggio scorso è stata meravigliosa, ma non si tratta di uno di quei casi fortunati che capitano ogni tanto, lì il livello è sempre eccellente).
“Con Locke ho sbagliato”. “Ho un rimpianto, avrei dovuto mettere Locke, il film di Steven Knight, in concorso (invece era fuori concorso, ndr). Per ragioni troppo lunghe da spiegare, non l’ho fatto. Un errore. La vera sorpresa del festival è Locke”.
(commento mio: d’accordissimo. Locke, che ha avuto un successo travolgene di pubblico ed è un esempio di come di deve scrivere una sceneggiatura, doveva essere in concorso, dove mancavano film così, fruibili e accessibili, ma di livello alto. Avrebbe di sicuro vinto qualcosa, magari la Coppa Volpi per Tom Hardy, grandissimo).
Polemica dura con il Telluride Festival (il Telluride è un piccolo, ma sempre più quotato festival che si svolge in Colorado).“Quest’anno Telluride ha giocato sporco, e non capisco un modo di agire così aggressivo alle nostre spalle. Telluride è un festival molto particolare, molto cinefilo. Il pubblico è selezionato, paga per vedersi i film, il programma non viene annunciato in anticipo, la stampa non viene invitata. Il problema è che lì quest’anno hanno proiettato dei film che dovevano essere in prima mondiale a Venezia (ad eempio Under the Skin di Glazer, ndr), e l’hanno fatto senza avvertirci. Eppure i produttori, tutti americani, avevano preso l’impegno per iscritto che le prime mondiali sarebbero state a Venezia. È inaccettabile. I produttori devono scegliere, e se scelgono Telluride non vengono a Venezia”.
Americani sempre più concentrati sull’America e sempre meno interessati all’Europa e ai loro festival. “Negli anni Ottanta e Novanta il mercato europeo valeva per il cinema americano il doppio di oggi. Adesso invece la maggior parte degli incassi arriva dal loro mercato interno. Dunque è comprensibile che concentrino gli sforzi promozionali a casa loro, in Nord America”. (commento mio: mi pare che in questo modo Barbera intenda spiegare e giustificare la mancata presenza di produzioni americane forti a Venezia 70. Eppure quest’anno a Cannes c’erano i Coen, James Gray, Soderbergh, Refn. E allora? La vera ragione non sarà nel minore appeal di Venezia rispetto a Cannes?).
Il caso Steve McQueen e del suo 12 Years a Slave, non pervenuto a Venezia (però a Toronto e Telluride sì). “Prendiamo il caso Steve McQueen (consacrato a Venezia due anni fa con Shame, ndr). Non sono riuscito a convincere i produttori del suo nuovo film, 12 Years a Slave, della necessità di una promozione internazionale. Mi han detto che per loro erano importanti Toronto e il mercato americano e che, in ogni caso, il film era già stato prevenduto in tutto il mondo”.
Per avere il film di McQueen si doveva pagare la trasferta di 50 persone. “I produttori americani di 20 Years a Slave hanno anche aggiunto che il distributore italiano si sarebbe dovuto far carico di tutta la squadra di Steve McQueen – 50 persone! – che avrebbe accompagnato il film. Troppo, soprattutto per un piccolo mercato come il nostro”.
Il cinema italiano? Poca qualità. “Oggi nella produzione italiana si privilegia la quantità rispetto alla qualità. E da noi il mercato è troppo limitato per garantire la sopravvivenza del nostro cinema. Diciamo le cose con franchezza. Troppe sceneggiature sono cattive e poco elaborate, si gira spesso in condizioni limite, la post-produzione è troppo rapida e le uscite sono programmate catastroficamente. La conseguenza è la caduta del 30% del pubblico in un anno”.

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