Recensione. EASTERN BOYS, vincitore a Venezia di Orizzonti. Un altro film gay da festival, un altro (quasi) scandalo con la storia tra un cinquantenne e un prostituto venuto dall’est

Eastern Boys 1Eastern Boys, regia di Robin Campillo. Con Olivier Rabourdin, Kirill Emelyanov, Danil Vorobyev, Edea Darcque, Camila Chanirova, Beka Markozashvili, Mohamed Doukouzov. Visto alla mostra di Venezia 2013. Vincitore del premio come migliore film della sezione Orizzonti.Eastern Boys 3Un film che sta a Venezia come Lo sconosciuto del lago sta a Cannes. Anche se non ci sono scene esplicite, ha turbato con la sua storia tra un cinquantenne parigino e un ragazzetto prostituto venuto dall’est. Prima parte notevolissima, con una sequenza di forte impatto che ricorda l’Haneke di Funny Games. Poi Eastern Boys prende una strana piega, fino a una conclusione che spiazza. Imperfetto, ma importante. No che non ha sbagliato la giuria di Orizzonti (presieduta da Paul Schrader) a premiarlo. Voto tra il 7 e l’8Eastern Boys 4Si parla molto dell’appena uscito nei cinema italiani Lo sconosciuto del lago, film a forte impronta gay lanciato a Cannes a Un certain regard e lì premiato per la migliore regia. Però anche Venezia ha avuto il suo bel gay movie ardito e maledetto, questo Eastern Boys (francese come L’inconnu du lac) che, presentato a Orizzonti, è stato poi premiato come miglior film della sua sezione dalla giuria presieduta da Paul Schrader. Solo che pochi ne hanno scritto, forse perché non son stati molti ad andarlo a vederlo, sottovalutandolo clamorosamente. Sarà meglio dire subito che non ci sono scene di sesso esplicito come in Lo sconosciuto del lago, sì, certo, si vede un maturo signore di 50 anni e più assai ben portati a letto con un ragazzo parecchio giovane, ma i dettagli no, quelli non ci vengono mostrati. La non medietà di Eastern Boys, la sua carica deragliante e anche esplosiva, sta se mai nella netta differenza di età, nel fatto che il giovane sia giovanissimo e forse (forse, perché niente ci viene detto al riguardo) al di sotto dei 18 anni. Film notevolissimo nella sua prima parte, duro, inquietante, minaccioso, dark, che poi però prende una strana piega e si affloscia, avviandosi in una direzione consolatoria e accomodante che tradisce e nega abbastanza la prima. I ragazzi dell’est del titolo vengono dall’ex impero sovietico, Russia, Ucraina, Moldova (o Moldavia), forse da qualche paese caucasico. Non sappiamo con precisione, non ci viene spiegato. Sappiamo, e vediamo, che stazionano in gruppo alla Gare du Nord di Parigi, punto di raccolta e riferimento per moltitudini di stranieri con o senza papier, ai margini della legalità e spesso ben oltre il margine. Un mondo fluttuante, sospeso tra arte di arrangiarsi e micro e macrocriminalità, già indagato quest’anno in un altro film da festival, quel Gare du Nord della francese Claire Simon dato a Locarno lo scorso agosto senza molta eco, ed è un peccato, perché, pur nei suoi forti squilibi narrativi, merita (e c’è un’eccellente Nicole Garcia). In Eastern Boys la cinepresa di Robin Campillo – qui alla sua seconda regia, ma con un curriculm di sceneggiatore per Laurent Cantet per il quale ha scritto Risorse umane, La classe Palma d’oro a Cannes e Verso il sud, film con molte analogie con questo – ci mostra all’inizio interni ed esterni della Gare, poi un signore di nome Daniel, cinquant’anni e qualcosa, e il suo approccio con uno degli eastern boys, un ragazzetto che dimostra un diciott’anni suppergiù. Marek, dice di chiamarsi. Chiede a Daniel telefono e indirizzo, andrà a casa sua il giorno dopo. Ma è una trappola. Spacciandosi per Marek arriverà invece al posto suo un ragazzetto poco più che bambino che, dopo essersi fatto aprire la porta con l’inganno da Daniel, lo ricatta: se non fai come dico io e non te ne stai buono, urlo (e, sottinteso, ti accuso di avermi adescato). Arrivano tutti gli altri del gruppo, compreso il sinistro capobanda. Già, perché i ragazzi dell’est della Gare du Nord sono una banda organizzata e criminale, regolata da ferrei rapporti gerarchici all’interno e dall’esercizio della violenza. L’appartamento viene occupato, Daniel è circondato. In una delle scene più allarmanti che il cinema ci abbia dato da un bel po’, apparentabile per intensità claustrofobica, per incombente pericolo, per angoscia procurata alla vittima ( e a noi spettatori), per sadismo, a Funny Games di Michael Haneke. Mentre gli invasori tengono sotto controllo il padrone di casa, mentre la musica viene sparata a volume impossibile, mentre viene scolato tutto il bevibile e l’ebbrezza sale a gradi allarmanti, l’appartamento viene svaligiato, pezzo dopo pezzo, mobile dopo mobile, senza che Daniel possa reagire. Qualcosa che somiglia a uno stupro, mentre il capobanda gioca con Daniel e la sua omosessualità, eccitandolo e minacciandolo insieme. Una scena formidabile – losca, insostenibile e ipnotica – , che da sola vale il film e lo colloca piuttosto in alto nel ranking di quelli da non perdere. Ma, come in Lo sconosciuto del lago e in Tom à la ferme di Dolan in concorso a Venezia, il pericolo non ferma il desiderio, anzi lo intensifica. Quando Marek, il vero Marek, si ripresenterà a casa di Daniel lui, nonostante quello che è successo, gli aprirà la porta, lo accoglierà, ci farà l’amore. Pagandogli cash quel che con lui ha pattuito. Si vedranno ancora. E ancora, ancora, ancora. Cos’è? La si può chiamare storia questa cosa di sesso a pagamento? La si può apparentare a una relazione anche se ci sono di mezzo i soldi? Forse Marek, che poi rivela di chiamarsi in realtà Ruslan e di non essere russo ma ucraino come aveva fatto credere, ama un po’ Daniel, e Daniel lui. Forse. Comunque sia, questa strana specie d’amore è un ottimo propellente per il film e ne tiene alta la temperatura. Non vediamo scene esplicite, ma già questa storia tra un cinquantenne e un diciottenne è abbastanza perturbante di suo. Fin qui il film marcia benissimo, mantenendosi in equilibrio tra abbandoni amorosi e pericolo sempre incombente, configurandosi come un oggetto cinematografico tra il mélo e il noir, con, esattamente come in L’inconnu du lac, echi dell’Hitchcock di Il dubbio e L’ombra del dubbio. Eccellente anche nella sua ambiguità di felicità comprata con gli euro, eppure, indubitabilmente e a modo suo, felicità. (Spoiler Alert.) È quanto segue a lasciare perplessi, è quando Daniel, con gran delusione e abbattimento di Ruslan/Marek che non si sente più desiderato, rinuncia a fare l’amore con il suo amante giovane per imboccare deciso la strada di una paternità sostitutiva. Il daddy Daniel vuol fare di Ruslan un bravo ragazzo e un ragazzo non più marginale e illegale, ma perfettamente inserito nel tessuto francese. Addirittura, si scivola nell’action, con Daniel eroe che impavido si insinua nell’hotel rifugio della banda per recuperare il passaporto di Ruslan sequestrato dal capo e sottrarre così il suo pupillo al controllo degli amici-carnefici. Con un finale che lascia abbastanza a bocca aperta, la richiesta – accolta dal tribunale – da parte di Daniel di adottare Ruslan. Parecchio interessante, l’amante che diventa padre, per quanto rivela di certi percorsi omosessuali e di certi sotterranei sensi di colpa e ansie di redenzione (soprattutto un tempo erano parecchi i gay famosi che finivano con l’adottare i propri protegé), e però certo spiazzante rispetto a quanto avevamo visto fino ad allora nel film. Eppure è anche questa contraddittorietà, questa seconda parte così incongrua dove il desiderante Daniel rinuncia alle sue pulsioni (o forse non le prova più? forse il desiderio si è indirizzato altrove?) per una missione (superiore?) di paternità, a rendere così diverso, anche nel panorama degli ormai moltissimi film a tema gay, Eastern Boys. Adesso stiamo a vedere se il premio avuto a Venezia sarà in grado di lanciarlo in orbita e di trasformarlo in un caso come è successo a Lo sconosciuto del lago.

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