Recensione: CAPTAIN PHILLIPS, il film più avvincente dai tempi di ‘Argo’ (e lo scontro tra Nord-Sud del mondo diventa un thriller)

CP12Captain Phillips – Attacco in mare aperto, regia di Paul Greengrass. Con Tom Hanks, Catherine Keener, Barkhad Abdi, Barkhad Abdirahman, Faysal Ahmed, Mahat M. Ali.CP07Il capitano Tom Hanks e la sua nave assalita da pirati somali. Sulla carta Captain Phillips si presentava cone una replica del danese A Hijacking, visto l’anno scorso a Venezia, e invece se ne discosta parecchio. Succedono cose che lo spettatore non si aspetta e il film si fa tesissimo, il più avvincente dai tempi di Argo. Da vedere. Voto 7 e mezzoCP04
Non avevo una gran voglia di vedermi questo Captain Phillips. Da quanto ne avevo letto, mi sembrava un clone del film danese – notevole, avvincente, eppure mai distribuito in Italia -, A Hijacking, visto a Venezia 2012 nella sezione Orizzonti. Mi chiedevo come fosse possibile buttare sul mercato internazionale in tempi così ravvicinati due storie di navi assalite da pirati somali, anzi mi era pure venuto il sospetto che il gigante american-hollywoodiano avesse piratato l’idea del piccolo cinema made in Copenaghen. Invece, i due film sono parecchio diversi. A Hijacking era tutto giocato sulla tesissima trattativa tra dirottari e armatori danesi, e in mezzo l’equipaggio a fare da vaso di coccio, Captain Phillips svolta invece ben presto sull’action thriller, con parecchi colpi di scena e improvvise accelerazioni e svolte narrative. Poco di romanzato e romanzesco, molta aderenza ai fatti. Perché quel che si vede in Captain Phillips è davvero successo nell’aprile 2009 e segue fedelmente il libro scritto sugli eventi dal capitano del cargo Maersk Alabama. La narrazione nella parte iniziale si svolge su due piani paralleli e separati, a bordo della nave e a terra, in un villaggio somalo dove si sta organizzando il gruppo di pirati. Quando costoro si avvicinano alla Alabama su due barche il capitano capisce immediatamente a cosa si sta andando incontro, dà l’allarme, chiede soccorso. Gli assalitori sono mossi dalla voglia dei soldi, mica altro, sono solo lavoratori alle dipendenze di un boss o di un capoclan cui devonoi render conto e consegnare il grosso del malloppo. Una delle due barche si defila, l’altra, nonostante gli idranti messi in funzione da Phillips per tenerla lontana, riesce a farsi sotto e i suoi occupanti ce la fanno a salire a bordo. Una situazione asimmetrica: sulla nave son tanti, americani, ricchi e potenti, ma non possono difendersi con le armi perché – immagino – non consentito dalle leggi internazionali che regolano la navigazione. Gli assalitori sono pochi, poveri, ma incazzati e soprattutto armati. Di kalashnikov ovviamente, l’arma feticcio di ogni terzomondo e ogni sud all’assalto del primo. Non c’è gara, vincono i secondi. Adesso, come ha messo in luce la vicenda dei due marò italiani finiti sotto processo in India, credo che chi naviga in acque pericolose sia dotato di una scorta armata, e sia legittimato a ricorrervi, anche se poi si rischia quello che i marò stanno rischiando. Sull’Alabama le cose però non vanno così lisce per chi pensava di portarsi a casa comodo comodo qualche milione di dollari di riscatto. L’equipaggio, debitamente nascostosi nella stiva all’arrivo dei pirati, reagisce, ne ferisce uno, ne cattura un altro. L’asimmetria tende a correggersi a riequilibrarsi. Finirà che il capitano sarà a sua volta preso in ostaggio da quello che man mano emerge come il leader del gruppo d’assalto, il più deciso, forse anche il più disperato, quello che ha più da perdere dal’eventuale fallimento dell’operazione. Mosse e contromosse, in una partita in cui i giocatori mettono sul piatto la propria vita. Captain Phillips non segue il copione che ti aspetti, ti spiazza una, due, tre volte, a conferma che, signora mia, la realtà sa essere più romanzesca di ogni finzione. Era dai tempi di Argo che non mi capitava di vedere un film tanto teso e avvincente, e scusate se è poco. Si vede che Paul Greengrass, il regista di Bourne 2 e 3, ha in curriculum United 93 dove ricostruiva il dirottamento dell’aero schiantatosi sul Pentagono l’11 settembre. Dall’interno di un velivolo a quelli solo apparentemente più ampi e aperti di una nave in mare, ma sempre in un clima oppressivo, bloccato, claustrofobico, con uomini prigionieri, presi in ostaggio, minacciati, sotto pericolo costante, in uno scontro che ancora una volta metaforizza e fa precipitare tutta l’opposizione tra mondo affluente e mondo escluso, tra Nord e Sud, anche tra Occidente e Islam. Qualcuno all’anteprima stampa qui a Milano è uscito in anticipo, qualcuno si è indignato per come il film mostra questo scontro, con il trionfo finale dell’America e anche della sua forza armata. Secondo le anime belle del politicamente correttissimo e dell’eterno e mai morto populismo terzomondista, Captain Phillips si macchierebbe della colpa di neoimperialismo e di una visione americocentrica. Ma scusate, cosa avrebbero dovuto fare, abbandonare la nave nelle mani dei pirati? La reazione cui assistiamo nel film, una reazione al massimo della potenza di fuoco possibile, è giusta e giustificata, altroché. L’unico neo sta semmai nel come ci vengono raccontati gli assalitori, anche quando si cerca di rendere conto delle loro ragioni e del loro punto di vista. Non c’è niente da fare, lo stereotipo con cui si è sempre guardato di volta in volta ai cosiddetti selvaggi, agli indigeni di molta letteratura coloniale e del cinema che ne è derivato, non è mai morto e rispunta anche qui, e paradossalmente (ma neanche tanto) rispunta tantopiù si cerca paternalisticamente, con pelosa condiscendenza, di comprenderne le ragioni. Han sempre occhi saettanti, sguardi brucianti, astuzie e doppiezze da suk, corpi e movimenti da belve nella savana, sono attratti dai loro kalashnikov come pargoli ai loro giocattoli feticcio. Solo molto faticosamente il personaggio del leader degli assalitori emerge con un suo spessore, una sua complessità, si fa persona, uscendo dalla piattezza e bidimensionalità del cliché. Tom Hanks ci restituisce il suo capitano con una naturalezza e un senso di verità che paiono abbattere ogni barriera tra rappresentazione e realtà, ma quanto fosse bravo lo sapevamo da un pezzo, mica è una sorpresa. Intanto, mentre qui sulla stampa e in rete si fa i malmastosi, in America gli incassi viaggiano su cifre superiori al previsto e Captain Phillips viene accreditato di ottime chance nella stagione dei premi che sta per partire.

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6 risposte a Recensione: CAPTAIN PHILLIPS, il film più avvincente dai tempi di ‘Argo’ (e lo scontro tra Nord-Sud del mondo diventa un thriller)

  1. Marco Albanese scrive:

    L’avevo snobbato anch’io, perdendo la proiezione stampa… mi tocca recuperarlo…

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