Recensione. SOLE A CATINELLE: Zalone prova a raccontare quest’Italia riallacciandosi ai Risi e Monicelli, senza riuscirci davvero (certo, si ride, ma non quanto ci si aspetta)

Sole a catinelle, di Gennaro Nunziante. Con Checco Zalone, Aurore Erguy, Miriam Dalmazio, Robert Dancs, Ruben Aprea, Valeria Cavalli, Orsetta De Rossi, Marco Paolini.zalone-in-sole-a-catinelle-620x350Viaggio in questa Italia, tra ricchi e poveri, tra poveri che vorrebbero essere ricchi e ricchi che mai diventeranno poveri. Checco Zalone stavolta tenta la strada del film-affresco, ma è troppo autoreferenziale per farcela. E i pezzi di realtà che ci vorrebbe mostrare, dal Nord-est al Centro-sud, soggiacciono spesso a pigri cliché. Poi, sì, sa infilare momenti di comicità irresistibile (da urlo la scena dello ‘stacca la spina’). Ma può bastare? Voto tra il 5 e il 6sole-a-catinelleNon ha mica solo l’ambizione di fare ridere, questo cine-Zalone parte terza (dopo Cado dalle nubi e Che bella giornata). Nel suo girovagare per l’Italia – con tanto di evidentissima assistenza della varie e sempre più invadenti Film Comissions – è chiaro che, raccordandosi alla tradizione della commedia all’italiana dei Risi-Monicelli-Comencini-Germi-Scola, voglia dirci qualcosa sul nostro oggi, andando a rintracciare e mettere in scena e in burla vizi, vezzi e anche casini di questo paese abbastanza alla deriva e disorientato. Ce la fa nell’impresa? No. Zalone mostra di essere inchiodato alla sua comicità, buona sì per costruire singole molecole divertenti, perfino esplosive e devastanti, ma non sufficiente a strutturare una narrazione né tantomeno a farsi grimaldello di disvelamento-scoperchiamento del reale. I soliti limiti del comicarolo nato in tv. Ne abbiamo visti tanti, buoni a tirar su l’audience in televisione e a far vagonate di euri al botteghino una volta passati al cinema, e però mai in grado di fare il salto, di riscattarsi in smagati osservatori dell’Italia di ieri oggi domani. Battutari, ecco. Inesorabilmente battutari e basta.
In questo Sole a catinelle il protagonista e forse (forse) un po’ alter ego Checco attraversa in una miniodissea ambienti e geografie diverse, anche se rigorosamente all’interno del recinto nazionale, toccando e trattando punti sensibili della nostra antropologia qui e ora, della nostra cronaca-storia attuale. La crisi economica, tanto per cominciare. Forse per non farsi accusare di escapismo e di cecità di fronte ai Grandi Problemi che attanagliano la nazione, Zalone, non so quanto convinto, comincia il suo film parlandoci di disoccupazione, fabbriche che chiudono, cassintegrazioni e quant’altro. Checco lascia il lavoro sperando di farsi “leadership di se stesso”, in una incarnazione tutta berluscoide del sogno di successo e di autorealizzazione che un tempo si sarebbe detto americano, e qui tutto italianizzato secondo quell’ottimismo ilare e insieme ossessivo-compulsivo dell’uomo venuto da Arcore. Finirà a fare il rappresentante di aspirapolveri, mentre la moglie vede la fabbrica tessile in cui lavora entrare in crisi. Siamo nel Nord-est, dove ormai la globalizzazione morde e il drago cinese fa sentire il suo fiato bollente e distruttore sul sistema delle manifatture diseminate sul territorio. Il nostro promette incautamente al figlio Nicolò (tipico nome di pargolo di questa Italia) che se a fine anno prenderà tutti dieci lo porterà in vacanza, una vacanza speciale, e quando il figlio genietto fa bingo lui è costretto a mantenere la parola data. Solo che, vista la mancanza di euri, la vacanza diventa un soggiorno in Molise presso una vecchia zia campagnola assai tirchia. Ma le avventure del nostro Odisseo e del suo Telemaco non finiscono qui. Conosceranno Zoe, borghese ricca e chic e bo-bo, tutta arte contemporanea, veganismo e sperimentazioni teatrali, che introdurrà il babbo e il piccolo nel mondo dei ricchi, mica queli volgari di nuova generazione, no, quelli dell’old money con erre arrotata, barche lussuose ma discrete e ville meravigliose dalle parti di Portofino. Zalone gioca qui la vecchia carta del plebeo-idiot savant, del semplice che irrompe nel mondo superiore spiazzando tutti con la sua dabbenaggine scambiata per genialità, e qualche scena di massimo divertimento la imbrocca. Il periplo del nostro si concluderà laddove è cominciato, anche se qualcosa (non molto) sarà intanto cambiato. In questo ritorno inesorabile a stessi, al proprio ceto, alle proprie origini, alla propria casa, c’è, metaforizzata, tutta l’incapacità di questo paese di attuare una qualsivoglia mobilità sociale, cementando in saecula seculorum tutti nella loro casella di partenza, in alto o, il più delle volte, in basso nella scala sociale. Stranamente, se c’è un film italiano recente che somiglia a Sole a catinelle è La grande bellezza di Sorrentino, stesso andamento rapsodico-episodico, stesso attraversamento da parte del protagonista di pezzi e segmenti irrelati, come tessere di un mosaico impossibile, di questa Italia (e perfino stessa greve ironia verso certe forme di arte contemporanea). Purtroppo, se l’idea era ottima, Zalone non ce la fa a darle adeguata sostanza. Innanzitutto per la solita autoindulgenza e autoreferenzialità del comico italiano che mai si tira in disparte, e sempre si pone al centro della scena e strafà anche quando non ce ne sarebbe bisogno (Carlo Verdone è sempre stato una delle poche eccezioni, e difatti lui sa mettere in piedi film che non girano solo intorno al suo ombelico). L’impressione poi è che Zalone per descrivere la nostra deriva attuale ricorra, più che a esperienze personali, a comodi cliché trasmessi dalla cattiva stampa, dall’imperante giornalismo facilone e superficialoide, che ricorra insomma a una realtà filtrata e spesso farlocca e immaginaria. Ma quando mai si son visti industriali, come quello del film, abbandonare l’alta gamma di tessuti di prestigio per buttarsi su schifose T-shirt, e proprio adesso che i cinesi te le tiran dietro a prezzi che sono un decimo? Per non parlare dell’ormai stanchissima e improponibile storia della loggia massonica segreta e deviata. Tutto posticcio. Anche il mondo dei povericristi suona falso. Quel Molise da presepe dove sarà mai oggi? Oggi che tutti i casolari delle vecchie zie son stati ripuliti e infighettati e trasformati in agriturismi e b&b. Zavattini diceva che per scrivere per il cinema bisognerebbe prendere il tram e ascoltare la gente, ecco, ho l’impressione che Zalone il tram non lo prenda più da un pezzo. Solo in certi momenti ti sembra che conosca bene i tipi antropologici e i mondi di cui parla. Per dire, la grandiosa scena del Portofino incontra, ricalcata immagino su quelli di Cortina realizzati dai Cisnettos (e qui con Edoardo Camurri in preziosa comparsata a far da presentatore e moderatore del dibattito). Quando Checco spariglia le carte e irrompe con il suo intervento su quanto costa la maternità di una dipendente al piccolo imprenditore ottenendo l’ovazione della platea, è semplicemente memorabile, e fa capire cosa si muova nella pancia profonda del nostro manifatturiero più di cento inchieste giornalistiche. Sì, gli riesce abbastanza bene il racconto quando descrive l’imprenditoria medio-piccola o i piccoli cloni berlusconizzati che aspirano alla grana (o quando riproduce l’italiano goffamente inglesizzato dei vorrei-ma-non-posso), per il resto lasciamo stare. Certo, la domanda vera di fronte a film come questo è: ma si ride? e quanto si ride? Per la prima mezz’ora poco o niente, poi Zalone carbura e qualche botto ce lo regala. Le sua canzoncine anche stavolta non tradiscono, però il meglio sta in sottofinale, con lui al capezzale della zia tirchia preoccupata che la macchinetta per il monitoraggio della pressione le consumi troppa elettricità. Stacca la spina!, invoca lei, e la scena si trasforma in un irresistibile qui pro quo sull’eutantasia, anzi eutana-zia. Da morirci dal ridere. Purtroppo di momenti così non ce ne sono tanti, e quando ci sono Zalone li sporca con quell’aggressività che lo distingue. La sua comicità ha un che di urtante, di teppistico perfino, che nel qui scrivente induce sempre un certo rigetto. Penso, tanto per stare sulla commedia italiana recente, al garbo di cui dà prova Rocco Papaleo nel suo Una piccola impresa meridionale. In Sole a catinelle di garbo manco l’ombra c’è.

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