Recensione. UN CASTELLO IN ITALIA: Valeria Bruni Tedeschi racconta una famiglia molto simile alla sua (però Carlà non c’è)

Ripubblico la recensione scritta a Cannes dopo la presentazione del film al festival.048172Un castello in Italia, regia di Valeria Bruni Tedeschi. Con Valeria Bruni Tedeschi, Filippo Timi, Louis Garrel, Marisa Borini, Xavier Beauvois, Pippo Delbono, Silvio Orlando. Presentato a Cannes 2013 in concorso.048175Valeria Bruni Tedeschi, regista e attrice, racconta una storia di famiglia che somiglia molto alla sua: un castello in Italia da vendere, un fratello malato, una madre indomabile, un fidanzato giovane. Manca qualcuno? Sì, se cercate un personaggio che somigli a Carla Bruni non lo trovate, e chissà perché non c’è. Un’operina elegante, garbata, ironica, malinconica, che si lascia vedere volentieri e si fa voler bene. Voto tra il 6 e il 7048173I film di Valeria Bruni Tedeschi regista – questo è il terzo – sono sempre à clef, prendono persone e fatti della sua biografia e li mettono in scena. Diciamo che sono a sfondo autobiografico, perché i richiami di VBT alla propria vita, al proprio presente, al passato, alla propria famiglia sono continui, massicci, inequivocabili, però appena appena velati e criptati onde riscattarsi dai vincoli del reale e poterlo re-interpretare e riplasmare nella finzione del cinema. Questo Un castello in Italia gronda di trasparentissimi allusioni ai Bruni Tedeschi, nel film ribattezzati Rossi Levi, dinastia torinese prosperata su una fabbrica fondata nel 1922 dal nonno, personaggio assai contraddittorio, ebreo che rinnegò la propria appartenenza israelita per convertirsi al cattolicesimo. Riferendosi a lui nel film si dice anche che “era un ebreo antisemita che non solo si convertì, ma si fece fotografare accanto a Hitler”. Negli anni Settanta dei rapimenti e del terrorismo endemico i Bruni Tedeschi, padre, madre, due figlie e un figlio, lasciano Torino dopo aver venduto la fabbrica e si trasferiscono a Parigi. Il resto è quello che sappiamo e vediamo e abbiamo visto in cronaca negli ultimi anni, con una delle figlie, Carla, diventata signora Sarkozy e première dame di Francia, l’altra, Valeria, attrice e regista, adesso approdata per la prima volta in concorso qui a Cannes, ed è l’unica regista donna a essere entrata nella lista della compétition (si era polemizzato per l’esclusione di Claire Denis, relegata a Un certain Regard: ma dopo aver visto ieri sera il suo deludente Les salauds non è il caso di lamentarsi). Il castello in Italia del titolo c’è, è quello della famiglia Bruni Tedeschi a Castagneto Piemonte, qui attribuito ai Rossi Levi del film. I quali sono colti nella fase, immagino risalente a qualche anno fa, nella quale han dovuto prendere la decisione se vendere il castello, ormai costosissimo, o tenerlo, o cederlo al comune. Il padre è deceduto da tempo, vediamo la madre (interpretata dalla vera mamma di Valeria, Marisa Borini, già vista nei suoi precedenti film: una meraviglia di attrice naturale, ancora donna bellissima, altera e imperiosa, occhi che scrutano e tagliano uguali a quella della figlia Carla, e una faccia e una voce che ricordano Alida Valli), vediamo la figlia Louise (Valeria BT), il figlio Ludovico. Manca qualcuno rispetto alla vera famiglia Bruni Tedeschi? Certo che sì, manca clamorosamente il personaggio che dovrebbe rappresentare Carlà, e sarebbe interessante sapere il perché di tale assenza. Si dirà: ma questa non è un racconto autobiografico, questa è finzione. Eppure Louise assomiglia molto a Valeria, è un’attrice come lei, una donna inquieta alla ricerca di una maternità che non si decide ad arrivare. La madre è, tout court, la vera madre. Il fratello, interpretato benissimo, con dandismo e sarcasmo e stoicismo da Filippo Timi, è malato di Aids, e credo che la vicenda non sia molto lontana da quanto accadde a Virginio Bruni Tedeschi, cui tra l’altro il film è dedicato. Accordi e disaccordi intorno alla decisione di dover vendere Castagneto, Ludovico, il più conservatore, il più legato alle memorie e ai fasti passati della famiglia, si oppone, ma le leggi della realtà sono troppo forti. Rimbrotti, bisticci, pasticci, tutto in famiglia e negli immediati dintorni. Intanto Louise conosce un attore molto più giovane di lei (è Louis Garrel, già fidanzato nella vita di VBT) da cui vorrebbe un figlio mentre lui non ci sente proprio. Una saga familiare che sfiora e tocca faccende serie anche gravi, ma non musona, lieve, elegante, abbondantemente innaffiata di ironia e di una certa sprezzatura alto borghese-aristocratica. Dialoghi abilmente scritti (si sente la mano di Noémie Lvovsky), e a rubare la scena a tutti è Marisa Borini, non attrice di mestiere ma attrice naturalmene dotata, madre disincantata fino al cinismo (“ma cara, perché hai deciso di smettere di recitare? Eri anche bravina, certo non Anna Magnani”, dice alla nevrotica figliola che si è presa la famosa pausa di riflessione). Si sentono echi di cose che abbiamo visto, letto, molto amato, Il giardino dei ciliegi di Cecov, I Buddenbrook, molto Visconti, un po’ di Io sono l’amore di Guadagnino (anche qui c’è, in un ruolo collaterale, Pippo Delbono). Film piccolo, forse stritolato dal confronto con altre produzioni viste in concorso e fuori concorso. Un’operina che però si lascia guardare molto volentieri e sa farsi voler bene. Si parla in francese, ma quando si va sulle cose di famiglie e assai personali affiora, indelebile, l’italiano, la lingua della memoria e degli affetti.

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