Recensione. ENDER’S GAME è un piatto racconto di formazione in versione sci-fi (con uno svogliato Harrison Ford a far da mentore)

ENDER'S GAMEEnder’s Game, regia di Gavin Hood. Con Asa Butterfield, Harrison Ford, Ben Kingsley, Viola Davis, Hailee Steinfield, Abigail Breslin.37_2013080753414673-1Chissà perché il teenager qualunque Ender vien scelto dai sommi capi militari per difendere il pianeta dall’invasione aliena (non era il caso di reclutare come nuovo Napoleone un tizio più grande? Mah). Un film di addestramento alla rude vita del soldato come ne abbiamo visti a centinaia. Si salva solo la battaglia finale, ma è un po’ poco per riscattare una narrazione di insostenibile piattezza. Con un Harrison Ford-mentore fiacco e svogliato. L’intenzione è di catturare il pubblico nostalgico di Harry Potter, stiamo a vedere se la missione riesce. Voto tra il 4 e il 5ENDER'S GAME
Allarme. Gli alieni che cercarono di invadere la terra e furono a loro tempo sconfitti, stanno per tornare. Occore trovare un nuovo eroe che li combatta e li sbaragli. Parte dunque il recruiting, e chissà perché (è uno dei misteri di questo film) il prescelto risulta essere un ragazzetto qualunque sui 14-15 anni, dotato però di quella cosa che si chiama resilienza, insomma una bella tempra che gli consente di superare ostacoli e difficoltà di vario tipo. Si chiama Ender e ovviamente verrà prelevato dalla sua famiglia – genitori qualunque, sorella amorevole, fratello maggiore che lo odia perché vorrebbe esserci lui al suo posto, solo che l’hanno bocciato perché troppo aggressivo (capito il messaggio? per diventare dei leader oltre alle palle ci vuole il cervello e bisogna essere buoni o, meglio, non bisogna dar fastidio) – e spedito in una base militare segreta per l’addestramento. La dirige il colonnello Graff, il quale  non appena vede il ragazzetto non ha dubbi: sarà lui il nostro Napoleone, il nostro Cesare, colui che ci condurrà alla vittoria ecc. ecc. Il mondo salvato dai ragazzini, letteralmente. Il resto, prima della battaglia finale, è un training militare come l’abbiamo visto quel miliardo di volte al cinema, Ufficiale  e gentiluomo per dire, il sergentaccio però in fondo di buon cuore (“tra dieci minuti vi voglio qui lavati e pronti, sono stato chiaro?”, “Sissignore!”), il nonnismo da parte dei veterani, le amicizie e le solidarietà di camerata, il sadismo degli addestratori, solo che il tutto è in versione battaglie stellari e aggiornato all’era della CGI. Aggiornato anche all’era dell’ideologicamente ed etnicamente corretto, per cui i compagni di bootcamp di Ender son ragazzi e ragazze di ogni etnia (pare che il libro anni Settanta di Orson Scott Card da cui è tratto, e oggi considerato un classico dello psycho sci-fi, sia stato a suo tempo accusato di razzismo, imperialismo e quant’altro, e dunque per il film si son messe prudentemente le mani avanti). Finché si arriva allo scontro finale, che è l’unico momento davvero interessante del film, anche visivamente non privo di una qulche suggestione. È quello che viene prima a non convincere, nonostante ci sia stato il massimo impegno, soprattutto in fase di casting. Ender è l’Asa Butterfield di Hugo Cabret, bravo ma privo della luccicanza del leader vero, che proprio non riesce a convincerci del perché sia lui il predestinato, il nuovo messia e condottiero. La sorella è l’Abigail Breslin già Little Miss Sunshine, la compagna di addestramento la Hailee Steinfield del Grinta dei Coen, e protagonista del nuovo Romeo e Giulietta di Carlei su sceneggiatura di Julian Downton Abbey Fellowes. Il migliore cast giovane possibile sulla piazza, eppure le cose non funzionano davvero. Va anche peggio con i più grandi. Harrison Ford quale colonnello Graff e mentore del ragazzino è impacciato e fiacco e con un’eterna aria interrogativa e svogliata da che ci faccio qui?, Viola Davis continua dopo The Help a essere sprecata (salvo che nell’immminente The Prisoners di Villeneuve). Quanto a Ben Kingsley, lo ritroviamo in un altro ruoloi al limite del parodistico come in Iron Man 3. Ender’s Game non pulsa mai, l’iter di addestramento del protagonista, che è poi anche troppo smaccatamente un percorso di formazione e un viaggio iniziatico verso le responsabilità della vita maschile adulta, è, tappa dopo tappa, di massima prevedibilità. Senza che la regia, corretta, diligente ma anonima, tenti mai uno strappo visuale o narrativo. Il rischio è che pure noi ci infiacchiamo e scivoliamo in un sonno ristoratore, sempre che la poltrona del cinema raggiunga la soglia minima del comfort (la cosa non è così diffusa). Un mio amico, cultore del testo d’origine, mi dice che il libro è molto meglio, più sottile e complesso e contorto, soprattutto nel rapporto al limite del sadomaso tra il colonnello-mentore-addestratore e il ragazzino destinato alla grandezza. Con tecniche si manipolazione e di inganno alquanto cerebrali. Se così è il romanzo, qui sopravvive ben poco di quella complessità, tutto è banalizzato e piallato, nell’evidente intento di non inquietare nessuno, tantomeno l’audience harrypotteriana e relativi genitori e fratelli maggiori cui il prodotto è indirizzato. Solo che il risultato è insipido fino all’insignificanza. Ender’s Game non è neanche brutto, è peggio, è cinema senza carattere.

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