Recensione. LO HOBBIT – LA DESOLAZIONE DI SMAUG ha perso lo charme e il magico della Trilogia degli anelli ed è ormai stanca ripetizione

Thobbit2213Lo Hobbit – La desolazione di Smaug, in 3D. Regia di Peter Jackson. Da Lo Hobbit di J. R.R. Tolkien. Con Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Orlando Bloom, Luke Evans, Evangeline Lily, Stephen Fry, Lee Pace.HSenza un inizio e senza un vero finale. Una macchina narrativa ormai ansimante, che dilata e spalma il materiale fornito da Tolkien (la sequenza interminabile della fuga sul fiume non la si regge). E il personaggio di Bilbo, su cui era costruita la puntata scorsa, stavolta scompare quasi. Alla fin fine, il meglio è il drago. Però, che noia. Voto 5hobbit2218
Sono tra quelli, non molti, cui non era dispiaciuto il primo Lo Hobbit, non capendo perché foss stato tanto stroncato da chi pure era caduto in deliquio di fronte alla trilogia del Signore degli anelli. Stavolta però pure io faccio marcia indetro. Questo Lo Hobbit numero due, che già peraltro prefigura con un finale molto aperto, anzi con un non finale, l’episodio numero 3 (e si spera ultimo), non mi è garbato proprio. Interminabile con le sue due ore e quaranta, dal ritmo soporifero dovendo stirare e spalmare su tempi lunghissimi anche i fatti minuscolii, visto che il libro di Tolkien non fornisce molta ciccia, e dunque Jackson e i suoi sceneggiatori han pensato bene, anzi male, di massimizzare e spremero tutto lo spremibile da quel che c’era, aggiungendo qua e là pure qualche ingrediente (come il personaggio dell’efica guerriera Tauriel che in Tolkien non c’è). Non finisce mai la battaglia dei nani con i ragni giganti, ancora più insostenibile è la fuga nelle botti sul fiume e successive rapide con gli orchi all’inseguimento, una ventina di minuti di ripetizione ahinoi non differente e perfino ossessiva della medesima scena (nano su botte che rischia di affogare, poi arriva l’orco, è scontro e miracolosamente l’orco vien sempre battuto, spesso con tanto di taglio di testa). Visto in Imax 3D, cioè il massimo possibile, e però va detto che di 3D se ne son visti di meglio, da Tintin (dove pure c’entrava Jackson) a Gravity, mentre qui, soprattutto all’inizio, l’immagine di tanto in tanto si scompone abbastanza e rivela gli orridi piani sovrapposti. Incomincia più o meno come il primo Hobbit, con i nani più l’hobbit Bilbo diretti verso la città piena d’oro che un tempo era loro e poi espugnata dal drago Smaug. Nel viaggio gliene capiteranno di ogni, por nani, tra i soliti orchi, gli Elfi stavolta particolarmente razzisti, altezzosi, boriosi, odiosi e perfidi (e il re degli Elfi è somigliantissimo allo Scialpi di Rock’n’rollin), boschi incantati e vari malefizi. La solita sbobba, suvvia. Con la macchina narrativa di Peter Jackson che procede ansimante su binari assai prevedibili e senza la minima sorpresa, e purtroppo senza la minima invenzione (narrativa, visiva). Dopo tre Anelli e uno Hobbit, qui ormai si boccheggia per la noia e il déjà-vu e il déjà-entendu. Toh, chi si rivede, il Legolas di Orlando Bloom che nella puntata scorsa si era preso le ferie. Toh, l’elegante e spirituale Elfa (si potrà dire, cari tolkeniani?) Cate Blanchett che riappare solo in un lampo e poi basta (evidentemente la Cate non aveva voglia di un altro set). Tutto a posto, niente però ci coinvolge e conquista davvero. Mancano la grazia, lo scharme, il magico, anche il senso di novità che c’erano ad abudantiam nella trilogia degli anelli. Tutto si è come meccanizzato e serializzato, diventando anonimo e anche pesante. La parte migliore è nella città di Pontelagolungo, tutta acque e canali, un po’ Venezia, un po’ Bruges con un qualcosina di Bangkok, uno scenario meraviglioso però non sfruttato fino in fondo. Il guaio sta soprattutto nella clamorosa mancanza di un finale. D’accordo che c’era bisogno di un cliffhanger per lasciare in sospeso lo spettatore in vista della prossima puntata, ma così non si fa, non si tronca un film in questa maniera, Jackson e gli altri sceneggiatori qualcosa avevano il dovere di inventarsi. Va a finire che a farci la migliore figura in questo film è il drago, simpatico, linguacciuto e intelligente, cui nella versione originale Benedict Cumberbatch fornisce il suo bel vocione. Anche se non si capisce come mai non si sbarazzi in un attimo, grande, grosso e potente com’è, dei nani e dell’hobbit Bilbo. Ecco, Bilbo. A rendere interessante il primo Lo Hobbit era proprio lui, il suo percorso da elfo picoloborghese e pantofolaio a eroe riluttante e controvoglia, ma pur sempre eroe. Lui era il vero asse narrativo del film, qui diventa solo un carattere tra i tanti, e tra i minori. Peccato.

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