Recensione. THE BUTLER è cinema popolare come ormai non usa più

TThe Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca, regia di Lee Daniels. Con Forest Whitaker, Oprah Winfrey, Cuba Gooding Jr., Lenny Kravitz, Mariah Carey, Jane Fonda, Liev Schreiber, Alan Rickman, Vanessa Redgrave, Alex Pettyfer, Robin Williams, Terrence Howard.LAttraverso il personaggio di Cecil Gaines assistiamo a un riassunto in forma di mélo e di turgido romanzone della storia afro-americana del Novecento. Dal segregazionismo del Sud a Luther King al Black Power, fino agli anni recenti. E vediamo lui, Cecil, passare da semischiavo nei campi di cotone a maggiordomo (tra gli altri maggiordomi) al servizio di più presidenti. Drammi pubblici e privati in un film primario, semplice, anche semplicistico, perfino rozzo, comunque irresistibile. Si piange, oltretutto con la soddisfazione di stare dalla parte giusta. Voto 6 e mezzoTStrano oggetto filmico. Strano, paradossalmente, per la sua ordinarietà, per la (voluta?) piattezza della messinscena, per il suo uso elementare di grammatica e sintassi cinematografiche. Esempio di un cinema che non si vedeva più da decenni, dai primi anni Sessanta del secolo scorso, nitido e unidimensionale, non stratificato, basico e scevro da ogni complessità, che sia di stile o di racconto. Cinema di massima fruibilità che non si vergogna di colpire alle viscere lo spettatore, di commmuoverlo e sommuoverlo, di fargli tirar fuori il kleenex col quale detergersi l’occhio lacrimoso, compito e missione da tempo delegati dal cinema alto alle più basse novelas e fiction televisive (specie italiane) o a certo cinema delle periferie del mondo. Cinema popolare, ecco. Nazional e internazional-popolare. La domanda è: le platee scafate e schifiltose dell’Occidente d’oggidì che rifuggono con ribrezzo dalla facile commozione ritenendola cosa sconveniente e di inammissibile volgarità e per strati sociali inferiori (ma quali? ma dove?), come reagiranno di fronte a The Butler? Una parziale risposta c’è già, se si guarda ai risultati nei paesi in cui è uscito. In America è stato un inaspettato successo, 120 milioni di dollari incamerati grazie anche all’ottima strategia di marketing adottata dal solito abilissimo Harvey Weinstein che l’ha fatto uscire in un weekend senza concorrenti forti. Temevano, i produttori e i distributori, che un film dell’orgoglio nero americano come questo – protagoniste tutte star black, e gli attori dalla pelle pallida, anche illustri, a far da sfondo e tappezzeria in partecipazioni variamente speciali – attirasse solo un’audience di afro-americans, invece no, si sono aggiunte folle di ogni altra etnia. Adesso stiamo a vedere come se la caverà nel resto del mondo dove, mi dice una mia amica di Fb assai addentro in faccende di mercato cinematografico, i film black (a soggetto black, con attori black) non funzionano mai e realizzano solo il 12 per cento dei loro incassi complessivi. Un misero 12 per cento, a segnalare un incontestabile rigetto da parte delle platee extra-americane dei film black-oriented e a rivelare fors’anche un inconscio razzismo planetario. Sarà per questo che il poster italiano del film non mostra il protagonista Forest Whitaker – è lui a impersonare il maggiordomo alla Casa Bianca del sottotitolo – di fronte in tutta la sua nobile e riconoscibile scurità epidermica, ma di spalle, di modo che non se ne indovini la chiamiamola così appartenza etnica? (scusate, ma tra un po’ schiatto per la fatica, e la tensione perfino, di scansare ogni parola o locuzione che possa suonare razzista alle orecchie politicamente correttissime, certo, si potesse usare la famigerata N-word sarebbe tutto più semplice, ma mica è concesso). Magari no, magari sarà solo parso più elegante il posterone con il Forest Whitaker di spalle silhouettato in controluce. Honny soit qui mal y pense! Come dite? che proprio l’altra settimana abbiamo assistito allo scandaluccio della casa di distribuzione italiana di 12 anni schiavo, l’attesissimo film di Steve McQueen, che ha messo in circolazione quei poster dove non si vedeva quasi il protagonista nero Chiwetel Ejiofor e invece campeggiavano i faccioni dei bianchissimi benché per niente protagonisti Brad Pitt e Michael Fassbender? Un caso che ha lasciato di sasso e di stucco la stampa americana e suscitato un tal casino internazionale da indurre la distribuzione a ritirarli. Dunque, si diceva: film nero, questo The Butler, film del black pride. Perché, sarà il caso di ricordare che a parlar per primi di orgoglio e a rivendicare orgogliosamente la propria identità furono i militanti del Black Power, tardi anni Sessanta negli United States, e che il gay pride sarebbe arrivato un bel po’ dopo. Una cavalcata molto di superficie, ma di indubbia efficacia spettacolare e pure utilità, lungo la storia nero-afroamericana del Novecento. Il tutto attraverso le vicende emblematiche, emblematicisssime del main character Cecil Gaines, che a tratti più che un personaggio dotato di vita propria sembra un manichino cui appendere i messaggi inviati dalla cabina di regia. Lo vediamo da piccolo in tipica piantagione di cotone del Sud, costretto ad assistere prima allo stupro di mamma (Mariah Carey: cult!) da parte del giovane e degenerato padrone (l’Alex Pettyfer che si sbiottava nel Magc Mike di Soderbergh) e poi all’uccisione del babbo da parte sempre del suddetto pervertito. Ora, mi chiedo, negli anni Venti (quello più o meno il periodo, se ho fatto bene i conti, in cui si svolge l’orrida scena) perdurava ancora nel Sud profondo un simile schiavismo, nonostante la schiavitù fosse stata abolito da quel mezzo secolo e passa? Sì, d’accordo, i neri laggiù nell’Alabama, nelle due Caroline e dintorni, erano ghettizzati, non avevano diritti, se la passavano malissimo, ma una scena come quella che vediamo all’inizio di The Butler è storicamente attendibile? Non è che regista e sceneggiatore ci siano andati giù un po’ pesante? Attendo lumi da un qualche esperto americanista. Anyway: il piccolo Cecil, rimasto orfano, verrà accolto dalla madre del pervertito, una Vanessa Redgrave ormai monumento di se stessa, nella magione padronale affinché venga addestrato e si trasformi in ‘negro di casa’, come venivano chiamati i neri impiegati nei lavori domestici. Il nostro diventerà bravo, molto bravo. Imparerà a servire a tavola e a mescere nei giusti calici. Scapperà ventenne dalla maledetta piantagione e dalla bianca magione sudista e troverà impiego in un grande albergo, utilizzando il know how, il mestiere che la mamma del negriero (o la Vanessa era la nonna? mi viene il dubbio adesso) gli ha insegnato. Da lì finirà alla Casa Bianca, dove diventerà non il maggiordomo, ma uno dei molti maggiordomi al servizio del presidente e della first lady di turno, e ci arriverà con Ike Eisenhower padrone di casa, dunque anni Cinquanta. Poi succederà di tutto, nel pubblico e nel privato del nostro protagonista, che intanto si è sposato (con Oprah Winfrey!, la quale dà una virata camp al film ogni volta che arriva in scena). Allora: le prime lotte al Sud contro il segregazionismo che culmineranno nella gloriosa stagione di Luther King; la presidenza Kennedy e le sue aperture verso la parte black dell’America; la nascita, nella seconda metà anni Sessanta, delle frange rivoluzionarie nere, prima con il Black Power poi con le Black Panthers e il loro rifiuto della strategia riformista, gradualista e non violenta di Luther King. Poi il Vietnam, con la famiglia di Cecil spaccata. Il figlio maggiore, già impegnato con le Pantere Nere, partecipa alle protesta antiguerra, il minore patriotticamente si arruola. Intanto mamma Oprah bovareggia un attimo, si lascia prendere per insoddisfazione dall’alcolismo della casalinga, è tentata di lasciarsi andare alle avances del vicino porcone (ma non lo farà, ovvio). Intanto Cecil alla Casa Bianca fa carriera, passa da un presidente all’altro, comincia pure lui a fare il rivendicazionista lamentandosi che lì, nel cuore dell’impero americano, i domestici neri guadagnano molto meno dei colleghi bianchi. Rinfacci e conflitti in famiglia, con il figlio rivoluzionario che disprezza il padre in quanto ‘negro di casa’ asservito al potere bianco e suo complice. Negro bianco, secondo la definizione coniata da Franz Fanon. Nelle liti furibonde tra genitore e rampollo c’è una qualche eco del mirabile Lo specchio della vita di Douglas Sirk, della figlia che rifiuta la madre e la sua la neritudine da serva e non vuole ripercorrerne il destino. È la parte più interessante di The Butler, forse l’unica, quella che si sottrae ai facili manicheismi e schematismi, e alla rozzezza d’analisi, alla grossolanità d’approccio del resto del film. Chi è davvero il ‘negro di casa’, figura di cui il maggiordomo alla White House è solo un’evoluzione: un complice dei suoi aguzzini e oppressori (come peraltro suggeriva anche Tarantino nel personaggio di Samuel Jackson in Django Unchained) o la dimostrazione che un nero, pur nell’inferiorità e servitù della sua condizione, è (era) in grado di raggiungere piena dignità professionale e sociale? Un dubbio che finisce con il destabilizzare e corrodere lo stesso Cecil, prima monolitico nelle sue sicurezze. Lee Daniels non si risparmia e non ci risparmia nulla, allineando sfacciatamente scene madri, agnizioni, conflitti edipici ghiottissimi, e scuotendoci con scene di segregazionismo selvaggio e di Ku Klux Klan all’attacco. Ma ha ragione lui. The Butler è uno spettacolone, un feuilleton come non capitava da molto tempo di vedere, a momenti un fiume in piena, un film che non si vergogna di nulla, tantomeno si fa scrupolo di colpirci sotto la cintura. Si resta incatenati a quanto ci scorre davanti, e si resta increduli, pur avendo per via dell’età una certa memoria storica. Ma come, davvero è esistito un tempo, e non è mica passata un’era geologica, in cui i neri non potevano sedersi in Alabama o nell’Arkanas sugli autobus accanto ai bianchi, e nei bar venivano confinati nella zona loro riservata? Davvero non potevano frequentare le stesse scuole dei bianchi? Talmente distante dall’oggi che si stenta solo a immaginarlo (il regista Lee Daniels racconta che suo nipote di trent’anni dopo aver visto il film gli ha chiesto incredulo: queste cose sono veramente successe a noi neri?). Ecco, The Butler ci ricorda che sì, è tutto vero signori, e allora sarà anche un film rozzo, non proprio da palati fini cinefili, ma una sua rude efficacia e utlità ce l’ha. Non è invece, come ci era stato detto e scritto prima che arrivasse in Italia, la Casa Bianca (da Eisenhower a Reagan) vista attraverso gli occhi di un maggiordomo. The Butler è soprattutto un manifesto della neritudine al cinema, un riassunto in forma di mélo della storia afroamericana del Novecento. Della politica americana e presidenziale ci svela ben poco. I Kennedy son rappresentati e raccontati al massimo della convenzionalità. Da loro, come dagli altri illustri inquilini della casa, non trapela nulla o quasi che già non si sapesse. Le poche cose interessanti e non ovvie sono il laido Lyndon B. Johnson, peraltro presidente assai pro-black, assiso sul water in compagnia dei suoi cagnucoli mentre smadonna e impartisce ordini al suo staff. E Ronald Reagan, il primo presidente a invitare Cecil, ormai carico di gloria e stima dopo decenni di onorato servizio, a una cena ufficiale, e non per servire a tavola, ma come ospite di pari dignità. Per la precisione è Nancy (una somigliantissima Jane Fonda) a invitare lui e consorte, sicché Oprah-Gloria vedrà finalmente realizzato il sogno ultradecennale di metter piede da signora nel centro del potere americano. Immagino che resteranno sorpresi i molti che han sempre demonizzato Reagan quale ultradestro e ciptofascio nel vederlo compiere un gesto così simbolicamente importante. Un film esteriore, The Butler, con troppi pieni e troppi climax, come un romanzone popolare che ha solo la pretesa di piacere e che ci chiede solo di abbandonarci alle nostre pulsioni profonde. Cioè, puro intrattenimento, e va bene così. Quanto allo scatenatissimo Lee Daniels, dopo il molto camp e molto gay-oriented The Paperboy visto a Cannes 2012 e chissà perché mai arrivato in Italia, qui si trova a meraviglia quando si tratta di schierare i molti maggiordomi e cucinieri neri, maschi e di bella presenza della Casa Bianca, e ancora di più quando dà corpo e carne ai machos militanti del Black Power. Ma The Butler è anche, non so quanto consapevolmente, un’esibizione muscolare di fronte all’America e al mondo tutto da parte dello showbiz nero, delle stelle nere, degli autori neri. Mandando a dire: noi ci siamo, e guardate di cosa siam capaci; quanto a voi bianchi, stavolta fateci da comparse e servi di scena. Il pacchetto di divi neri schierato è impressionante, non solo Forest Whitaker e Oprah, ma pure Cuba Gooding Jr. (bravissimo, il migliore), Lenny Kravitz, un po’ inquartato ma sempre di gran classe, l’ascendente Terrence Howard appena visto in Prisoners.

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4 risposte a Recensione. THE BUTLER è cinema popolare come ormai non usa più

  1. heuresabbatique scrive:

    comunque la storia dei poster non è mica tanto a posto (non che io ci avessi visto nulla di più di una mera faccenda di marketing): infatti ieri andando al cinema ho potuto notare un grande banner poster di 12 anni Schiavo e capeggiano ancora Fassbender e Pitt con il piccolo (ma protagonista) Ejiofor in basso a correre…

  2. luigilocatelli scrive:

    ancora! ma se la Bim ha detto che li ritirava, anche perché i produttori americani non l’hanno presa bene la faccenda

  3. heuresabbatique scrive:

    lo so.infatti sono rimasto alquanto “sorpreso”…
    perché tra le altre cose pensavo che i vecchi poster la Bim gli “doveva” ritirare dai cinema.Oppure se questa (quella del banner) è la nuova soluzione non è cambiato assolutamente niente…

  4. Lo dico io. In italiano si dice negro, e non c’e nulla di male.

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