Berlinale 2014. Recensione: THE GRAND BUDAPEST HOTEL. Wes Anderson gira un altro dei suoi film leggiadri, ma stavolta si sente il rumore dell’Apocalisse (d’Europa)

GHB_6852 20130121.CR2The Grand Budapest Hotel, un film di Wes Anderson. Con Ralph Fiennes, Tony Revolori, F. Murray Abraham, Tilda Swinton, Jude Law, Adrien Brody, Willem Dafoe, Mathieu Amalric, Léa Seydoux, Bill Murray, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Edward Norton. Presentato come film di apertura della Berlinale. In concorso.Digital Fusion Image Library TIFF FilePiù passano le ore, e più mi rendo conto di amare questo film di Wes Anderson. Il suo più grande e ambizioso, con la voglia di misurarsi con l’Europa di ieri e dell’altro ieri, quella delle Belle Epoque e entre deux guerres. Il regista texano trova la sua Ruritania, il suo paese dei campanelli, guarda a Lubitsch, a Stefan Zweig e perfino a Bergman. Un incanto, e però con rumori di fondo e scricchiolii da fine di un mondo. Voto 8+.
20146244_3Un incanto, una delizia, qualcosa di inarrivabile grazia. Vengono in mente tutte le possibili declinazioni e i parenti stretti della (detestabile) categoria del carino nel vedere questo nuovo Wes Anderson. Il quale solletica i suoi irriducibili supporters con quella giocosità e quel senso areo, lieve, dello stile e del racconto che gli si conoscono, sciorinando al solito tutta la sua sontuosa palette-feticcio, i rossi vermigli, i rosa, i salmonati, i gialli acidi, gli aranciati, e un bel po’ di blu a contrasto. Più la solita, wesandersoniana e infantile passione per le divise che qui, in una storia che si svolge in una specie di Ruritania tra le due guerre e molto Lubitsch-Lehar e von Stroheim, ha modo di scatenarsi in un tripudio di stemmi, pennacchi, spade, spadini, armi da fuoco, che un tale dispiego di uniformi da operetta me lo ricordo solo in L’aquila a due teste di Jean Cocteau (chissà se Wes Anderson gli ha dato un’occhiata), e poi scenografie da libri animati più che da cartoni, tutta una ludoteca e un arredo da stanza dei figlioli, con ampio uso di rendering in digitale a sottolineare l’artificiosità e lo smaccatissimo antinaturalismo. Macchine, moto, treni, funivie, funicolari da far impazzire un bamboccio e un adulto-infante aduso a giocare con i binari e le stazioncine, e i tunnel, i passaggi a livello, i capitreno e i capistazione in figurina. Costruzione delle inquadrature e uso dello spazio schermico da miniaturista, con ingombri calcolatissimi e perfetti personaggi-marionetta dislocati con sapienza, a sfiorare il tableau vivant o appena appena semovente. C’è tutto l’Anderson che conosciamo e amiamo, e anche di più. La domanda è: ce la fa stavolta ad andare oltre l’incantevole e il delizioso? Non chiediamogli profondità, no, che lui è autore che lavora sulla superficie delle cose, dei fatti, dei caratteri (superficie che peraltro può essere rugosa e solcata da imperfezioni e asperità, mica detto sia sempre così liscia e uniforme) ed è, di fatto, un pittore che vede e lavora a due dimensioni con la cinepresa, solo che la sua tela è lo schermo. Ecco, a me stavolta, pur in questo tripudio wesandersoniano che sfiora l’autocelebrazione e l’autoincoronazione con tutti i suoi attori e fedeli accorsi a corte più altri ancora, è parso di vederci qualche sottotesto in più, un passaggio dalla categoria pesi piuma ad almeno quella dei pesi medi se non dei massimi, perfino un trafficare con il Male e l’Oscuro e la Decadenza, dimensioni che finora il nostro non ha mai esplorato, anzi accuratamente evitato. Non so cosa l’abbia spinto a questo film così uguale eppure così diverso dai suoi di sempre, più adulto finalmente, un period movie ambientato entre deux guerres, in un’era di sospensione della storia europea tra un massacro e l’altro, da un massacro all’altro. Forse, ebbene sì, la voglia di incontrare la Storia. Almeno così mi piace pensare. Storia che in The Grand Budapest Hotel è ovviamente mai citata direttamente, ma allusa sì, corteggiata e timidamente evocata, si veda quell’ultima parte con quegli invasori senza svastica che però ricordano tanto le lugubri SS. Mescolando peraltro allegramente decori, costumi, e oggetti e scenografie, confondendo – temo – gli anni Trenta con la Belle Epoque e un po’ pure con gli anni Cinquanta, ma cosa importa? Un mondo di ieri, quello che vien detto da operetta, un bel po’ Cacania e paese dei campanelli, il mondo di ieri, come si chiama il libro più famoso dell’austriaco Stefan Zweig, autobiografia di un uomo che ha vissuto nella Felix Austria e poi ne ha visto la dissoluzione con l’ascesa dei mostri del Novecento. Proprio a lui, Stefan Zweig, Wes Anderson dedica in chiusura il film, ricordandone il nome, la nascita e la morte (avvenuta a Petropolis, Brasile, in esilio, per suicidio). Lo Zweig che conosco io è però abbastanza diverso da quello che Anderson omaggia nel suo film. Lui ricostruisce sì, a modo suo, quell’Impero Asburgico e dintorni dell’infelice scrittore ebreo-viennese, ma in un’operazione assai cerebrale, che di Zweig prende perlopiù elementi esteriori per poi costruirci un mondo a propria misura. Semmai, la parentela è più con certo Lubitsch, quello delle commedie magari prese dal repertorio fatuo dell’Ungheria anni ’30 (Scrivimi fermo posta, Mancia competente), o quello ancora tedesco prima del viaggio in America, anche se poi di Lubitsch non c’è il cinismo radicale. In conferenza stampa Anderson proprio Lubitsch ha poi citato come suo riferimento e, incredibilmente ma non troppo, Il silenzio di Bergman (“l’ho fatto vedere ai miei attori”), che come The Grand Budapest Hotel si ambienta in un albergo, in un tempo e in luogo astratti e però minacciati dalla storia (per un  caso felice, l’ho rivisto giusto due settimane fa in cineteca). Ci prova, Anderson, a costruire una galleria di ritratti di un mondo inesorabilmente condannato. Si parte con uno scrittore (Jude Law, bravissino come sempre ormai) che si rifugia in un albergo di alta montagna in un immaginario paese centroeuropeo, come l’Hans Castorp della Montagna incantata di Thomas Mann, come lo stesso Thomas Mann (e Hans Castorp appare anche tra i personaggi dell’ultimo, meraviglioso Miyazaki visto a Venezia, The Wind Rises, ed è una bella coincidenza). Albergo – il Grand Budapest – dove incontra un misterioso e ricchissimo uomo di nome Moustafa che decide di raccontargli la sua storia, la quale è anche un pezzo di storia dell’hotel e di Mr. Gustave, il suo leggendario maître. Gran signore di charme, il Gustave, e amante-gigolo di vecchissime signore. Finché una di loro muore lasciandogli in eredità un prezioso dipinto, Il ragazzo con la mela. Figuriamoci, il cattivissimo figlio ed erede della dama non si mostra per niente contento della faccenda. Seguiranno misteriose sparizioni e misteriose morti. Gustave, perseguitato, finisce nei guai e in prigione. Stop, sennò son spoiler. Intanto scopriamo che quello che diventerà il ricchissimo signor Moustafa altri non è che Zero, il nullatenente ragazzo finito a lavorare al TGBH come lobby boy e che trova in Gustave il suo mentore, l’uomo che gli insegnerà tutto della vita, e tra i due sarà alleanza di ferro, e decisiva per i destini di entrambi. Il film per una buona mezz’ora ha un che di artificioso, innaturale, forzato, come se Anderson stesse cercando la sua direzione narrativa e non la trovasse, e stesse tradendo se stesso e andando contro la sua stessa natura. Un quadro di grazia e leggiadria dopo l’altro, ma senza mai penetrare in niente. Poi il racconto si complessifica, aggiunge strati su strati, le allusioni a un’Europa sull’orlo del cataclisma si infittiscono, il Male si insinua e si mette al lavoro, e The Grand Budapest Hotel acquista il suo peso. Che per un signore della leggerezza come Anderson non è mica di poco conto. Film che crescerà col tempo, da rivedere. Cast impressionante. Ralph Fiennes – Oscar subito!, intendendo quello del 2015- è strepitoso come maître Gustave, portando in dote al suo ruolo tutta la tradizione attoriale britannica in fatto di maggiordomi e mestieri affini. Poi: Jude Law, F. Murray Abraham, Bill Murray, Edward Norton, Owen Wilson, Tilda Swinton (in uno dei mascheramenti oltraggiosi che ormai adora, vedi anche il film coreano Snowpiercer), Mathieu Amalric, Léa Seydoux, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Adrien Brody, Jason Schwartzman. Più Saoirse Ronan e il deb Tony Revolori. In concorso, e speriamo che ce la faccia a uscire dala Berlinale con un bel premio.

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