Berlinale 2014. Recensione: NYMPHOMANIAC capitolo 1, versione integrale. Il sesso (molto) e l’amore (poco) secondo Lars Von Trier

20148131_1Nymphomaniac Vol. 1 (versione uncut in prima mondiale), un film di Lars Von Trier. Con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Shia LaBeouf, Uma Thurman, Christian Slater, Stacy Martin. Fuori concorso.
20148131_2Bene, finalmente l’abbiamo visto il film più atteso (e stavolta non si esagera) dell’anno. Questa di Berlino è stata la prima visione mondiale della versione uncut, anche se solo del primo episodio. 145 minuti in cui il sesso sparato a grande schermo abbonda, con particolare predilezione per il sesso orale. Storia di una donna di nome Joe che si dice ninfomane e che fin da ragazzina ha usato dosi massicce di sesso per conoscere il mondo, quello fuori di lei e quello dentro. La parte iniziale con gli esordi erotici della giovane protagonista (una meravigliosa e inedita Stacy Martin) è alquanto corriva e ricorda certi porco-film italiani anni Settanta (stile a parte, ovvio). Ma ci sono, più in là, sequenze magnifiche, degne del Von Trier massimo. Le parti di sesso parlato e racontato funzionano meglio di quelle, molto goffe, di sesso praticato. Difficile dare un giudizio, anche perché si tratta solo di una parte. Comunque: voto tra il 6 e il 7.
20148131_5Insomma, è un anno che i fin troppo abili uomini e donne della comunicazione dell’entourage di Lars Von Trier ci bersagliano, ci sommergono di nympholeaks, news soffiate e lasciate abilmente filtrare a solleticare e suggerire sicure sporcaccionate d’autore È stata un’escalation: prima news scarne, poi sempre più mirate e focalizzate, e teaser, partendo da quello del primo capitolo per arrivare a quello del conclusivo numero 8, e foto, un’inondazione di foto con Charlotte tra due negroni, Charlotte che si fa cunnilinguizzare da Shia LaBeouf, più la meravigliosa Stacy Martin che è il personaggio della Gainsbourg da giovane in versione lolitesca e collegio severo e sadomaso delle fanciulle. Ma il massimo son stati – colpo di genio del marketing – i character poster con i faccioni dei vari attori in orgasmo. Si è puntato tutto sullo scandalo, e adesso che il film è in uscita (anche in Italia, acquistato da Good Films) stiamo a vedere se la strategia ha pagato. Intanto stamattina, a mezzogiorno, al Berlinale Palast si è tirata su la cler sull’oggetto tanto pompato e ancora in parte misterioso. Perché, diviso in capitolo 1 e 2, Nymphomaniac è sì uscito a Natale a Copnaghen e in gennaio a Parigi, però in versione addomesticaticata, epurata, depurata, purgata delle scene più esplicite. Invece stamattina, super evento, abbiamo potuto godere del capitolo 1 integrale e uncut – 145 minuti – , con il sacro sigillo del signor Von Trier, che già un’ora e un quarto prima c’era la fila. Da dove cominciare a parlarne? Allora, Nymphomanic è, almeno in questa sua prima parte, il romanzo di formazione di una ragazza che come arma per conoscere il mondo fuori e il mondo dentro fa ampio uso del sesso. È anche un percorso avventuroso di una donna curiosa e a modo suo coraggiosa, come una Lady Roxana o una Moll Flanders del qui e ora. Ma si può andare avanti col gioco del che-etichetta-ci-mettiamo-sopra. Nymphomaniac ambisce pure a farsi riflessione su quella cosa inafferrabile che più per convenzione che convinzione chiamiamo amore, e su cosa sia il sesso e cosa l’amore, e quanto ci sia o non ci sia dell’uno dentro l’altro. Con la domanda: ma il sesso rende felici? A giudicare dalla faccia pestoccata e mesta della protagonista Charlotte Gainsbourg si direbbe di no. Non dà mica fastidio però il sesso ostentato in parecchie scene (non poche, ma se qualcuno si aspetta la frequenza e la densità porcona di un porn resterà deluso ed è meglio si astenga), in quanto utilizzato da Von Trier come materiale narrativo e linguaggio dei corpi e tra i corpi. Joe, la protagonista, la ninfomane del titolo, alla fine di questo capitolo 1 ci dice più o meno che la ninfomania è l’insieme di tutte le relazioni sessuali (sexual intercourses) avute. Sesso come medium tra umani e anche come sistema segnaletico e di comunicazione. Fare un pompino o un cunnilingus, e farlo in un modo o in un altro, scegliere la posizione del missionario o quella more ferarum, o andare per sodomizzazione è, sembra suggerire il gran danese, una scelta già di suo grondante significati (oltre che umori corporali). Sembra comunque che nelle scene toste si siano usati body double, e, se vogliamo spingerci sui dettagli e fare un attimo di catalogazione, spicca il cunnilingus più volte praticato e con primi piani vaginali, cazzi eretti in gran quantità (e una galleria fotografica dei vari tipi sul mercato, di colore e dimensioni variabili), più un pompino praticato dalla ragazzina con tanto di sperma colante dalle labbra. I coiti furiosi non si contano. Ecco, adesso che l’elenco l’ho fatto, possiamo andare oltre. È un gran film? Lo possiamo situare al livello delle cose migliori del suo autore? Rispondo no alla prima e alla seconda. Ci sono parti magnifiche, soprattutto negli ultimi tre quarti d’ora. Ma Nymphomaniac sbanda spesso e, negli esordi amorosi della ragazzina Joe, è triviale e corrivo, no, non per il tanto di fica e di cazzo che mostra, piuttosto per la sconsolante banalità dell’iniziazione sessuale di Joe che a me ha ricordato certi porco-film, certi eroticarelli italiani degli anni Settanta. Per carità, Von Trier è Von Trier, ma quando ci fa vedere Joe e la sua amica zoccola gareggiare a chi si scopa più uomini sul treno in cui viaggiano non si può non pensare a quei film là. Che poi – secondo convenzione e cliché – gli uomini son tutti porci signora mia e scemi, basta che gliela fai vedere o solo annusare e subito ci cascano, e anche quelli che fanno i sostenuti poi se gli tiri giù la zip cedono di colpo.
Ma andiamo per ordine. Esterno notte. In un vicolo buio e freddo (nevica, acqua di scolo da tutte le parti) un uomo trova una donna ferita, probabilmente picchiata, a terra. Il buon samaritano, di nome Seligman, la soccorre, se la porta casa, la medica, le dà generi di conforto, e lei, Joe, decide di raccontare a lui (e a noi) la sua storia di ninfomane, cioè di una che fin da giovanissima ha scopato e scopato e scopato. Lei è Charlotte Gainsbourg, lui un altro degli attori feticcio di Von Trier, Stellan Skarsgård (bravissimo). A colpire è che questa è la storia di una donna, e del sesso vissuto da una donna, vista però dall’uomo Von Trier, il quale non per niente mette a punto una narrativa e una drammaturgia squisitamente maschili, in cui le donne son sempre vogliose e disponibili e gli uomini la loro facile e felice preda, il loro oggetto. Ora, non voglio fare io la parte del femminista, ci mancherebbe, ma siam sicuri che raccontare le prime avventure di Joe come fossero quelle, però hardizzate, di Gloria Guida o della Eleonora Giorgi di Disposta a tutto rappresenti davvero il desiderio femminile? Certo, vediamo anche Joe bambina con l’adorato padre innamorato della natura, e degli alberi, che la introduce a una visone panica e un filo pagana (l’albero di Odino!) dell’esistenza (lui è un recuperato Christian Slater). Però soprattutto si va di sesso. La prima volta con Jérôme/Shia LaBeouf, rude ragazzotto che la penetra (se ricordo bene) 3 volte davanti e cinque volte dietro, e la contabilità penetrativa appare in sovrimpressione. Jérôme, che Joe perderà ma poi ritroverà dopo anni, e di nuovo perderà e alla fine del primo episodio reincontrerà, è probabilmente l’uomo della sua vita, e però per dirlo bisogna aspettare il secondo capitolo. Intanto il buon samaritano Seligman, conversando con Joe di strategie di cattura amorosa, ricorre alla metafora della pesca, e dunque ecco spiegata una delle icone di lancio del film, quella della mosca intrappolata in un amo. Il pesce naturalmente è l’uomo, anzi, come dicono a Napoli, ‘o pesce, il cazzo. Così le immagini di pesca si alternano a quelle di pescaggio di cazzi, in un cortocircuito tra naturale-animale e umano assai malickiano-The Tree of Life, ma senza quel grandioso senso del cosmico e anche del poetico. Con la dotta conversazione tra il samaritano e Joe ci tocca per così dire la parte teorica, gli interrogativi su amore e sesso, e la conclusione mi pare sia che il sesso c’è, esiste, ma l’amore probabilmente no (tant’è che il claim di lancio del film è Forget about love, che così ogni dubbio è piallato via). Anche se poi Joe ricorda quando le diceva: “Il segreto del sesso è l’amore”. La parte pratica è invece nei flshback rievocati e raccontati. Se la prima parte (di questo Nymphomaniac volume 1) è alquanto triviale, la seconda è molto meglio. Almeno un paio di scena (che corrispondono ad altrettanti capitoli) sono Von Trier alla massima potenza. L’irruzione della moglie, con tanto di figli al seguito (tre, tutti maschi) di un uomo che, pazzo per Joe, ha mollato la famiglia per stare con lei: un pezzo di puro teatro dell’assurdo e del paradosso grandiosamente recitato e fatto proprio da Uma Thurman, con derive folli quando in casa arriva un altro amante di Joe, un ragazzo assai giovane e la cosa sfocia in pochade. Ma il film trova se stesso, e un suo centro di gravità finalmente, nella meravigliosa, commovente parte del padre ricoverato in ospedale per delirium tremens con Joe che amorevolmente lo accudisce. Anche qui gli umori corporali, e i più putridi e puzzolenti, riempiono la scena e lo schermo, ma c’è una pietas, e un dolore, che prima non avevamo notato, e allora sì che è Lars Von Trier. L’ultimissima parte si banalizza ancora purtroppo, con quel goffo parallelismo tra i tre registri (o tre toni: scusate l’approssimazione, ma non sono un musicologo) che compongono insieme la polifonia e la perfetta scopata come insieme di altrettante esperienze, e insomma si parte da Bach per spiegare la scopata. Con i tre registri (il grave ecc.) pedissequamente replicati per analogia in forma di sesso con: a) il virtuoso del cunnilingus; b) l’uomo selvaggio che tira fuori dalla ragazza Joe tutta la sua animalità (e Von Trier ha la disgraziata idea di montare in parallelo, grazie allo split screen, lui e un leopardo); c) l’uomo che è l’amante vero, quello che con il corpo di Joe realizza la agognata polifonia. Qui, caro Lars, davvero raggiungi la volgarità. Che non è quella dei pompini con ringoio e della fica sparata su grande schermo con lingua che lecca e si insinua, no, la volgarità sta nella pretenziosità, sta nell’usare Bach come spiega del tripudio dei sensi, sta, in definitiva, nel ricorrere all’Arte per sublimare il sesso e legittimarlo e ripulirlo e inscriverlo nella sfera superiore, e allora siamo alle solite. Dopo le sanguinose polemiche seguite alle dichiarazioni antisemite del regista a Cannes 2011, Lars Von Trier ha pensato (cos’è? una riparazione? una glossa?) di metterci parecchi riferimenti ebraici in questo film. Nel negozio in cui il samaritano Seligman fa la spesa prima di trovare nel vicolo Joe ferita vediamo riprodotta una menorah, lo stesso Seligman dichiara di essere ebreo, aggiungendo che si può essere antisionisti senza essere antisemiti. Introducendo in questo film una traccia ulteriore di discorso, un altro livello di cui converebbe parlare, e far parlare Von Trier, lasciando stare magari per un po’ il sesso.

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4 risposte a Berlinale 2014. Recensione: NYMPHOMANIAC capitolo 1, versione integrale. Il sesso (molto) e l’amore (poco) secondo Lars Von Trier

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  2. Stefano scrive:

    tutte le parti giudicate “triviali” o “banali” non sono altro che uno spruzzo di volgarità sempre sotto la forma del grottesco. mai visto niente di dario fo o della commedia dell’arte? ecco, trier è mille volte più raffinato nella grossolaneria grottesca. a me sembra che lui si diverta molto a fare queste cose, e vederlo mi fa molto divertire. per quanto abbia visto poco, non ho mai visto nessuno farlo così.

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