Berlinale 2014. Recensione: PRAIA DO FUTURO, il fim del festival che è piaciuto solo a me. E cerco di spiegare il perché

C016_C001_0927UCPraia do Futuro, un film di Karim Aïnouz. Con Wagner Moura, Clemens Schick, Jesuita Barbosa. Presentato in concorso.
C012_C010_0924GKUna storia gay poco smancerosa e assai virile tra un tedesco ex soldato in Afghanistan e un bagnino brasiliano. Da Fortaleza andranno a vivere insieme a Berlino, ma non funzionerà. Poi a sorpresa spunta un terzo e si dovranno cercare nuovi equilibri. Immagini strepitose, quasi tutte panoramiche. Il feticismo per le moto e i motociclisti come in Scorpio Rising di Kenneth Anger. Un film che sarebbe potuto essere grandissimo, ma che non ce la fa per mancanza di coraggio. Con un non-finale che grida vendetta. Eppure, a me questo Spiaggia Futuro è piaciuto parecchio. Voto tra il 6 e il 7.
B011_C036_0313QXBicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Mezzo pieno. Di questo film, che non è piaciuto niente fino a essere stato sbeffeggiato dai critici del salottino buono, c’è invece qualcosa, anzi di più, da salvare. Certo, Praia do Futuro irrita subito le anime sensibili più cinefile e austere con una scena in campo lunghissimo di meraviglie paesaggistiche brasileire marine (Fortaleza, credo) e due motorbiker in nero lanciatissimi sulle dune, con un sonoro stordente e pienissimo da discotecaccia o da rave demente. Un’ouverture smargiassa, gradassa e vitalistica, arrogante e macha fino alla protervia, per un film che fa di tutto per farsi voler male dai tipini fini, e difatti è stato gelidamente ricambiato dalla platea giornalistica international della proiezione stampa (che pure ha appena applaudito – oggi, venerdì 14 -, all’ultimo film in concorso, il soappistico giapponese The Little House). Poi – sembra di sentirle le beghine della santa inquisizione cinematografica – ma chi mai si crede di essere questo regista che di nome fa Karim Aïnouz? Ma chi è, da dove viene? Ma come si permette di usare la cinepresa in modo così cafone, con tutte quella panoramiche enormi, anche quando ci sono da mostrare solo uno o due personaggi, supersature di colori e quasi pornografiche nel loro gonfiore? Tutto è turgido, o almeno così sembra a un primo sguardo, in questo film che certo molto deve all’estetica dell’advertising, della moda, dei video musicali (o di quel che ne resta). Però. Però in questo film si cerca di raccontare una storia gay un po’ meno perbenino e prevedibile del solito, si cerca di raccontarla dandole carne e attraverso la carne, mica con le smorfiosità del politicamente corretto e i buoni sentimenti dei bravi ragazzi che non vedono l’ora di presentarsi accoppiati da mamma e papà e magari farsi benedire in una qualche Olanda o una qualche Spagna ancora zapateriana. I limiti, ahinoi, sono altri, stanno nella incapacità o non voglia di strutturare davvero il racconto, e nel non coraggio di andare fino al cuore di tenebra di persone e cose e fatti, preferendo un finale non-finale che grida vendetta per quanto è sciapo e che tutto accomoda per non dover affrontare niente. Chiusura che peraltro non fa che riflettere quello che è l’egemone e diffuso sentire delle ultime e penultime generazioni le quali (vado giù un po’ rozzamente) non ce la fanno a trangugiare nessuno finale che non sia happy, come non ce la fanno a reggere nemmeno il minimo trauma nella propria esistenza. Ecco, questo Praia do futuro, coproduzione tedesco-brasiliana, fosse nato ai tempi di Fassbinder sarebbe stato un film meraviglioso, oggi, dovendosi adeguare all’incapacità di soffrire di questo tempo e a questo spirito del tempo, non può che scendere a patti con il banale. Ma procediamo con ordine. Sulla spiaggia di Fortaleza un uomo annega, inutilmente il lifeguard (chiamarlo bagnino fa un po’ troppo riviera di Romagna) cerca di salvarlo. Per il lifeguard Donato, che l’adorante fratellino Ayrton chiama Aquaman per la sua straordinaria, quasi genetica affinità con il mare, è uno smacco. Conoscerà il tedesco Konrad, che dell’affogato era l’amico. Amico? Che tipo di amico? Si erano conosciuti, il vivo e lo scomparso, durante la missione militare tedesca in Aghanistan, poi avevano deciso di girare insieme il mondo, anche se lui, l’affogato, aveva casa, moglie e figli in Germania. Fino  a quel bagno tragico a Fortaleza, a Spiaggia Futuro. Non ci vuol molto perché tra Konrad e il salvatore Donato si passi alle vie di fatto, cioè una tosta scopata con sodomizzazione, dal che si deduce che tra il morto e il vivo (e fresco vedovo) ci fosse una gran storia omosessuale. Ma nulla ci viene detto, come molto in questo film che ha il merito di dribblare ogni didascalismo e ogni inutile spiega procedendo nella narrazione per ellissi, allusioni e sottintesi. Konrad e Donato diventano amanti, scopando e riscopando con gran godimento reciproco e sempre con una certa baldanza, e quando il tedesco torna a Berlino, si porta con sè il suo ragazzo do Brasil. Di tenerezze e scambi smancerosi ce n’è pochi tra i due, quasi niente, Konrad e Donato scopano, sempre piuttosto rudemente, in una declinazione assai maschia dell’omosessualità, sempre con un certa sotterranea competività virile per la conquista nella coppia del ruolo di maschio alfa. Il sesso gay come continuazione con altri mezzi della guerra per la supremazia maschile. No, non pensate però a uno di quei film gay nord-europei che all’omosessualità mescolano immaginari fetish, neonazi e neonibelungici e quant’altro, con berrettume e stivalume e ferri vari. Grazie a Dio, anche se il film si svolge in gran parte a Berlino, il regista ci risparmia le caves di sesso estremo e tutto il pessimo folklore annesso. Si concentra su Konrad e Donato, e fa benissimo. Ma Berlino non fa bene alla loro storia. Donato si sente uno sradicato, ha mollato tutto, la madre, il fratello e altre due sorelle, ha mollato il lavoro, per che cosa? Per amore? Ma è amore quella cosa con Konrad? Praia do Futuro va a toccare punti sensibili, si interroga e costringe a interrogarci su quanto valgono e cosa siano le scelte fatte per il cosiddetto amore. Non sappiamo perché né come, ma Donato e Konrad si allontanano, ed è in questa nuova estraneità, in questo grande freddo che sta la parte più nobile e dura del fim. Ma è qui, anche, che il film non osa andare oltre una certa soglia. Il regista avrebbe dovuto affondare di più il bisturi su quel senso di sradicamento, sugli amori di carne che tendono ad afflosciarsi, sulla volatilità di certo desiderio omosessuale. Ma non lo fa, non vuole, o non ci riesce. Purtroppo Fassbindr non abita più qui da un pezzo e il cinema veloce di oggi, che non tiene pensieri come si dice  a Napoli, che non pensa perché il pensiero è categoria socialmente sgradita, abbandona il campo e si astiene. Tanto, basta buttar lì qualche immagine potente (e il regista le sa costruire) che lo spettatore è stordito e contento, e non si inquieta. Ecco però arrivare nella coppia ormai scombinata il terzo, Ayrton, il fratellino ormai diventato grande che, mollato da Donato là a Fortaleza, è volato fino a Berlino per rintracciarlo, e lo rintraccia, in una delle scene più belle, nell’acquario in cui Donato lavora (e sembra di rivedere cert momenti di De Rouille et d’Os di Jacques Audiard). Sarà tutto un rinfaccio  un rimbrotto: ci hai abbandonati, me, le nostre due sorelle, nostra madre. Che intanto ha lasciato questa valle di lacrime. SPOILER. Voleranno insulti da Ayrton, il fratello deluso e tradito, alla volta di Donato, di cui frocio è il più ripetuto. Ma succede quel che si poteva sospettare. Konrad conosce Ayrton, dopo un approccio alquanto tempestoso se lo prende in casa (e ci si chiede se i due per caso siano diventati amanti). A questo punto sarebbe melodramma, se fossimo in un altro film. Invece Praia do Futuro, in ottemperanza all’imperativo di non disturbare, va a (non) finire con i tre che, a modo loro, si coagulano a formare un qualcosa che somiglia a una finta famiglia. Il tedesco ex militare, il bagnino brasiliano suo (ex?) amante, il fratello del bagnino (nuovo amante del primo?). Con una scena dei tre in moto che replica quella di apertura del film, solo che qui non siamo più sulle spiagge di Fortaleza ma su quelle del Mar Baltico. Scena visivamente strepitosa, che conferma il feticismo del regista per l’omosessualità virile in versione motociclistica, con ruote veloci, tute e caschi-feticcio, sulla scia (e forse è una citazione, chissà) di un classico del cinema gay come Scorpio Rising di Kenneth Anger (cui allude perfino Fellini in una scena di Roma). Si chiude con Heroes, anzi Herden di David Bowie sparato a un volume fracassone che fa scappare i critici più sensibili e già irritati da quanto gli è toccato vedere. Diviso autorialmente in tre capitoli, il primo titolato L’abbraccio dell’affogato e il terzo Un fantasma che parla tedesco (il secondo non me lo ricordo, sorry). Io dico: un grandissimo film mancato, un po’ per parziale incapacità di narrare, molto per ignavia. Ma qua dentro c’è del buono, rispettiamolo, e comunque io lo eleggo a mio guilty pleasure di questa Berlinale.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

5 risposte a Berlinale 2014. Recensione: PRAIA DO FUTURO, il fim del festival che è piaciuto solo a me. E cerco di spiegare il perché

  1. Pingback: Berlinale 2014. LA MIA CLASSIFICA dei film in concorso (a giov. 13 feb. sera) | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: Berlinale 2014. LA MIA CLASSIFICA FINALE dei film del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

  3. Pingback: I 50 migliori film dei festival 2014 | Nuovo Cinema Locatelli

  4. Pingback: Al cinema il 21 aprile CATTEDRALI DELLA CULTURA 3D, un progetto di Wim Wenders | Nuovo Cinema Locatelli

  5. Pingback: A Milano il FESTIVAL MIX, un lungo weekend di gay movies. Gli imperdibili | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi