Recensione. UN MATRIMONIO DA FAVOLA: i Vanzina nel panorama del nostro cinema sono dei giganti

foto-un-matrimonio-da-favola-14-lowUn matrimonio da favola, regia di Carlo Vanzina. Soggetto e sceneggiatura di Carlo e Enrico Vanzina. Con Adriano Giannini, Ricky Memphis, Paola Minaccioni, Andrea Osvart, Giorgio Pasotti, Stefania Rocca, Riccardo Rossi, Emilio Solfrizzi, Ilaria Spada, Max Tortora, Pio Angeletti.
foto-un-matrimonio-da-favola-12-lowI due fratelli conducono con gran sapienza un film a più personaggi e storie. Una reunion di ex compagni di scuola in occasione del ricco matrimonio di uno di loro porta a galle antiche rivalità, mette in crisi coppie consolidate, muta gli equilibri interni ed esterni al gruppo. Una commedia degli equivoci e della dissimulazione orchestrata al massimo del professionismo. Voto 7+
foto-un-matrimonio-da-favola-42-lowDopo aver visto in sequenza qualche film italiano, commedi e non, di pietoso livello, pessima scrittura, attori cani, sceneggiature dilettantesche se non indecenti, ti capita questo film dei Vanzina Brothers e ti viene da gridare al miracolo. Altro che sbeffeggiarli come sinonimo ed emblema del cinema basso, canagliesco e plebeo, è doveroso riconsiderarli e riconoscere loro quel che meritano, il mestiere impeccabile, l’abilità nell’intrecciare e raccontare storie, la direzione fatta con mano sicura e leggera, il controllo sugli attori che con i Vanzina non paiono mai fuori posto e miscast. Già il loro film di qualche mese fa, Sapore di te, sapientemente e perfino deliziosamente autocitazionista, mi era piaciuto parecchio, adesso questo Un matrimonio da favola conferma la felicissima maturità dei due fratelli. Come se si fossero liberati di parecchie scorie e pesi e superfluità del passato e avessero essenzializzato il loro cinema, arricchendolo di una grazia, una misura, una scioltezza che, se prima c’erano, restavano sottotraccia, nascoste da certe urla e certi schiamazzi basso-vernacolari. Qui confezionano un’ora e mezza di impeccabile intrattenimento popolare, giocando e giostrando su registri e linguaggi opposti e diversi, e però speculari e sotterranemante connessi, la commedia borghese (piccolo-borghese) da una parte e la proletaria-lumpenproletaria dall’altra, con il punto d’equilibrio decisamente spostato verso la prima. Ritratto vanziniano ancora una volta assai fedele dell’Italia com’è, dello stato delle cose, di un’Italia che le sue ormai lontane radici popolar-popolane le ha dimenticate senza riuscire però a rimuoverne le tracce, i residui, pur nell’ansiosa ricerca di una legittimazione sociale alta ed ‘europea’. Un’Italia che è, in questo film, il Daniele di Ricky Memphis emigrato a Zurigo dalla sua Roma e in procinto di realizzare il colpaccio della vita, sposando la figlia del banchiere presso cui lavora, con tanto di madre e zio borgatari che arrivano per il matrimonio e danno il via all’inevitabile scontro di modi, se non proprio di civiltà, con il genitori e il mondo della futura nuora. Con che sapienza i Vanzina delineano i personaggi, e le loro traiettorie, e mai una battuta di troppo, mai uno snodo o un passaggio trascinati oltre il necessario, secondo una mirabile economia di mezzi e materiali narrativi in cui non si esagera, non si strafà, si usa solo l’essenziale. Certo, il punto di partenza è tra i più classici, così classico da rasentare il cliché e il déjà-vu. Come in infiniti esempi lontanti e recenti, italiani e non, assistiamo a una reunion di vecchi compagni di scuola che non si vedevano da un paio di decenni o quasi, qualcosa tra Il grande freddo e Immaturi 1 e 2 (e Verdone, e altri ancora). Il pretesto e l’occasione sono il matrimonio di Daniele lassù a Zurigo, location nordica onde permettere l’eterno scontro, l’eterna dialettica Nord-Sud costitutiva di tanta commedia italiana vicina e lontana, da Il diavolo di Sordi a Pane e cioccolata a Ricomincio da tre ai recenti Benvenuti al Sud e al Nord e Un boss in salotto. Uomini e donne, gli uomini del gruppo e le loro donne, la donna del gruppo con il suo uomo, in una galleria di caratteri certo non nuovi e fortemente tipizzati (il piacione scopatore compulsivo, il marito fedifrago, la moglie arpia, l’amante bbona, l’impegatuccio noioso e asfissiante ecc.), con qualche adeguamento all’oggi, come l’Alessandro di Giorgio Pasotti, rude militare di carriera e però gay quasi felicemente accasato con un truccatore, o l’avvocatessa divorzista belvissima di quelle che rovinano  mariti traditori portandogli via tutto (“adesso lo sfondiamo!”). Tutto dovrebbe risolversi in una gran rimpatriata intorno al promesso sposo e alla promessa sposa e al matrimonio che si annuncia sì ricco ma non di cafonesco esibizionismo, solo che le cose si complicheranno parecchio. Dissidi e conflitti all’interno del gruppo, antiche rivalità che riemergono e producono nuovi disastri, coppie che rischiano lo sfascio. E il gay che non l’ha mai detto agli amici, il marito che si porta l’amante spacciandola per la fidanzata ma poi se la dovrà vedere con la constorte piombata lì a sorpresa, secondo il più classico e pochadistico “cielo mia moglie!”. Più una sposa un po’ mignottesca nonostante l’aparenza così nordicamente compassata e perbenino (Andrea Osvart, difatti). Un teatrino degli inganni, della disssimulazione, degli equivoci che i Vanzina orchestrano senza sbagliare un colpo, con la sicurezza di chi ha messo a punto nel tempo una macchina-cinema inossidabile. Riuscendo perfino a farci digerire l’indigeribile e l’inverosimile. La ricca Andrea Osvart che sposa il povero ma non bello Ricky Memphis, per dire. O che tutti, lassù a Zurigo, banchiere e moglie compresi, parlino italiano e mai una parola di tedesco. O che uno dei personaggi-chiave si ritrovi in quel modo assurdo in una lavanderia. Ma tutto rientra nel patto con lo spettatore, il quale chiude un occhio e pure due sulle incongruenze in cambio di un intrattenimento ben condotto. Gli attori, e anche qui si vede quanto son bravi i due fratelli, fan tutti al meglio la loro parte. Con Emilio Solfrizzi che rifà e cita, e credo sia un omaggio, Alberto Sordi, una ritrovata e brava Stefania Rocca, e tutti gli altri, ecco. Dico solo Ilaria Spada, brava davvero nella sua parte di coatta di buon cuore. I Vanzina hanno pure il coraggio e le palle di un finale non così happy e paraculo, come invece nella stragrande maggioranza dei film italiani timorosi di alienarsi il pubblico popcorn (che tanto non ci va lo stesso). Dove i conflitti le le crepe, anzi le voragini, che si sono aperte non si sanano e non si ricompongono. Più fiele che miele. Motivo in più per considerarli degni del massimo rispetto.

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