LOVELACE (recensione). Linda, da ‘Gola profonda’ a santa e martire in un biopic inesorabilmente agiografico

103415_galLovelace, regia di Rob Epstein e Jeffrey Friedman. Con Amanda Seyfried, Peter Skarsgaard, Sharon Stone, Juno Temple, James Franco. lovelace d04 _24.NEFBiopic della pornostar che con Gola profonda e il blow job conquistò il mondo e fama imperitura. Vittima poi di un marito avido, violento, sfruttatore. Ottime intenzioni degli autori, ma ne vien fuori un film agiografico, pura vita dei santi (già peccatori)*. Voto 5 e mezzo
104604_gal
Mi aspettavo parecchio, invece Lovelace del duo Rob Epstein e Jeffrey Friedman, gli stessi di Howl su Allen Ginsberg, non è proprio gran cosa. Ottimo prodotto, intendiamoci, scritto, girato, interpretato come Dio comanda, con quel ferreo mestiere americano che trapela anche nelle produzione indie come questa. Partecipazioni eccellenti anche in ruoli collaterali, come Chloé Sevigny, Debi Mazar e James Franco. Il guaio è che, al di là della smagliante e e ultraprofessionale confezione, e un lavoro alla sceneggiatura encomiabile, non riesce a riscattarsi dall’agiografia, dalla lettura a una sola dimensione del personaggio Linda Lovelace, la pornostar che con Gola profonda è entrata davvero nella storia e ha fatto del blow job a modo suo un’arte. Semplicemente, secondo il film, LL è una santa e una martire.
Ma andiamo con ordine. Questo è un (parziale) biopic che ci racconta di come una brava e timorata ragazza di una rigida famiglia cattolica californiana (madre implacabilmente bigotta, interpretata da una Sharon Stone irriconoscibile e molto brava) diventa la diva del pornomovie più famoso di sempre. Siamo agli inizi dei torridi anni Settanta e Linda ha la sventura di conoscere quel Chuck che sarà l’uomo fondamentale della sua vita, un gaglioffo sempre strafatto e impasticcato e sempre a caccia di soldi. Lui la inizia al sesso, lui la introduce a quel blow job che diventerà il successivo brand Lovelace. Finisce in galera, quando esce costringe Linda, intanto diventata sua moglie, a darsi da fare per guadagnare quattrini, e darsi da fare vuol dire entrare nell’industria porno. Sarà Gola profonda, un successo immenso, e Linda sarà regina assoluta del pompino, icona del sesso Seventies. “Sono stata solo 72 giorni nel porno”, scriverà anni dopo nella sua autobiografia, “ma io resterà per sempre la donna di quei 72 giorni”. Le sequenze del tournage, con il regista Joe Damiano e il produttore, sono le migliori di tutto il film, riuscendo a resituirci il mondo di quei pionieri che, buttandola sulla rivoluzione sessuale, in realtà si divertivano parecchio e facevano un sacco di dollari. Dopo per lei è il buio. Il marito ne sfrutta la popolarità e la costringe a prostituirsi a ricchi e meno ricchi. Un calvario. Poi arriverà la fuga (e ad aiutarla sarà il produttore di Deep Throat). Vent’anni dopo scriverà il suo libro autobiografico e si batterà contro la pornografia e la violenza domestica, ed è quel libro immagino ad aver ispirato questo film. Morirà a 53 anni per i postumi di un incidente stradale. Ora, gli autori puntano soprattutto sul rapporto tra Linda e il marito manesco Chuck, la realizzazione di Gola profonda e il suo successo. Ma fanno della figura di lei una sorta di giovane traviata da un lurido villain, una pura, imnnocente, sentimentale, ingenua, incorrotta ragazza che viene ingannata da un figlio di mignotta. Il resto, le botte, le umiliazioni, è puro martirio, secondo i canoni dei martirologi antichi. In fondo, questo film è come certi melodrammi italiani (e non solo) anni Cinquanta, in cui l’ingenua fanciulla veniva sedotta e ingannata dal gaglioffo di turno ritrovandosi poi sul marciapidede, magari con bambino a carico da mantenere. Lovelace segue questo schema narrativo, schema primario e binario, di qui tutti buoni di là tutti cattivi, e santifica la sua protagonista oltre ogni ragionevlezza (come peraltro in Italia accadde con Moana Pozzi). Possibile che Linda Lovelace si sia trovata su un set porno pressoché inconsapevole, come ci mostra questo biopic? Possibile che si diventi professioniste del pompino senza quasi rendersene conto? Lovelace è un santino, e ne ha tutti i limiti di semplificazione. Avremmo preferito un film più ambiguo, ombroso, inquietante. Amanda Seyfried fornisce la sua prova d’attrice migliore. Peter Sarsgaard era il gaglioffo simpatico che in An Education introduceva Carey Mulligan al sesso e alla vita, qui rifà lo stesso personaggio, ma in versione malvagia, seduttore di Linda e suo violento marito-magnaccia. James Franco fa una comparsata come Hugh Hefner, il signor Playboy.
* Questa recensione riprende in parte quella scritta dopo la nproiezione di Lovelace al Festival di Berlino 2013.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi