Cannes 2014: WINTER SLEEP di Nuri Bilge Ceylan (Recensione). A oggi, il film più bello, il più serio candidato alla Palma

33b9877707f1c62846e6e9a94d27e8dbWinter Sleep, un film di Nuri Bilge Ceylan. Con Haluk Bilginer, Melisa Sözen, Demet Akbağ, Ayberk Pekcan. Presentato in concorso.
6fc0f0fba9bb4967e71060a48e06c11531ff29fbaa34ec38fa5fc02deefbf8a1Il maggiore regista turco, uno dei beniamini di Cannes, spiazza tutti con un meraviglioso film di 3 ore e venti dove, al posto delle sue solite interminabili sequenze contemplative e senza parole, si parla molto, moltissimo. Cinema di conversazione, e anche di confronto-scontro di personaggi, tra Cechov e Strindberg. Con un ex attore che si è ritirato nei suoi possedimenti in Cappadocia, la sua giovane moglie insoddisfatta, la sorella reduce da un divorzio. Un interno-inferno di famiglia, mentre là fuori domina la potenza della natura. Da Palma d’oro. Voto 9
0213537b611ff4bc9c218f9ded766c15Nuri Bilge Ceylan deve essersi stancato di sentirsi dire dai suoi (molti) detrattori che il suo cinema è troppo pieno di silenzi, di sequenze contemplative dove ‘non succede mai niente e non si capisce niente, eccheppalle!’. Bene, stavolta il gran turco – presente alla proiezione alle 15 ieri in Salle Lumière e ricevuto con tutti gli onori, come si deve a un beniamino del festival qual è, dal delegato generale Thierry Frémaux e addirittura dal mitologico presidente Gilles Jacob – ha spiazzato tutti, i detrattori ma anche gli estimatori (tra i quali mi colloco dai tempi di Uzak). Realizzando un film parlato, parlatissimo, dove le sue famose interminabili carrellate su paesaggi preferibilmente brulli e flagellati da tutte le intemperie ci sono sì, ma assai ridotte rispetto al solito, un film che è volutamente e smaccatamente teatrale, con dialoghi complessi e mirabilmente cesellati anche se di immediata presa e fruizione. Si tratta in fondo, e nonostante le molte escursioni all’esterno – siamo nel meraviglioso e lunare paesaggio di quella Cappadocia di abitazioni rupestri già usata da Pasolini come Colchide in Medea – , un kammerspiel, una commedia a porte semichiuse all’inizio abbastanza cecoviana e poi sempre più cattiva e crudele, sempre più dramma ibseniano-strindberghiano, con un confronto serrato e senza esclusione di colpi tra il protagonista Aydin e le due donne che gli stan vicino, e intorno un nugolo di personaggi non così minori, non così collaterali, anzi. Con trame e sottotrame e traiettorie che si intrecciano, denunciando una cura minuziosa in sede di sceneggiatura, evidentemente pensata e limata a lungo. Aydin è un signore maturo di molti beni laggiù in Cappadocia, di una famiglia di possidenti da generazioni, per 25 anni ha fatto l’attore teatrale, poi si è ritirato lì, in quella terra lunare, a gestire un piccolo hotel con stanze scavate nella roccia chiamato Hotel Othello e meravigliosamente shabby chic, un posto da urlo da andarci subito. Produce articoli per un giornale locale, ma l’ambizione è quella di scrivere una storia definitiva del teatro turco. Con lui abita la sorella, reduce infelice da un divorzio, e la giovane e bellissima moglie, in preda a continue crisi bovaristiche e organizzatrice di cose charity per sentirsi utili e non solo appendice di quell’intelligente, ma ingombrante marito. Tre anime insoddisfatte, che da quelle parti si sentono in esilio e che, come le sorelle cechoviane, non fan che sospirare, pur se per diversi motivi, ‘A Mosca, a Mosca!’, con la differenza che la loro Mosca è l’adorata, sempre sognata Istanbul. All’inizio tra Aydin e le due donne son bonarie schermaglie, poi le cose precipitano, si incattiviscono, tra rinfacci e scoperchiamenti di insoddisfazioni e colpe vere o presunte. Winter Sleep parte magnificamente, con quella scena della sassata al furgone di Aydin e del suo tuttofare-bracciodestro lanciato da torvo ragazzino di una famiglia poverissima, con padre alcolista appena uscito di galera e uno zio imam, l’unico a portare a casa qualche soldo. Adottando un cinema della minaccia e dell’allusione alla Haneke, Nuri Bilge Ceylan ci fa subito capire che in quel paradiso (anche per turisti) il disordine è in agguato, violenza e caos son pronti a riprendersi il mondo e le esistenze. Winter Sleep dura 3 ore e venti, ma vi assicuro che non ci si annoia, a patto beninteso di amare Ceylan. Naturalmente non mancano le scene che portano impresso il suo marchio. La magnificenza di paesaggi che tutto ingoiano e sovrastano. Gli altipiani anatolici d’inverno sotto la neve. Ma stavolta il sommo regista non si adagia nei suoi manierismi consolidati, e invece scommette forte e coraggiosamente su un cinema-drammaturgia, vincendo la sfida. Realizzando un film che è profondamente turco e insieme connesso alla cultura occidentale (quel dialogo sull’opportunità o meno di perdonare il male è puro Bergman). Aydin è l’intellettuale turco con uso e conoscenza di mondo, ma che ha le radici lì, nell’Anatolia più profonda e non se ne stacca. Incredibilmente per un film di tale stazza a fine proiezione c’è stato un grande applauso, il più lungo riservato ai film del concorso finora. A oggi, la mia personale Palma d’oro, un film che si stacca nettamente dagli altri (non molti) scesi in campo. Mike Leigh al confronto stinge. Però attenzione all’argentino I nuovi selvaggi, proiettato per la stampa ieri sera, che s’è rivelato una grande sorpresa. Un film a episodi che cita, fin dal titolo, I mostri di Risi e il successivo I nuovi mostri, e parecchio Marco Ferreri.

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