Cannes 2014: ADIEU AU LANGAGE di Jean-Luc Godard (recensione). Ma non è che Godard si stia beffando di noi? La cosa buona di questa sua stanca auto-replica è l’uso improprio del 3D

Adieu au langage, un film di Jean-Luc Godard. Con Héloise Godet, Kamel Abdelli, Richard Chevallier, Jessica Erickson. Presentato in concorso.
c44e567ff505d265af57c14a3bf6c020-700x368La cosa migliore è il 3D, genialmente usato da Godard per inventare, enfatizzare, intensificare, distorcere visioni e immagini. Corpi che acquistano un che di irreale e fluttuante, cose e paesaggi fantasmatici. Il gran maestro che ha reinventato il cinema ha ancora un occhio formidabile. Purtroppo replica e ripropone anche i suoi tic e tabù e viziacci ideologici, la tendenza alla concione e alla predica, la verbosità, la smania citazionista (anche fuori luogo). Con una (abbastanza sorprendente e patetica) conversione alla cinofilia. Voto 6
e5dcf15d50a57ab145469e4c4b5ff2b6-1Ma il grande maestro si diverte, è impazzito, vuole prenderci per il culo, sabota ancora una volta le convenzioni del cinema come ha sempre fatto, punta al muoia sansone-cinema con tutti i filistei? Che poi i filistei saremmo noi, spettatori attenti e casuali, addetti ai lavori e non, critici e critichini e critichesse, e chiunque abbia a che fare in vari modi con quella cosa chiamata cinema. Tutte le risposte sono possibili, anche se io propenderei stavolta per la terza. Pur da adepto del culto Godard fin da tempi immemorabili, devo ammettere che qusto suo Adieu au language mi ha messo addosso un certo disagio, e un po’ di incazzatura. A 84 anni Godard filma e firma mettendo un adieu nel titolo, non viene alla proiezione a Cannes, con l’effetto di aumentare esponenzialmente attraverso l’assenza la propria leggenda e la propria presenza colonizzatrice ed egemone nelle menti dei suoi fedeli. Alla proiezione dell’altro giorno, ore 16 nel Grand Théatre Lumière, una folla sterminata, e non si esagera, premeve alle varie entrate. Mai visto, nei miei Cannes, niente di simile. Pubblico che si era procurato, in modi che restano sempre un po’ misteriosi, un’invitation (non ci sono biglietti in vendita) miscelato alla stampa, in una calca che pareva quella dei fedeli di Medjugorie in attesa dell’apparizione della Madonna. Eravamo oltre i confini della ragione, nel territorio della fede. Godard è una fede. Alla fine di Adieu au langage un’ovazione. Di quanti minuti? Venti? Di più?, comunque qualcosa di mai visto né sentito da queste parti, e l’ovazione era tutta per lui, l’Assente, non certo per gli attori e i produttori che eran lì omaggiati solo in quanto suoi simulacri. In mezzo il film. Ma conta la visione per i fedeli? La fede ne prescinde, segue propri percorsi disgiunti dal reale e dalla verifica dei fatti. Cerchiamo intanto di restituire qualcosa di questo film-non film. Godard riusa il 3D, dopo averci provato la prima volta l’anno scorso in un film a episodi (solo uno era suo) presentato qui a Cannes alla Semaine. Lo usa in tutta evidenza divertendosi, beffardamente, forse con qualche imperizia tecnica che diventa surplus espressivo nelle sue mani (in un paio di inquadrature si sovrappongono i vari personaggi e i tuoi occhi non san più dove andare). Certo che non s’è mai visto un 3D come queso usato per sbatterti in faccia piedi pelosi, musi di cani, arbusti boschivi che sembrano trafiggerti gli occhi, vari corpi contundenti, e nasi, mani, bocche, culi, fiche. Tutto ingigantito, allungato, sovra dimensionato, in una deformazione, soprattutto se applicata ai corpi, un filo pornografica e indecente. La storia? Ma vi par possibile che in Godard ce ne sia una? Certo che no, lui destruttura e decostruisce fin dagli anni sessanta ogni possibile narrazione, trattando il cinema raccontato come i terroristi trattano i loro obiettivi, usando la armi più distruttive, bombe comprese. Certo, signora mia, in molti momenti sembra che il nostro adorato Jean-Luc sia rimasto fermo al 1970. Le solite voci fuori campo che sentenziano sul vuoto o sul tutto, o su entrambi, sputando parole e parole ora triviali ora finto-sublimi ora sublimi davvero, di volta in volta create ad hoc, improvvisate dagli interpreti o prese di peso da qualche tomo, meglio se firmato da qualcuno di peso (nei credits finali c’è la lista completa degli autori citati). In alternativa, scritte che attraversano lo schermo a concionare, predicare, sentenziare. Che son cose che il caro Jean-Luc faceva per l’appunto già ai tempi di La Chinoise, e lì è rimasto e  non s’è mosso di un passo, e son passati 45 anni, mica niente. Il film parrebbe diviso in due parti, la prima titolata Natura, la seconda Metafora. Naturalmente si parte dalla numero 2, che poi è un gioco, quello dello scompaginare la sequenza numerica, praticato già più di dieci anni fa dal Matthew Barney di Cremaster e pure dal Franco Battiato di Fleurs (uscito prima l’1, poi il 3, poi il 2) e perfino dalla metropolitana di Milano, tant’è che abbiamo la linea cinque ma la quattro no, è ancora in costruzione. Ecco, questo cortocircuito nella mia mente tra Adieu au langage e la metropolitana di Milano fa vacillare ulteriormente il mio equilibrio psichico, già messo a dura provo da quanto vedo passare sullo schermo. Ci sono un tizio e una tizia che si parlano, un po’ si detestano, spesso scopano (lei però pare abbia avuto una storia con un africano incontrato sull’ansa del fiume Congo a Kinshasa, e non ho capito se i piedi ingigantiti dal 3D che a un certo punto si vedono son i suoi o quelli del regolare amante, mah). Sono spesso nudi, lui si siede sul water e i rumori che sentiamo ci dicono inconfondibilmente che l’evacuazione sta avvenendo con successo e soddisfazione (la produzione intestinale è una delle costanti di questo festival, succede in questo film, ma anche in Le meraviglie, nell’argentino Relatos Salvajes e in Maps to the Stars di David Cronenberg). “Non dipingere quel che si vede, perché non si vede niente, ma dipingi quel che non si vede” (Monet). “È possibile produrre un concetto d’Africa?”, “Non c’è nudità nella natura” son solo alcune delle cose che ci vengono magniloquentemente-delirantemente servite. Appaiono le immagini del Mabuse di Lang. Si cita il pensatore di Rodin. Si fa risalire l’hitlerismo a Machiavelli, Richelieu e Bismarck, in una lezioncina abbastanza vergognosamente semplificata che denuncia nell’autore più il pregiudizio che lo studio accurato e spassionato dei fatti e delle cose. Si ricorda il sangue dei tempi del Terrore, ma anche il buono che quella stagione produsse (dal calendario ai diritti umani). Esterni di una usine, come in un Godard barricadiero degli anni caldi, e come colonna sonora addirittura una canzone di Lotta Continua, e quasi non ci si crede. Però, il signor Godard il suo occhio infallibile mostra di averlo ancora e ci regala immagini qua e là folgoranti, che ci fanno sopportare tutto il resto. Quel bateau sul lago di Ginevra, quell’interno di una stanza che apre su un esterno naturale e misterioso, quei fiori trasformati dal 3D in una fantastica creatura di altri mondi, quelle strade battute dalla pioggia che si translucidano in pura visione. Stringe abbastanza il cuore il discorso cinofilo, un po’ senile: “I cani sono più affidabili degli uomini”, “No, niente figli, prendiamoci un cane”. E difatti un cane diventa il terzo protagonista del film, ripreso e seguito con infinito amore dal regista, un Godard convertito al dudùismo davvero inaspettato. C’è molto da buttare in Adieu au langage, ma molto anche da tenersi stretti. Film da vedere e riconsiderare come pura visione, come flusso di immagini. Prendere le parole e i deliri verbali come tappeto sonoro, nient’altro. Però no, non prendiamo sul serio quanto G. proclama, non trasformiamo ogni suo sberleffo, anche cinico, anche perfido, in chissà quale ulteriore sfondamento di chissà quale confine di cinema. Vediamolo, questo film, laicamente, e non con lo sguardo estatico del fedele o dell’innamorato perso. (E comunque l’attrice protagonista, con quell’ovale alla Anna Karina o Anne Wiazemski, è solo una pallida replica degli originali, e si pensa a quei vecchi amanti che ricercano sempre la stessa donna della gioventù).

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