I film belli che i David di Donatello hanno dimenticato/4: IL SUD È NIENTE

Ai David di Donatello della ‘topa meravigliosa’ non ci son stati solo i guai combinati dallo sciagiurato conduttore Paolo Ruffini. Hanno anche premiato robucce come La mafia solo d’estate trascurando nuovi film italiani che hanno smosso le acque stagnanti del nostro cinema. Dopo TIR, Salvo e Piccola patria, la lista continua con Il Sud è niente.

1466097_233878340111867_30184371_nIl sud è niente, un film di Fabio Mollo. Con Miriam Karlkvist, Vinicio Marchioni, Valentina Lodovini, Andrea Bellisario, Alessandra Costanzo.564519_238327003000334_1564212034_nGrazia, una ragazza-maschiaccio, e suo padre, un uomo sconfitto e alla deriva, in una Reggio Calabria assolata o notturna, ma sempre claustrofobica, minacciosa. Racconto di formazione e dramma familiare in cui si mescolano il film di denuncia, il noir, il surreal-fantastico, la psicanalisi. Troppa roba. Con parecchie goffaggini e squilibri, ma anche con momenti potenti (la notte alle giostre, la processione). Un piccolo film italiano non solito, non medio, da sostenere. Proiettato al festival di Roma, prossimamente alla Berlinale. Voto tra il 6 e il 71459892_233878270111874_1411255006_nÈ di pochi giorni fa la notizia che questo film italiano piccolo e indipendente è stato inserito nella sezione Generation della prossima Berlinale (6-16 febbraio) e che la sua attrice protagonista, la calabrese di madre svedese Miriam Karlkvist, faràparte, sempre al Berlino Film Festival, di Shooting Stars, vetrina-laboratorio-palestra dei più interessanti attori giovani del continente. Niente male per un film di budget ridotto, già passato dal Festival di Toronto (non so con quale esito: sul web ho trovato solo una review, positiva, ma una sola) e da quello di Roma, dove ai suoi due produttori, i francesi Jran Denis Le Dihanet e Sébastien Msika, è andato un premio. Buone credenziali, per questa opera prima piuttosto ostica e non piaciona – qualità rare dalle nostre parti – che meriterebbe una distribuzione a largo raggio e che invece è uscita semiclandestina in poche sale e poche città. Meglio dirlo subito, non siamo di fronte a un capolavoro, Il Sud è niente è, per dire, al di sotto di un altro esordio italiano di questa stagione cinematografica con cui presenta una qualche affinità – tutti e due si immergono in un sud cristallizzato e senza troppe speranze di riscatto, riercorrendone e ripronendone con ambivalenza anche certi cliché, tutti e due son curiosamente produzioni in parte francesi – ovvero Salvo della coppia Piazza-Grassadonia. Questo film di Fabio Mollo è meno compatto narrativamente, anzi è così sbilanciato nei suoi componenti, così ondivago e irrisolto da rischiare più volte il crack. Però ti morde dentro, ha passaggi di oscura potenza e suggestione, sa trasmettere un disagio salutare, non concilia, non edulcora, non smussa, non nasconde, non inganna. Semmai esagera in cupio dissolvi e in disistima del sé meridionale, fin dal titolo, peraltro bellissimo. Il Sud è niente, ci ripete ossessivamente questo film, il Sud è condannato, è perduto, non crede in sé e nessuno crede più. Oramai in preda a un default che è economico, sociale, morale, antropologico. Se un film così, con un titolo così, l’avesse fatto uno del nord, sarebbero piovute accuse di razzismo e, come si dice adesso nel gergo della giustizia calcistica, di discriminazione territoriale, invece a chi, come immagino sia il regista Fabio Mollo, dal meridione viene, nulla si può rinfacciare e tutto si perdona. Devo dire, da uomo del nord, di essere rimasto sconcertato dalla sfiducia, dalla rinuncia, dal senso di sconfitta che trapela da Il Sud è niente, e che costituisce però anche la ragione del suo fascino. Perché, lo sappiamo, c’è una grandezza e perfino un piacere nella decadenza, c’è una bellezza nelle rovine, che siano materiali o spirituali. Qui tutto è prossimo alla fine, decaduto, corroso dentro. Condannato alla disgregazione. I personaggi si muovono in uno spazio claustrofobico anche nel massimo degli spazi aperti, oppressi da qualcosa che sta loro dentro e sta fuori di loro, che in certi momenti ha il peso di quella cosa chiamata fato. Grazia è una ragazza-maschiaccio, un tomboy, di Reggio Calabria, brusca e ombrosa, pessima studente a scuola, assai legata, bnché con sentimenti doppi, ambivalenti, all’ancor giovane padre Cristiano, proprietario di un piccolissimo negozio di stoccafisso che non si capisce bene come faccia a stare in piedi e a produrre quel minimo reddito necessario alla famiglia. La madre non c’è, il fratello di Grazia è morto un po’ di tempo prima. Non si sa come, non si sa il perché. Il padre tace, la cosa è tabù, colpita dall’interdetto. Ma Grazia non crede al padre, è convinta che l’adorato fratello sia ancora vivo, che sia andato via per misteriosi motivi, anzi lei è sicura di averlo visto in mare, e poi, da lontano, a un chiosco. Se lo sogna di notte, se lo sogna a occhi aperti quel fratello. Intanto al padre si complicano le cose, un boss locale lo ricatta, cerca di estorcegli la proprietà del negozio e della casa di famiglia. Grazia nei suoi vagabondagi musoni conosce Carmelo, figlio di un giostraio, che forse si innamora un po’ di lei, ma lei resiste, forse non le interessano i ragazzi, o forse è troppo presto. Arriva la nonna, che sembra reincarnare certe figure femminili della magia mediterranea, che traffica e parla con i morti, pare vederli, sentirli, poter comunicare con loro. Troppa roba. Il Sud è niente è gonfio di materiali narrativi eterogenei senza che mai riesce a coagularli in un insieme coerente. Svaria, anzi sbanda, dalla denuncia classica da cinema civile (il Sud come terra sfruttata e martoriata, in preda alla criminalità) al racconto di formazione di esitazioni, impaci e languori, oscillando tra naturalismo e rischiose incursioni nel surreal-visionario-fantastico, un registro, si sa, da maneggiare con cura, e che Mollo mostra di non padroneggiare sfiorando spesso il ridicolo e l’imbarazzate, anzi cadendoci proprio dentro. Con, pure, il côté mystery legato alla figura del fratello, di cui non sappiamo e capiamo se sia vivo o morto. Il tutto condito da una psicanalisi alquanto rozza e selvaggia (Carmelo e il fratello di Grazia che agli occhi di lei diventano progressivamente la stessa figura, e così via, e la scena in sottofinale tra lei e Carmelo). Però Mollo ha occhio, Reggio Calabria e lo stretto sono paesaggi magnificamente colti e fotografati, quelle navi che vanno e vengono disegnano una mappa che è anche psichica e narrativa, le scene di notte alle giostre con i due ragazzi sono bellisssime, tra le cose migliori che il nostro cinema ci abbia dato recentemente. E la processione è impressionante, con quel paganesimo delle masse lontano e antico che perfora, trapassa i labili confini disegnati dal cristianesimo e tutto invade. Anora: la nonna di fronte alla chiesa, figura oscura e misteriosa, ed è la prima volta che una brutta chiesa modernista anni Sessanta diventa al cinema un luogo in grado di creare suggestioni e rsonanze. Vero, in molti momenti la goffaggine di questo film è insopportabile, che ti vien da dire, ecco, è il solito cinema italiano, velleitario, confuso, e incerto sui fondamentali. Ma facendo la sommatoria dei meno e dei più, questi alla fine vincono. Tra i segni più di Il Sud è niente c’è di sicuro Miriam Karlkvist, una faccia, un corpo come ne trovi pochi in un film italiano. Un tomboy che alterna durezze e rudezze a crepe e fragilità. Questa ragazza cattura gli sguardi e regge il film. Se il nostro cinema riesce a farla crescere, sarà un’attrice su cui contare. Teniamla d’occhio. Menzione per Virginio Marchioni, che sa restituire bene l’implosione, l’impotenza rabbiosa del suo personaggio di padre e capofamiglia sconfitto.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, film e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi