INSTRUCTIONS NOT INCLUDED (recensione), il film messicano che ha sbancato il box office Usa. Ma non il nostro

ini01Instructions not included, un film di Eugenio Derbez. Con Eugenio Derbez, Loreto Peralta, Jessica Lindsay, Arcelia Ramirez, Alessandra Rosaldo. Messico 2013.
ini06Dal Messico un film che ha sbancato perfino il box office americano incassando 50 milioni di dollari (da noi invece non se n’è accorto quasi nessuno). Comincia come una commedia, vira in melodramma. Storia del piacione Valentin che lascia la sua Acapulco per andare su a Los Angeles a rintracciara la turista americana da cui ha avuto una figlia. Seguirano parecchie sorprese. Una commedia che tratta impavidamente cose come i diritti del padre, della madre e altre complicanze familiari. Peccato che nella seconda parte si afflosci. Voto 6
hCome nel calcio, ormai nel cinema non esistono più le squadre materasso. Anche un paese che non è una grande potenza filmica può piazzare un colpo vincente, un successo globale, espugnando perfino il difficile mercato nord americano. È successo con questo Instructions Not Included, un vero case history, diventato in pochi mesi il film messicano di maggior incasso di tutti i tempi, con cento milioni di dollari worldwide, di cui ben 45 – un’enormità per una produzione straniera – incamerati negli Stati Uniti. Vero, gli spettatori messicani o di origine messicana o ispanica da quelle parti son tanti, però anche 45 milioni son tanti, sarebbero una cifra di tutto rispetto perfino per un’analoga commedia hollywoodiana, figuriamoci per un piccolo film made in Mexico. Altra storia da noi. Uscito la scorsa settimana, non si può dire stia facendo sfracelli, avendo realizzato nel primo weekend solo 65mila euro, pochi rispetto alle aspettative e alle potenzialità. D’accordo, mica è un capolavoro, però una simile distrazione, da parte del pubblico ma anche da parte dei nostri critici sia istituzionali sia jeunes e nouveaux, non se la merita. Se non altro perché ficca le mani in un tema ribollente come la famiglia di oggi più o meno nuova, i diritti del padre e della madre, la cosiddetta (però, che orrida parola) omogenitorialità ecc. ecc. E lo fa con toni bellamente naïf e screanzati, senza badare troppo – almeno nella prima parte, la migliore – al politicamente corretto e molto più ai sodi e basici sentimenti, amor di babbo per la figlia, amor di figlia per il babbo. Con, al di là e al di sotto della confezione di commedia furbetta pronta all’uso e alla fruizione glocal, un bel retaggio dei melodrammi e novelas ispanici con tutto il loro carico di pathos e lacrime. Prodotto interessante più che bello (i limiti sono evidentissimi), però da non snobbare, soprattutto se si è interessati al cinema anche come finestra su mondi altri e non così consueti e trafficati, su culture e modi, costumi e consumi che stian parecchio oltre l’angolo di casa nostra.
Siamo ad Acapulco, più che mai meta del turismo gringo d’oltreFrontera. Con i ragazzi locali che, come nelle foto dei rotocalchi anni Cinquanta, si tuffano arditi dall’alto della scogliera quale prova di iniziazione e coraggio, e per mostrarsi più maschi degli altri, e, last but not least, per far colpo su qualche turista straniera, meglio se con parecchi dollari nella borsetta. Il macho campione si chiama Valentin, belloccio e piacionissimo, sempre pieno di donne naturalmente. Finché un giorno suonano alla porta. È Julie, una frikkettona americana con cui aveva avuto la solita dimenticabilissima scopata da vacanza, solo che adesso Julie gli smolla tra le braccia una bambina di pochi mesi dicendogli che è sua figlia. Poi si eclissa, sicché Valentin di colpo si ritrova, da felice peter pan femminiere, con una pupa a carico. Seguono sgomenti e scene da maschio-alle-prese-con-pannolini et similia che abbiam visto quelle mille volte o giù di lì. Passano gli anni, la bimba è cresciuta, Valentin si è affezionato a lei, è un ottimo, per quanto bislacco, papà. Urge però ritrovare la mamma, lassù negli Stati Uniti. Unico indizio, una sua foto con, sullo sfondo, l’insegna di un hotel di Los Angeles. Così Valentin con pargola parte, riuscendo a varcare il benedetto border imbucandosi in un carico di clandestini, e sembra di rivedere in chiave di commedia La Jaula de Oro e Sin Nombre. Si installerà felicemente in LA trovandosi pure un buon lavoro, per quanto pericoloso, di stuntman, e con Maggie, così si chiama la figlia, le cose andranno sempre meglio, anche se Valentin, pur affettuosissimo, non è quel padre convenzionale che la scuola e qualche altra istituzione vorrebbero. Però un certo giorno ecco che, così com’era sparita, si rifà viva la madre, non più frikkettona e ora avvocato in carrierissima a New York con tanto di compagna lesbica, ben decisa a riprendersi quella figlia. Il resto del film vede la lotta tra Valentin e la tizia per ottenere dal tribunale l’affidamento di Maggie, con sviluppi e finale imprevedibili (lascio cadere un indizio: Alabama Monroe). Instructions Not Included, partito come commedia classica di uomo-e-bebé sulla scia del prototipo Tre uomini e una culla, vira sempre più in dramedy, poi in dramma deciso mettendo sul terreno una questione per niente futile: ma i figli devono per forza essere assegnati alla madre, anche se stronza? E i diritti del padre? Forse perché messicano, Instructions Not Included si permette anche sarcasmi e critiche verso la coppia lesbica, proterva nel rivendicare i diritti di una discutibile omogenitorialità, che in un film americano oggi non sarebbero possibili, pena l’accusa infamante di omofobia. Peccato solo che Eugenio Derbez, una star della tv messicana che qui fa il gran salto (riuscito) nel cinema, e nel doppio ruolo di attore e regista, da un certo punto in poi sia indeciso a tutto, abbia paura delle questioni che lui stesso ha sollevato e se la svigna inventandosi un finale incongruo quanto cerchiobottista che gli permette di togliersi dagli impicci. Ma fino a quando Instructions Not Included resta nel recinto della pura comedy ruspante e non immemore della tradizione del mélo messicano, e non ha paura di se stesso, si lascia guardare volentieri. Anche perché funziona l’idea di riproporre in modi sorridenti e anche ridanciani l’eterna opposizione tra americani arroganti, e sempre con quell’aria da conquistadores, e messicani eterna parte debole. Sì, d’accordo, son cliché, e son cliché anche fastidiosamente vittimistici, ma suvvia, è cinema, e l’importante è che gli stereotipi diano vita a una macchina narrativa funzionante, e qui funziona.

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