Film stasera (tardi) sulla tv in chiaro: COME IN UNO SPECCHIO di Ingmar Bergman

Come in uno specchio, Rai Movie, ore 1,10.
wxKfjUHVryi3k8MiBu3A6dRIxrzmesa-apo-to-spasmeno-kathrepti-foto2«Adesso noi vediamo come in uno specchio, in maniera oscura…»: prima lettera ai Corinzi di San Paolo. Lo specchio paolino che anziché rimandare fedelmente la realtà la distorce e altera la nostra visione e percezione era l’immagine, e la metafora, su cui già Robert Siodmak nel 1946 aveva poggiato il suo potente, inquietantissimo noir Lo specchio scuro. Nel 1961 sarà Ingmar Bergman a farne la traccia, e la suggestione di avvio, per uno dei suoi lavori massimi, premiato anche con un Oscar al migliore film straniero (uno dei quattro vinti dal gran svedese). Siamo nella stagione in cui IB si tortura su Dio, la sua esistenza, il suo silenzio e forse la sua morte, la sua sparizione dall’orizzonte della modernità, in un cinema di pensiero, di dubbio, di interrogazione che oggi nessuno o quasi oserebbe più fare (e però in The Winter Sleep, il film del turco Nuri Bilge Ceylan vincitore della Palma d’oro allo scorso Cannes, certi dilemmi bergmaniani ritornano e si fanno inaspettatamente materia narrativa). Su un’isola del Baltico flagellata dal vento – è Farö, che poi il regista sceglierà come suo rifugio – incontriamo Karin, appena dimessa da un ospedale psichiatrico, il padre scrittore, il marito, il fratello più giovane. Karin ha visioni e ossessioni che la connettono al divino, delira, fino a una crisi catastrofica. L’unico umano con cui entra in relazione è il fratello, mentre sia il padre sia il marito le restano estranei. Un cinema meravigliosamente difficile, pesante, pensoso, denso, che oggi non pratica quasi più nessuno e per cui proviamo nostalgia e di cui sentiamo, forse, il bisogno. Con Harriett Andersson, una delle molte attrici-feticcio di Bergman, che si concede fino in fondo al suo personaggio rasentando l’identificazione. E con Gunar Björnstrand e Max Von Sydow.

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