VeneziaFestival2014: LA RANÇON DE LA GLOIRE. I soliti ignoti, però con rapimento di salma chapliniana

11658-LA_RANCON_DE_LA_GLORIE_1La rançon de la gloire (Il prezzo della gloria), un film di Xavier Beauvois. Con Benoît Poelvoorde, Roschdy Zem, Nadine Labaki, Chiara Mastroianni. Venezia71-Concorso.
11662-LA_RANCON_DE_LA_GLORIE_3Ricostruzone con qualche libertà di un caso di cronaca fine Settanta, quando in Svizzera due balordi (così li definì la stampa) rubarono a scopo di riscatto la salma di Chaplin. Xavier Bauvois, il regista di Uomini e Dio, è così bravo da farci parteggiare per i suoi due sciagurati e innocentemente colpevoli ladri, e da farci dimenticare l’empietà del colpo. Cinema ben fatto, con sceneggiatura strepitosa e attori che lo sono anche di più. Un film chapliniano intorno a Chaplin. Gli amanti del cinema anoressico e punitivo ne parleranno malissimo. Non credetegli. Il prezzo della gloria è un gran bel film. Voto 8
11660-LA_RANCON_DE_LA_GLORIEe_2Per intenderci, Xavier Beauvois è il regista di quell’Uomini e Dio che qualche anno fa ha meritoriamente riportato a galla l’episodio dei monaci benedettini massacrati in Marocco da un pigno di islamisti fanatici. Apparso poi anche come attore in Un castello in Italia di Valeria Bruni Tedeschi. Confesso che da questo suo film, ricostruzione immagino con una certa libertà di una faccenda che molto fece scrivere i giornali sul finire degli anni Settanta, il rapimento in Svizzera a scopo di riscatto della salma ancora fresca di interramento di Charlie Chaplin, non mi aspettavo granché. Una commedia un po’ social-engagée sulla marginalità (dei colpevoli) e un po’ dark per via del tipo di refurtiva: così almeno sembrava di capire dalla note di presentazione. Sì, Il prezzo (ma sarebbe meglio dire il riscatto) della gloria, è anche quella cosa lì, ma è a sorpresa una bellissima riuscita, un film che ce la fa perfino ad andare oltre le proprie premesse e le stesse enunciazioni del suo regista (il quale ha tirato in ballo se ricordo bene I soliti ignoti) per diventare un qualcosa di davvero chapliniano, un oggetto cinematografico che mima quello del proprio racconto. Non so quanto Beauvois ci abbia pensato, ma quel che viene fuori è un film come ormai se ne vedono pochi. Intendo, un film sanamente e solidamente tradizionale, senza fanfaluche e fuffe avanguardistiche, con uso di campo e controcampo e qualche piccola carrellata solo quando serve, senza narcisismi autoriali, e niente uso smodato e incontinente della camera a mano. Una storia buona, e scritta come Dio comanda, una regia senza frilli che si mette al servizio dlla narrazione. Poi, gli attori. Perfettamenti scelti, benissimo diretti. Perché il cinema, come sapevano bene i tycoon della Golden Age di Hollywood, è fatto in primis di una buona storia e di buoni interpreti. La rançon de la gloire fila via dritto come un fuso per le sue due ore, c’è solo qulche incertezza da parte di Beauvois dopo che il colpo, chiamiamolo così, è stato eseguito, ma il film vien rimesso subito in pista con gran mestiere. Si vede che il regista ama quello che ci racconta, ama i suoi due protagonisti poveri e parecchio sprovvduti, ama quella loro marginalità che è anche, in qualche modo e pasolinianamente, innocenza, ama la loro goffaggine da povericristi alle prese con qualcosa di trppo grosso per loro. Fa del cinema nel cinema, mostra Chaplin e progressivamente conforma il suo film sul modello chapliniano, in un’operazione linguisticamente alquanto sofisticata, ma senza meterla giù dura,senza darlo troppo a vedere, senza atteggiarsi a Grande Autore. Il prezzo della gloria potrebbe piacere molto al pubblico e, se troverà i distributori giusti, potrà ritagliarsi uno spazio perfino sul difficile mercato nordamericano. Ma qui a Venezia mi pare non sia risultato gradito ai cinefili estremi, puri, fondamentalisti, quelli che se il cinema è solida narazione allora bisogna rigettarlo, mandarlo giù all’inferno con sopra il marchio d’infamia ‘ cinema di papà’ (lo stigma inventato dai Cahiers nei Sesanta per demonizzare e demolire il cinema francese precedente e ‘ben fatto’), se non del nonno. Stiamo a vedere se Beauvois convincerà i recensori cool e fichissimi dei media francesi che fan davvero opinione (io temo di no). Comunque sia il suo destino critico, val la pena vederselo e goderselo, il suo film. Nella Svizzera del 1977, in un posto dalle parti del lago di Ginevra, si ritrovano dopo tato tempo due amici uniti da un passato comune, da un qualosa (che poi scopriremo) che li ha cementati davvero per sempre. Osman è immigrato dall’Algeria, ha una moglie in ospedale per una difficile e ostosa operazione all’anca, una figlia assai sveglia di nome Samira. Eddy è l’amico, un belga un po’ spostato appena uscito di galera, e che Osman acceta di ospitare in una roulotte vicina a quella in cui vive. Chaplin muore non molto lontano da lì, nella sua villa di Vevey. Tutto il mondo ne parla. Ne parla la tv, appena arrivata in casa (nella roulotte) di Osman. Naturalmente è a Eddy che vien l’idea di rapire a scopo di riscatto la salma (“in galera ho conosciuto un calabrese che faceva rapimenti, che poi i suoi ostaggi li trattava sempre bene, cibo buono e tutto il resto”). Osman non ci sta, non vuole, però cede quando si trova a dover pagare 50mila franchi per l’intervento della moglie. Sarà facile impossessarsi della cassa, sarà molto più complicato organizzare il dopo, la rchiesta di riscatto alla famiglia, il non farsi beccare dalla polizia. Xavier Bauvois è così bravo, e i due attori – Benoît Poelvoorde e Roschdy Zem – così naturalmente simpatici, da non farci provare orrore per l’empietà, per la profanazione di quell’atto. Che è anche, narrativamente, il vero punto di fragilità del film, quello su cui potrebbe esplodere. Ma l’orrore, che pure proviamo, è ammorbidito se non proprio neutralizzato da quanto accadrà poi ai due, e dalla posizione adottata nei loro confronti dagli eredi Chaplin (che si riveleranno dei gran signori). Beauvois riesce pefino a sopravvivere alla fellinata di introdurre nella storia il circo, con Eddy innamorato di una donna-fata proprietaria di uno châpiteau (Chiara Mastroianni). Anche questo viene inglobato e come giustificato nell’operazione di realizzare un film à la Chaplin su Chaplin. Il prezzo della gloria è un gran film, credetemi, e chissenefrega dei compunti giudizi in negativo che verranno prounciati da critici, crictichesse e critichini alla perene riceca di estremismi autoriali. Per dire: quelli che a Locarno sono impazziti per Cavalo Dinheiro di Pedro Costa inorridiranno per Xavier Beauvois.

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