VeneziaFestival2014. Recensione: THE LOOK OF SILENCE. Quasi la parte seconda di The Act of Killing: vittime a confronto con i carnefici, e l’impossibile (per ora) riconciliazione

11583-The_Look_of_Silence_1The Look of Silence, un film di Joshua Oppenheimer. Documentario. Venezia 71-Concorso.
11616-The_Look_of_Silence_2Secondo film del concorso dopo Birdman. Un quasi-sequel dell’epocale The Act of Killing, uno dei film più importanti della decade. Il regista Joshua Oppenheimer torna in Indonesia per riportare alla luce altri pezzi del massacro di un milione di comunisti del biennio 1965-66. Una delle pagine più tetre del secondo Novecento. Rispetto al film precedente (di cui non replica la grandezza) Oppenheimer dà spazio alle vittime, li mette a confronto con i carnefici, si pone e pone il tema di una possibile riconciliazione nazionale. Importante. Anche se The Look of Silence rischia di essere un The Act of Killing for Dummies. Voto 7+

il regista Joshua Oppenheimer

il regista Joshua Oppenheimer

Mi chiedevo, prima di vedere The Look of Silence, come il suo regista, il trentenne texano Joshua Oppenheimer, avrebbe potuto dire e fare di più e di meglio di quanto non avesse già detto e fatto nel suo precedente, immenso The Act of Killing – uno dei film fondamentali della decade -, su una delle pagine più fosche e nere, e imbrattate di sangue, del secondo Novecento. Il massacro (per machete, strangolamento con fil di ferro annegamenti di massa) di un milione di comunisti indonesiani o presunti comunisti (più molti esponenti della comunità cinese) dopo il rovesciameno nel 1965 di Sukarno e la presa di potere della giunta militare capitanata da Suharto. Non fu direttemente l’esercito a praticare la strage, ma squadracce di cittadini armate e pilotate dalle autorità politiche. Evento di cui l’Occidente si è raramente occupato, ricordo tra le rare eccezioni il film di Peter Weir Un anno vissuto pericolosamente con un giovane Mel Gibson reporter in Indonesia in quel tempo spaventoso. La carica eplosiva di The Act of Killing non stava solo nel ribadire la centralità della memoria, nel dissotterare le tracce di quanto successo, ma nel dare voce agli assassini di allora, mai puniti, molti ancora in vita e per niente pentiti, anzi additati come eroi da un potere che discende da quello che allora ordinò e decise gli omicidi. Gli assassini non sono mai scappati, non sono mai stati processati e puniti, semplicemente perché chi li poroteggeva ha vinto. Non solo Joshua Oppenheimer in THAOK dava loro voce, ma facendo leva sul loro esibizionismo, sul loro narcisismo, chiedeva ai killer di ricostruire su un rudimentale set cinematografico come ammazzavano, come avevano realizzato la catena di montaggio delle eliminazioni fisiche. L’atto di uccidere, ma anche, ambiguamente, la recita dell’uccidere, come suggeriva il titolo. Ecco, dopo quel film mirabile che ha girato il mondo (però quasi niente in Italia) e sfiorato l’Oscar nella categoria documentario, Oppenheimer torna a trattare gli stessi fatti. Come non riuscisse a liberarsi da un’ossessione. Per un bel po’ si ha la brutta impressione che si sia limitato a rimontare materiale non utilizzato in The Act of Killing. Poi ci si rende conto che l’operazione stavolta potrebbe avere altri obiettivi e voler percorrere un’altra strada. Certo, The Look of Silence funziona anche come bigino per chi non ha visto il film precedente, come un The Act of Killing for dummies, per così dire. Di nuovo c’è che qui si dà voce e faccia e corpo anche alle vittime, si ricostruiscono i fatti, parte dei fatti, dal punto di vista di chi ne ha subito gli effetti. Un giovane uomo sui 45 anni ha avuto il fratello maggiore orrendamente torturato e ucciso, la vecchia madre, lucida e combattiva, e il vecchio padre ancora vivono, e lui, per sé e anche per loro, vuole sapere, ricostruire quello che è successo al fratello Ramli, chi lo ha ucciso, come, perché. Vuole che la cosa venga tolta dall’ombra, torni visibile, in piena luce, diventi parte della storia, della memoria, della coscienza del villaggio (e forse dell’intero paese). Lo  vediamo come ipnotizzato di fronte a un video-intervista da lui girato dieci anni prima ai due uomini che hanno ucciso (a rate: squarciandogli il ventre e poi tagliandogli il pene) e buttato nel fiume Ramli. Lo vediamo ricontattare il capo della squadraccia omicida del paese, poi un altro boss dei massacratori. Nessun pentimento, in nessuno. Ripulire l’Indonesia dai comunisti era ai loro occhi missione doverosa, hanno ottemperato a degli ordini, si auttpercepiscono come eroi della patria (“Ci dovrebbero ricompensare, mandarci magari in crociera premio”). Vengono contattati anche i figli di un paio di assassini. Si dà voce all’unico sopravvissuto. Joshua Oppenheimer man mano compone il suo reticolo di relazioni tra chi sta dalla parte delle vittima per vincoli di parentele e amicizia, e chi sta dall’altra parte. Le vittime e i carnefici a confronto, faccia a faccia. Nessuno chiede perdono, nessuno peraltro chiede agli assassini di farlo. C’è qualche momento di vicinanza, la vedova di un carnefice turbata da quanto le viene rivelato, la figlia di un altro killer che abbraccia il fratello di chi è stato ucciso da suo padre. Ma più in là non si va, non si può. Non lo consente il clima politico dell’Indonesia, di sicuro meno ferrigno di quello di allora, ma dove il massacro dei comunisti resta ancora tabù, e ove rivangare troppo nel passato può essere pericoloso. O forse è soprattutto la voglia, il bisogno di dimenticare e sopire – bisogno umano, troppo umano – il vero ostacolo. Se allontaniamo il cattivo pensiero che Openheimer abbia voluto girare il sequel di un film molto fortunato per sfruttarne la scia, The Look of Silence si rivela importante, fors’anche necessario. Una sforbiciata di quindici-venti minuti avrebbe giovato. Openheimer è regista minuzioso, ma non proprio fornito del dono della sintesi (lo si vedeva anche in TAOK). Tra i produttori esecutivi anche stavolta, come nel film precedente, c’è Werner Herzog. Platea scossa e abbastanza plaudente al press screening (parlottando qua e là, mi sono reso conto non senza sorpresa di come molti The Act of Killing non l’avessero mai visto).

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