VeneziaFestival2014: i 6 film che ho visto oggi, lunedì 1 settembre (e voti relativi)

'Villa Touma'

‘Villa Touma’

ore 9,00: Il giovane favoloso di Mario Martone. Venezia 71-Concorso. Voto tra il 6 e il 7
Applausi convinti stamattina al press sreening in sala Darsena. Però mica a tutti è piaciuto, anzi ho orecchiato a fine proiezione molti commenti negativi. In my opinion, un film buono assai, un biopic di Giacomo Lepardi che evita parecchi scogli, quello dell’agiografia in primis, e dei cliché su di lui consegnatici negli anni di scuola. Martone punta sul Leopardi disincantato osservatore degli umani e della storia, sulla sua disillusione, sul suo sguardo fermo e stoico, insomma su quello che passa volgarmente per pessimismo leopardiano ed è invece cosa più nobile. Ma a questo nucleo aggiunge troppa roba, non sempre così necessaria. Troppo lunga la parte di Recanati, mentre l’ultima, a Napoli, è sensazionale. Discontinuo, prolisso, avrebbe avuto bisogno di un bisturi in fase di sceneggiatura e fors’anche di editing. Ma con momenti formidabili. Elio Germano ci consegna un Leopardi ribelle rispetto alle convenzioni e al pensiero unico di allora, di oggi, di sempre. La gobba? Non c’è, sostituita da una deformazione del corpo progressiva che Germano rende con una performance immedesimativa da Actors’ Studio di una volta.
ore 11,30: Villa Touma di Suha Arraf. Settimana della critica. Voto 5+
Mi aspettavo di più da questa storia tutta al femminile diretta da una regista palestinese (e però il film è anche di produzione israeliana). 2001, Ramallah, tempo di Intifada. Tre sorelle palestinesi, una vedova e due mai sposate, vivono nella loro villa rimpiangendo le occasioni mancate e rinfacciandosi torti veri o presunti. Tra Cecov e il Woody Allen di Hannah e le sue sorelle e Interiors. Sono cristiane, si sentono parte dell’aristocrazia della città, anche se il denaro ormai è poco. Ma loro vivono come fissate nel glorioso passato di famiglia, hanno modi assai coltivati e occidentalizzati, a rimarcare il loro rango e differenza rispetto a quella che considerano plebe. Le cose cominciano a cambiare quando in casa arriva la giovane figlia del loro fratello morto, fino a quel momento vissuta in orfanotrofio. Alla nipote Badia rinfacciano di essere una selvaggia, una zotica, la matriarca Juliette la obbliga a lezioni di piano e di francese, si dà da fare per trovarle un marito tra le famiglie cristiane della città. Ma i buoni partiti scarseggiano, e Badia va a innamorarsi del ragazzo sbagliato, un musicista musulmano. Saranno guai. Il film sprofonda in pieno nella convenzione del genere ‘fim di una donna sulle donne rivolto alle donne’, con inevitabile lamento e pagnisteo su quant’è dura signora mia la condizione femminile ecc. ecc. Da questo punto di vista, un film perdibile. Se una visione se la merita è per tutt’altri motivi, per come ci fa conoscere il microcosmo dei palestinesi cristiani, un tempo élite in quella parte di Medio Oriente, francesizzanti, omologati ai modi, alle mode e agli stili europei, ora minoranza in declino, che rischia di scomparire insieme alle proprie memorie e ai propri riti sociali. Ormai, si lamentano le tre sorelle, di uomini cristiani sposabili in città non ce ne sono quasi più, sono andati tutti via, negli Stati Uniti.
ore 14,45: Tsili di Amos Gitai. Fuori concorso. Voto 7
A certi autori si perdona tutto, almeno io perdono tutto. Uno è Amos Gitai. Lo amo nonostante nonostante faccia di tutto per non farsi amare e tenerci tutti a distanza, lo amo perché nei suoi film c’è ancora quel profumo di avanguardia anni Sessanta e dintorni, quando la nouvelle vague non era ancora vecchia e le rivoluzioni si facevano anche al cinema (ed erano meglio di quelle fatte nelle piazze). In Tsili per il primo quarto d’ora vediamo solo una ragazza inselvatichita errare in una boscaglia, nutrirsi di bacche, raccogliere arbusti. Arriva poi un giovane uomo. Apprendiamo (da lui) che sono tutti e due ebrei: lei è sopravvissuta non si sa come ai rastrellamenti nazisti, lui è scappato da un campo. Siamo forse in Polonia, o in Ucraina, o in Bucovina, o in Galizia. I due si coalizzano per sopravvivere, diventeranno amanti. Più tardi vediamo lei, Tsili, sola, senza Marek. La vediamo incontrare una colonna di profughi. Capiamo a malapena che sono anche loro ebrei sopravvissuti ai lager e intenzionati a raggiungere la Palestina. Una voce fuori campo ci racconta in yiddisch la storia di Tsili e qualcosa di quanto sta succedendo. Non succede quasi niente, e niente ci viene spiegato. Gitai realizza un film assolutamente antinarrativo, appartenendo a quella categoria di cineasti secondo cui lo storytelling è sempre qualcosa di assai basso e volgare. Ma bisogna prenderlo per quello che è, Amos Gitai, anche perché qua e là ci regala del cinema meraviglioso, come quella scena dell’uomo col violino, un’icona della cultura yiddisch, con sullo sfondo la colonna dei profughi che avanza, il tutto su schermo gigante. Da un libro di Aharon Appelfeld, di cui è rimasto sì e no lo scheletro. Il resto è Gitai.
ore 16,30: Les nuits d’été di Mario Fanfani. Francia. Giornate degli autori. Voto 4 e mezzo
Il cinema queer approda a Cineasti del presente con un film preceduto da un buzz assai insistente. Invece, delusione. Nella Francia del 1959, con la guerra d’Algeria che si porta via la meglio gioventù, assistiamo a storie di drag queen, e in particolare a quella di un notaio-sindaco sposato a una donna bella intelligente e con figliolo a carico. Il quale però in incognito veste abiti femminili. La rievocazione dei cabaret gay di allora è ottima, la messinscena assai accurata, i pezzi musicali con le drag meravigliosi. Ma il film è di una correttezza politica asfissiante, incrociando il diritto alla diversità con il pacifismo anti-intervento in Algeria. E trasformando il gruppo delle travestite in quasi-militanti politiche. D’accordo che loro lo fanno per salvare tanti bei giovani dal massacro, ma non basta a farci digerira questo film così programmaticamente, pesantemente ideologico, pur nella sua apparente svagatezza.
ore 19,30: Nobi (Fires on the Plain – Fuochi nella pianura) di Shinya Tsukamoto. Venezia 71-Concorso. Voto 8+
Il culto di Tetsuo continua a colpire: al solo apparire del nome di Tsukamoto nei titoli di testa è scoppiato un applauso fragoroso, soprattutto da parte dei ragazzi cinefili. Fuochi nella pianura ha confermato in pieno la statura del cineasta giapponese. Potrebbe vincere il Leone d’oro, ma è più probabile che, estremo com’è, si porti a casa un premio specialo o per la regia. La guerra è un orrore, anzi un horror. WWII, da qualche parte del Pacifico: odissea di un soldato giapponese tubercolotico, mentre gli americani bombardano e avanzano, nella foresta i guerriglieri tendono agguati, e la follia si impossessa dei pochi giapponesi sopravvissuti. Ma a Tsukamoto non gliene frega niente di girare l’ennesimo bellico sulla guerra nel Pacifico, tantomeno di girare un film bellico austero e zen tipo L’arpa birmana. A lui la guerra interessa solo come innesco e pretesto per le sue ossessioni, come gran cantiere di paure, visioni alterate, incubi spaventosi, ferite, ulcerazioni, lacerazioni, menomazioni, squartamenti. La sequenza più impressionante vede corpi che saltano, vanno a pezzi, braccia e gambe che si staccano, cervelli che schizzano e si riducono a poltiglia. Non manca nemmeno il cannibalismo. La guerra è, letteralmente, un’allucinazione perversa. Nel suo estremismo, rigorosissimo e coerente. Uno dei cult di questo festival. Remake a modo suo di un classico di Ken Ichikawa del 1959, a sua volta tratto da un romanzo di Shohei Ooka.
ore 22,15: Jayuei onduk (Hill of Freedom – La collina della libertà) di Hong Sangsoo. Sud Corea. Orizzonti. Voto 8 e mezzo
Io di questo film, il mio sesto di oggi, son caduto innamorato. Uno dei più belli visti finora a questo VeneziaFF, da inserire nella categoria delle meraviglie incomprese insieme ai film di Christophe Honoré e Quentin Dupieux. Un giovane uomo giapponese di nome Mori ritorna dopo due anni in Corea, a Seul, per ritrovare la ragazza amata e poi perduta. Le ha scritto, le lascia biglietti nella cassetta della posta, ma lei non si fa viva. Intanto conoscerà altre persone, e un’altra donna. Mori è convinto che il tempo sia una convenzione, che la separazione tra passato, presente e futuro non esista e sia solo una proiezione del nostro cervello. Il film è l’applicazione di questa teoria. Quella che sembra una storia semplice man mano si scompone e si complessifica e si sfrangia. Non sappiamo se quanto vediamo sullo schermo sia accaduto ieri, stia accadendo adesso o potrebbe accadere domani. Hong Sangsoo prosegue, dopo In another country e Our Sunhi, la sua personale esplorazione sul caso e la necessità, sulle plurime possibilità e pieghe di quella cosa che chiamiamo realtà. Ma lo fa con garbo e leggerezza infiniti, senza spocchia autorialistica, senza grevi intellettualismi. E con questo film realizza il suo L’anno scorso a Marienbad. Alla fine gelo e zero applausi. Hong Sangsoo continua a essere rigettato e malcompreso dal nostro pubblico, e anche da molta critica.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.