Recensione: LUCY è il solito vorrei-ma-non-posso di Besson. Però c’è Scarlett

LLucy, un film di Luc Besson. Con Scarlett Johansson, Morgan Freeman, Min-sik Choi, Amr Waked. Voto 3 e mezzo
lucy04LCon tutto l’amore che provo per Scarlett Johansson, ero assai ben disposto e mi aspettavo un action di livello massimo. Invece Lucy è proprio una bufala, uno sgangheratissimo B-movie malato di quel wannabismo tutto luc-bessoniano che consiste nel voler sfidare il cinema americano sul suo terreno però con mezzi visibilmente ridotti e troppe furbate a mascherare le lacune. Per dire, Taken 1 e 2 (da lui prodotti), per quanto abili fossero stringevano il cuore per l’evidente pochezza delle location, per il numero degli attori ridotti al minimo, per le riprese fracassone però in location piccole piccole, una versione cafona e con le pezze al culo di Bourne (poi, vero, i Taken hanno incassato l’iradiddio anche sul mercato americano, e allora alla fine ha vinto lui, Besson). Lucy è la stessa cosa. Immaginatevi cosa ne avrebbero cavato Nolan o una Marvel/Disney Prodution, e invece. Una ragazza americana che se ne sta a Taiwan (oggi a Locarno son stati due i film ambientati a Taipei) a studiare non ho capito cosa – forse il cinese -, si ritrova schiavizzata da una turpe masnada di narcotrafficanti cinesi, in un ambiente di Oriente lurido e minaccioso simil-Solo Dio perdona di Refn, solo che purtroppo Refn non c’è. Senza quasi rendersene conto la povera Lucy si ritrova impiantato in pancia un sacchetto di una nuova droga micidiale che si vuole esportare in Europa e lì testare su mercato. Una povera corriera (della droga). Solo che, presa a calci da uno della banda, si ritrova con la pancia devastata e successiva fuoruscita della droga e sua entrata in circolo (con Besson che non ci risparmia la visione su grande schermo della sostanza che passa nelle viscere poi nel sangue ecc., come in un educational animato). Siccome trattasi di una rara sostanza rilasciata al feto dalla madre in dosi infinitesimali acciocché il nascituro potenzi le proprie facoltà e solo adesso riprodotta sinteticamente in laboratorio, ecco che la Lucy da normale, tremebonda studentessa si trasforma in una superdonna dai superpoteri. Che poi Besson ha l’insana idea di accompagnare le evoluzioni e anche le convulsioni della sua storia con il prof. Morgan Freeman e le sue spieghe darwiniane evoluzioniste sul come e il perché finora signora mia l’umanità abbia usato solo il 20 per cento dei suoi neuroni, e chissà cosa succederebbe se il tasso di utilizzo aumentasse. Che è quanto per l’appunto sta succedendo alla Lucy. Man mano che quella cosa là fa effetto eco che vediamo gigantografata sullo schermo la percentuale di uso dei suoi neuroni: 3o per cento, poi 40, poi 5o, e su su su. A ogni salto di livello la Lucy sviluppa un potere sempre nuovo, sempre diverso, sempre più devastante. Finendo col far fuori tutti i mafiosi che l’han messa nei guai. L’idea sarebbe anche caruccia, puro fumetto, puro manga, puro videogame, e non ci sarebbe niente di male, solo che Besson ha la pessima idea di andar giù con una rozzezza da maniscalco, alternando con filmatacci darwiniani tipo leone-azzanna-e-magna-gazzella da Discovery Channel in replica ferragostana, o forse voleva fare il figo alla Terrence Malick di The Tree of Life, nel senso che facciam parte tutti dello stesso ciclo cosmico, ma non è nemmeno Malick. In più i poteri di Lucy son confusissimi, e e da un certo punto in avnti non si capisce più bene in che consistano. Che poi tutto finisce in una superchiavetta Usb in mano a Morgan Freeman, mah. La SuperLucy ricorda ahinoi i peggiori momenti della Linda Blair sputapiselli di L’esorcista, o la Carrie lanciacoltelli con la forza della mente del film Brian De Palma. In fondo, di interessante c’è che la ben nota ossessione di Besson per le superfemmine armate e con palle (Nikita ,ovviamente, ma anche a modo suo la Aung San Suu Kyi del suo The Lady era una superdonna) qui raggiunge il suo massimo storico. Scarlett Johansson è un’altra, e la definitiva, delle reincarnazioni bessoniane della Grande Madre, della dea mesopotamica Ishtar, dell’egizia Iside. Però son cose da antropologia e picoanalisi junghiana, perché mai dovremme vedercele in forma così sgangherata al cinema?
L

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