Recensione. TUTTO PUÒ CAMBIARE, un insopportabile musicalino finto-indie

BTutto può cambiare (Begin Again), un film di John Carney. Con Keira Knightley, Mark Ruffalo, Adam Levine, Hailee Steinfeld, Catherine Keener, Yasiin Bey.
BLui è un producer musicale già di successo e ora allo sbando. Lei una folksinger appena tradita dal fidanzato popstar. Si incontrano, uniscono forze e debolezze, realizzano insieme un album. Sembra una rom-com, ma è più un musical con pretese da cinema indipendente e alternativo (il regista è lo stesso di Once). Peccato che suoni tutto fintissimo e inattendibile, a partire da Keira Knightley cantante (disastrosa). Arridatece Tutti insieme appassionatamente. Voto 3
(Insopportabile. Un film che mima il cinema indipendente più povero, più marginale e più Sundance per servirci invece una storiuccia da vecchia Disney di rara insulsaggine e grondante miele anche  e soprattutto quando ha la pretesa di restituirci la realtà-così-com’è. Con tanta musica al limite dell’insignificanza chissà perché suonata in cave e club di massimo underground e sperimentalismo newyorkese, ma che perfino la pubblicità della nutella rifiuterebbe per l’eccesso zuccherino. Con Keira Knightley folksinger (“a folky songbird”, The Guardian dixit) che si esibisce in ballads con una vocina tremolante che non si capisce perché l’abbiano mandata allo sbaraglio così, porella, e pensare che io la Keira l’ho sempre adorata. Invece qui non solo pretende di cantare, e lo fa disastrosamente, ma la butta, quando non canta, sull’intenso con un repertorio di faccine e smorfie che neanche la D’Origlia-Palmi e con una carucceria acchiappapubblico femminil-giovanile da prenderla a sberloni. Con un Mark Ruffalo, ormai gonfiatosi sproporzionatamente di muscoli che, se in Foxcatcher con tutta quella mole funziona visto che lì fa il lottatore più o meno libero, qui che è invece un producer indie di musica indie (alla deriva) risulta somaticamente fuori parte. Ci prova comunque con mestiere Ruffalo a fare il maledettissimo di talento, il producer che un tempo fondava labels innovative e di gran successo e scopriva artisti veri, oggi estromesso dalla sua stessa (ex) azienda per fallimenti molteplici e soprattutto per ubriachezza assai molesta. Ecco, siamo nel sottosuolo della musica de’ New York, con questo signore di nome Dan che si cerca la sua rivincita professionale e privata (anche il matrimonio è andato in vacca da tempo, e nemmeno la figlia teenager ormai se lo fila più di tanto, perdipiù sconcertandolo coll’andarsene in giro vestita come una zoccola russa: “Mi sembri la Jodie Foster di Taxi Driver!” le grida il genitore esasperato dal vederla conciata così, e come dargli torto). Ansioso di risalire la corrente, smanioso di fargliela vedere a quegli stronzi che l’han buttato fuori dalla sua (ex) label, una sera che se ne sta depresso a sbronzarsi in un clubino con musica ecco che il nostro sente la Keira, che di personaggio si chiama Greta, cantare e suonate la chitarra restando incantato da una sua canzoncina moscia moscia e mosciamente eseguita che chissà perché a lui pare sublime. Tanto da vederci subito l’occasione del riscatto. La tampina, le offre la propria consulenza, e “insieme faremo grandi cose, piccola. Basta che ti fidi di me”. Lei mica tanto si fida di quell’alcolista, lei che ormai non si fida più di nessuno, da quando il suo ragazzo, che poi è una popstar di quelle grosse, di quelle che vendono, fanno soldout e fanno i soldi, l’ha cornificata con una squinzia, e lei, Greta, se ne è andata via sbattendo la porta (ah sì, dimenticavo: l’ex fidanza lo interpreta l’Adam Levine dei Maroon 5, l’unico a saper cantare davvero in questo film, piaccia o meno il come lo fa). Tant’è che, delusa, la Greta sta per tornare a casa in Inghilterra, mollare tutto, ex fidanzato e sogni di sfondamento nello showbiz americano. Poi però all’ultimo secondo accetta la corte professionale del decaduto producer e comincia con lui a progettare un album. Che, genialata (insomma, ecco), verrà tutto registrato live mica in studio, ma in giro per New York, con tanto di rumori di fondo a dare il senso del vero che più vero non si può. Neorealismo musicale. Che poi è il pretesto per mettere in piedi questo musicalino da strada, con Keira che canta sempre oltraggiosamente, anche se qua e là spunta qualche canzoncina vicino alla decenza. Non vi dico come va avanti la cosa e come va a finire. Dico solo: non è la rom-come che a un certo punto sembra essere, è semmai un qualcosa vicino a È nata una stella, però più consolatorio. John Carney, il regista, è lo stesso di quell’Once – storia tra un busker irlandese e una ragazza venuta dalla Repubblica Ceka – che anni fa ebbe nel circuito angloamericano un gran successo portandosi pure a casa l’Oscar per la migliore canzone, più vari altri premi in giro per il mondo. Con questo Begin Again riapplica la ricetta, solo con un budget un po’ più corposo e due star al posto degli sconosciuti di Once. Star che immagino abbiano accettato subito la proposta perché, si sa, con ruoli in piccoli film molto indipendenti ci si può sempre emendare dei blockbuster precedenti e rafforzare la propria immagine di star anti-star, e chissà mai che ficcandosi addosso degli straccetti non arrivi qualche premio importante, ché le giurie son sempre sensibili allo spettacolo del divo che si mette in gioco. O finge di farlo. La figlia di Mark Ruffalo è l’Hailee Steinfeld del Grinta dei Coen, ormai diventata un donnone. Le canzoni sono di Glen Hansard e del frontman dei New Radicals Gregg Alexander.

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2 risposte a Recensione. TUTTO PUÒ CAMBIARE, un insopportabile musicalino finto-indie

  1. Anonimo scrive:

    Luigi, io ti adoro!
    e non mi perdo mai una delle tue recensioni!
    continua così 😉

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