Film stasera sulla tv in chiaro: MADAGASCAR 3: RICERCATI IN EUROPA (sab. 25 ott. 2014)

Madagascar 3: ricercati in Europa, Italia 1, ore 21,10.
Madagascar 3: ricercati in Europa. Regia di Eric Darnell, Tom McGrath, Conrad Vernon. Sceneggiatura di Noah Baumbach, Eric Darnell.
Frenetica, ipercinetica, arrembante terza puntata della saga degli animali fuggiti dallo zoo di New York. Che, a sorpresa, adesso sono stufi della libertà in Africa e non vedono l’ora di tornare nella loro comoda prigionia a Manhattan. Così si aggregano a un circo con la speranza di essere riportati in patria. Ci si diverte molto, le trovate si susseguono a ritmo vertiginoso, anche troppo. Voto 6 e mezzo

Terzo episodio delle avventure dgli animali dello zoo di New York finiti in Africa in cerca di libertà e selvaggeria. Solo che adesso la nutrita colonia capitanata dal leone Alex e che ha come più ingombranti esponenti la zebra Marty, l’ippopotamo Gloria e la giraffa Melman, sente una gran nostalgia della cattività, di quel loro tranquillo rifugio a Manhattan, là sotto i grattacieli, là tra le mille luci, sempre con il cibo confortevolmente assicurato e mai una cattiva sorpresa, un imprevisto con cui misurarsi. Sicchè, dispersi in una polverosa landa d’Africa che ricorda certe immagini di certi tiggì all’ora di cena sulle peggiori siccità e carestie di quel disgraziato continente, ormai ridotti allo stremo, decidono che è ora di tornare là da dove scapparono, e quando mai. La libertà signora mia ha il suo prezzo, meglio una dolce, irresponsabile prigionia, e già questo sposta il film su territori assai meno banali e ovvii di quanto ci si aspettasse. Un sottotesto per nulla politically correct che suona anche come uno sberleffo, chissà quanto voluto dagli autori, a tutti i sogni e deliri che attraversarono la minoranze afroamericana negli anni Sessanta e Settanta (e un po’ anche oltre) di ritorno alla grande Madre Africa. La cultura giamaicana rasta, per dire, quella del Bob Marley che cantava Hailé Selassié come Dio in terra e vaticinava il cammino all’indietro verso il continente da cui i neri erano stati portati via come schiavi. Si rimane basiti di fronte a questo Madagascar 3 e al fallimento di ogni sogno palingenetico africano, soprattutto avendo visto non molto tempo fa Marley, fluviale doc più interessante che bello sulla vita del re del reggae. La banda dei nostri adorabili animali, in questo ormai furioso e incomprimibile desiderio di riguadagnare la dorata prigionia manhattaniana, riesce per prima cosa a raggiungere fortunosamente almeno l’europea MonteCarlo, dove già i furbi pinguini del gruppo si sono insediati, e l’approdo nella più Belle Epoque e retrò delle località dell’Occidente europeo è già un bel vedere, con parecchio effetto di straniamento rispetto alle precedenti plaghe subsahariane. I disegnatori riescono subito a riempirci la vista con le volute liberty del Casinò e la sua opulenta clientela in gioielli e couture, finchè i nostri mettono in allarme la perfida gendarmessa DuBois, la quale si dà per missione quella di catturare il povero buon leone Max e gli si mette alle costole implacabilmente. Il resto del film sarà la caccia per mezza Europa della tremenda, furbissima, cattivissima signora della legge alla banda fuggita dallo zoo e in attesa di tornarci. L’occasione i nostri eroi la trovano a Roma allorché incrociano un circo spagnolo scalcinato che ha visto tempi migliori e vi si aggregano fingendosi circensi pure loro (mica vero, ovvio), finché dopo alti e bassi, e più  bassi che alti, riusciranno a farsi ingaggiare tutti insieme da un truce impresario per un tour a New York. L’incontro con il circo consente al film di introdurre nuovi animaleschi personaggi, in primis la deliziosa, bellissima e assai sofisticata felina Gia e il contorsionista tigre russo-siberiano Boris, bestione in preda alla depressione e alla disistima di sè (è il character migliore di tutto il film, quello cui ci si affeziona di più per via del suo misto di forza e fragilità). Ma il finale ci riserverà altre sorprese. Ora, io non sono un cultore dell’animazione, né di quella vetusta, né di quella di nuovo o seminuovo conio che ha reinventato il genere anche grazie alle nuove tecnologie digitali, dico i Pixar movies e i prodotti, come Madagascar, della Dreamworks. Non mi sdilinquisco di fronte a certi film usciti da questa perfettissima macchina produttiva che riescono ad accontentare i piccini, gli adulti, e il piccino che c’è in ogni adulto, grazie a plot multistrato, ricchi di doppi e tripli e quadrupli livelli di lettura, che possono essere fruiti nella loro aparente linearità narrativa ma anche per la selva di tutte le loro allusioni, citazioni, clin d’oeil all’animazione passata, al cinema passato, alla narrativa popolare e pure sofisticata. Ecco, io tra un’animazione come Toy Story o Up e un film live action, preferisco sempre il secondo, sarà che son tradizionale, ecco. Allora questo Madagascar 3? Anche se non posso dirmene entusista, ammetto che mi ha divertito molto, alcuni momenti sono francamente irresistibili (la DuBois che canta Non, je ne regrette rien di Edith Piaf è il picco), le trovate sono in quantità mostruosa e si susseguono alla velocità di una raffica di un Uzi israeliano, alcune meglio altre meno, però insomma non è un film dal braccino corto, molto si concede e molto concede, è generoso nel suo intento di divertirci, non si tira indietro, non lesina, non risparmia, e questo è un bene. Alcuni passaggi sono inverosimili anche per il più antirealistico dei cartoni, e il dinasmismo folle, l’ipercinesi da mancanza di ogni terapeutico Ritalin, dominano incontrollati. La velocità di fughe, arrembaggi e inseguimenti e cascatoni varca soglie di irragionevolezza mai raggiunte e tende a fare di questo film un parente stretto dei più frenetici videogame. Ne soffrono, in questa festa iperbolica, i personaggi, che replicano i propri se stessi dei film precedenti e vengono pochissimo approfonditi e complessificati. L’action prevarica e stritola tutto il resto, come in un Expendables qualsiasi, il che è strano per com’era nata la saga. Però la vista si riempie, eccome, ogni tanto si ride anche di cuore. La parte italo-romana con tanto di inevitabile Colosseo non risparmia i cliché sul nostro paese (i poliziotti baffuti e un po’ torpidi e pigri), ma tutto sommato rimane al di sotto della soglia consentita di stereotipi e non disturba più di tanto (in From Rome with Love di Woody Allen andava peggio). Allora non lamentiamoci, via, e divertiamoci. Uno degli sceneggiatori è nientemeno quel Noah Baumbachregista-autore del meraviglioso Frances Ha, una delle cose migliori che si sian viste al cinema da un bel po’ di tempo in qua.

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