Film-recensione: BUONI A NULLA. Si perde l’incanto dei due precedenti film di De Gregorio

"Buoni a nulla" regia Gianni Di GregorioBuoni a nulla, un film di Gianni De Gregorio. Con Gianni De Gregorio, Marco Marzocca, Valentina Lodovini, Daniela Giordano, Marco Messeri, Gianfelice Imparato, Anna Bonaiuto, Camilla Filippi, Giovanna Cau, Ugo Gregoretti.
"Buoni a nulla" regia Gianni Di GregorioDopo Pranzo di ferragosto e Gianni e le donne, siamo al terzo episodio del romanzo del signor Gianni, everyman romano romanissimo di finta indolenza e vero disincanto, e dai modi assai urbani. Cui stavolta tocca traslocare dall’ufficio di Roma centro in un vitreo palazzotto oltre il raccordo anulare. Un’altra prova della finezza, della capacità di osservazione e racconto di De Gregorio. Solo che stavolta il carattere peincipale cambia e si trasforma in una specie di Fantozzi. E non era il caso. Voto 6 meno
"Buoni a nulla" regia Gianni Di GregorioDelusione, diciamola tutta. Dobbiamo già ridimensionare il caso Gianni De Gregorio? Sarebbe un peccato, suvvia, dopo i molti godimenti e i sottili piaceri – di cui è così parca dispensatrice l’italian comedy d’oggigiorno – che il nostro autore-attore ci aveva procurato con i suoi precedenti Pranzo di ferragosto e Gianni e le donne. Sorprendendoci con le minuscole disavventure dell’uomo qualunque signor Gianni, interpretato dallo stesso De Gregorio pescando, così almeno ci era parso, un qualcosa nella sua stessa storia personale, e se quei due film non erano per niente atobiografici comunque lo sembravano fortemente, per via della sottolineata coincidenza del nome tra personaggio e attore-autore, per l’uso quali interpreti di persone di famiglia o vicine, per gli ambienti che tutto ci portava a pensare essere proprio gli stessi dello stesso De Gregorio. Bellissimi appartamenti nella Roma storica in palazzi meravigliosamente délabré e densi di memorie di generazioni e generazioni, e modi gentili e signorili assai del protagonista (questa non è la Roma della suburra), perfino una lingua di inflessioni sì romane ma come lieve, liquida, elegante. Non senza una qualche sprezzatura dandistica. E piccole storie fatte di niente e però divertentissime per la misura, il tatto, il tocco, il garbo, la finezza, l’eleganza con cui erano raccontate e messe in scena. Il signor Gianni, everyman dai modi sornioni e dal cuore buono, anche troppo generoso al punto da venire intrappolato da vicini e parenti sempre molto demanding e impiccioni, sempre lì a disturbarlo, a chiedergli, a molestarlo, a spronarlo al fare, lui che ama l’impigrirsi, l’oblomovismo sorridente, l’abbandonarsi contemplativo al flusso di cose e persone che la vita ti serve per caso. E lui a difendersi, anzi a non difendersi per niente assecondando l’onda, cercando di galleggiare, sempre sorridendo, senza mai alzare la voce. Un passivo disincantato, un inerte felice, Gianni, e però strattonato da un fuori, da un esterno, umano e anche non umano, di cose e impegni e scadenze e guai, fino a dover uscire dalla tana. Poi, le sue adorate e adorabili vecchie, diventate una presenza-marchio sia di Pranzo di Ferragosto che di Gianne e le donne. No, non ottuagenarie, ma nonagenarie e ormai vicine al secolo, scovate chissà dove e in quale casting, ancora vogliose di divertirsi, godersi la vita, farsi belle, dispensare non saggezza ma capricci, e lui, Gianni, voluttuosamente e masochisticamente al loro servizio. Ecco, a un milanese come me un universo come quello raccontato da Gianni De Gregorio nei suoi primi due film mi è sempre parso esotico come l’India dei marajà, dunque fascinosissimo e soggiogante. Mi aspettavo perciò molto da questa terza puntata del romanzo del signor Gianni, pronto ad assaporarmi quegli interni in penombra al sentore di muffa, le anziane signore prepotenti e fantastiche. Invece, di quel mondo, di quei film, è rimasto poco. Ormai Gianni è una maschera che si è totalmente autonomizzata e emancipata da quel che era ai suoi stessi esordi, e che con la biografia del suo autore Gianni De Gregorio ha ormai ben poco da spartire, praticamente niente In questa terza puntata si è trasformato in un nuovo Fantozzi, nell’incarnazione ennesima dell’archetipo del Monsù Travet, anche se più fine e garbate e con tratti assai etnicamente romani. Per carità, ci si diverticchia, si sorride qua e là per la capacità sempre notevole di osservazione del regista-autore-attore, per come GDG sa combinare il cast e servirci irresistibili cameos (penso alla vicina bisbetica, l’unica a ricordare in questo film le grandi vecchie dei due precedenti), per la qualità della scrittura e dei dialoghi, che riescono a intercettare il reale e suonare credibili, ed è un miracolo raro nel nostro cinema. Però il resto ahinoi è abbastanza qualunque, spento, prevedibile, normalizzato nel senso di medietà, di sicuro un po’ meglio della commedia italiana di oggi, ma senza grosse invenzioni.
Gianni, ormai stabilmente separato e sempre impiegato in un ufficio pubblico, già pregusta l’imminente pensione, che, calcoli alla mano, dovrebbe scattare di lì a pochi mesi. Ma non ha fatto i conti con le riforme e le Fornero, e una mattina gli viene comunicato che per andarsene deve aspettare quasi quattro anni. Una botta. Non bastasse, lo trasferiscono dal suo storico ufficio in un palazzo umbertino di Roma centro in un postaccio tutto vetroacciaio oltre il raccordo anulare. “Oltre il raccordo anulare?”, sbianca il povero Gianni, che è come dirgli che lo deportano in Siberia, oltre i confini ultimi della civilizzazione. Eccolo nel nuovo ufficio “al Torino”  (è la zona), con vista sul raccordo e vari ed eventuali shopping center, con nuovi colleghi, una capa jena in carriera con cagnolino minuscolo e molesto e un impiegato-lacché pronto a ogni servizio e ogni umiliazione per ingraziarsela. A occupare la scrivania accanto c’è Marco, un quarantenne di buon cuore e sgobbone regolarmente bistratto dai colleghi e dalla vita (Marco Marzocca, il vero vincitore del film). E sfruttato dalla dirimpettaia, la bonissima Cinzia (difatti è la Valentina Lodovini dal ricco décolleté) che, facendogliela balenare senza mai concedersi, gli smolla il lavoro. Intorno, altre figure e figurine. Ecco, il teatro è questo, alquanto già visto. Seguiremo Gianni alle prese con la capa e soprattutto con Marco, che man mano assume dignità di deuteragonista, cone le sue imbranataggini e il suo cieco amore per l’opima Cinzia. Feste dopolavoristiche ballando tanghi e altri strusciamenti latinoamericani, e così via. Puro Fantozzi reloaded. Questo Gianni ha perso l’anima rispetto ai primi due film, facciamo fatica a riconoscerlo, è lui e non è lui, anzi è sempre meno lui. Nel momento in cui trasloca e lascia la casa di Roma Centro, e l’ufficio di Roma Centro, si emancipa anche dal suo passato filmico e diventa il protagonista di altre storie, altre avventure che con le precedenti poco hanno ormai da spartire. Buoni a nulla segna la definitiva serializzazione di Gianni, ormai carattere da replicare e applicare in mille possibili storie e sottostorie. La maschera ha divorato il suo attore, come nel primo Chaplin, come in Tati. Solo che adesso ci interessa molto meno. Rivogliamo le novantenni civettuole e imperiose, vogliamo quegli appartamenti minuscoli e soffocati della vecchia Roma, quei cortili dove intravedi nello sfascio il passaggio della Storia. Rivogliamo Pranzo di Ferragosto e Gianni e le donne. A Gianni-Fantozzi e ai suoi colleghi non riusciamo a interessarci davvero.

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