SILS MARIA: recensione. Uno dei migliori film dell’anno. Un sinuoso, sottile, ansiogeno melodramma con signore

Sils Maria, un film di Olivier Assayas. Con Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloë Grace Moretz, Angela Winkler, Lars Eldinger.
196691ce27ad1504756e19fc96c959bb195ffc1-700x382Un’attrice torna a teatro nella pièce che vent’anni prima l’aveva lanciata, ma stavolta nel suo ruolo di allora c’è una giovane rampante attrice. Mentre a lei tocca la parte della matura signora che della ragazzina si innamora disperatamente. Assayas ripropone le atmosfere di certi classici melodrammi hollywoodiani per signora, e lo fa con molta classe, molta eleganza, molto amore per il cinema. L’ansia per il tempo che passa, le rivalità e le solidarietà femminile. Il mistero alimentato dalla natura dominante e sovrastante delle Alpi svizzere. Voto 8+
243467Non mi aspettavo granché da Olivier Assayas, dopo la parziale delusione del suo precedente Aprés Mai sui postumi del maggio francese. Invece questo morbido, sinuoso, sottile psico-melodramma è una buonissima sorpresa, un omaggio ben riuscito – anche se con qualche lacuna di sceneggiatura, qualche domanda lasciata sospesa – al grande cinema classico hollywoodiano per signora, quello delle Bette Davis e delle Joan Crawford, delle Katharine Hepburn e delle Rosalind Russell. Con rivalità femminili serpeggianti ed esplodenti, nevrosi sopra e sottotraccia, e il mestiere d’attrice a catalizzare paure, angosce, a ridestare fantasmi del passato, a materializzare mostri dell’inconscio. E però capace di andare oltre quel genere per farsi partita assai complessa sul cangiare delle identità, i loro slittamenti. Prima parte perfetta, poi la seconda troppo dilatata, e indecisa sul percorso da prendere, ma alla fine si resta soddisfatti di quest’opera che sa contemporaneizzare astutamente parecchi generi tradizionali anche abbastanza desueti (son cose che di solito pratica solo Almodóvar, in tutt’altri modi però rispetto ad Assayas). Un’attrice di teatro e cinema, Maria Enders (Juliette Binoche), e la sua assistente-segretaria (Kristen Stewart), stanno aattraversandoi in treno la Svizzera per raggiungere il commediografo grazie al quale vent’anni prima Maria è diventata famosa. Il personaggio era quello di Sigrid, una ragazza che portava alla disperazione per amore e poi al suicidio una donna più grande di lei, ricca e socialmente affermata. Titolo, Il serpente della Maloja, da un particolare, e inquietante, fenomeno meteorologico che ogni tanto si palesa da quelle parti delle Alpi. Un play dalle profonde consonanze cona Le lacrime amare di Petra Von Kant di Fassbinder (Assayas lo avrà tenuto d’occhio?). Da tempo si parla di un sequel del Serpente, ma il commediografo, proprio mentre l’attrice sta per raggiungerlo e per discutere di quella eventuale parte seconda, muore, ufficialmente per un infarto, in realtà suicida. A Maria intanto arriva la proposta di un giovane regista di riprendere Maloja Snake in teatro a Londra, ma stavolta nella parte della perdente, la quarantenne innamorata della ninfetta Sigrid. La quale sarà invece interpretata da una giovane attrice di Hollywood più celebre per i suoi oltraggiosi comportamenti pubnlici e le sue turbolenze private che per i suoi film, diciamo una specie di Lindsay Lohan (è Chloë Grace Moretz). Maria è perplessa, ha paura, accettare significa anche dichiare quanto tempo sia passato da allora e quanto sia invecchiata. La spinge ad accettare la sua assistente, la sua ombra, una ragazza assai intelligente che sembra però nascondere qualcosa (è la Kristen Stewart di Twilight, vi assicuro bravissima). Intanto con lei ha raggiunto Sils Maria in Engadina, dalle parti di Sankt Moritz, dove viveva il commediografo, luogo già amato da Nietzsche, e dov’è sepolto difatti, e carico di infinite suggestioni letterarie. Il soggiorno a Sils Maria si trasforma in periodo di studio e di prove, con la segretaria a simulare la parte di Sigrid. Lunghe passeggiate nei boschi insieme e tra le montagne sopra il paese, ambiguità tra le due. Finché un giorno Maria rischierà di perdersi in montagna e di morire. La rivediamo a Londra, durante le prove di Maloja Snake, con la giovane rivale venuta da Hollywood, e ci saranno eventi imprevedibili. Il film non si scatena mai in aperto melodramma, Assayas preferisce le allusioni, i veleni sottili eppure micidiali, le ombre e le penombre, l’evocazione dei fantasmi inconsci. Ha qualche esitazione di troppo in certi snodi narrativi che pure dovrebbero essere cruciali (chi era davvero l’assistente-segretaria e perché a un certo punto scompare dal film?) e il finale non ci dà le risposte che ci si aspetta. Ma i personaggi sono costruiti con grande sapienza e finezza, compresi quelli collaterali, come la vedova del commediografo (la gloriosa Angela Winkler di tanto cinema tedesco anni Settanta), la giovane attrice, il suo boyfriend scrittore. Ci vuole molto amore per il cinema per realizzare un film così esatto nelle atmosfere, così elegante e anche così ambiguo. Nelle riprese dei paesaggi alpini si sente l’eco dei bergfilm tedeschi tra le due guerre, e lo stesso titolo è un omaggio al documentario del 1924, Il fenomeno del Maloja, girato da uno dei pionieri del genere, Arnold Fanck. Un film raro, molto lontano dal cinema mainestream oggi padrone delle sale, da vedere assolutamente. Film che dalla sua prima mondiale allo scorso Cannes – era l’ultimo film in concorso e la sua proiezione purtrppo cadde in un clima già distratto e di smobilitazione – non ha smesso di guadagnare considerazione, e che nel mio ricordo è notevolmento cresciuto da allora fino a diventare uno dei miei preferiti di questo 2014.
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