TorinoFilmFestival32 day by day. I 4 film che ho visto domenica 23 novembre

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The Duke of Burgundy di Peter Strickland. Torino 32 (Concorso)
In una qualche parte dell’Europa di mezzo, in una villa stracolma di farfalle infilzate sottovetro, una relazione padrona-serva molto, molto morbosa. Con lesbismi rétro che ormai non usano più, e che il regista Peter Strickland ricalca sui modelli lontani di Tinto Brass, Walerian Borowycz, Lucio Fulci. Formidabile la prima parte, poi il film si incarta e non va da nessuna parte. Peccato. Però il buono è molto buono. Voto 7 meno
N-Capace di Eleonora Danco. Torino 32 (Concorso)
Eleonora Danco, teatrante, al suo primo film assembla un po’ di documentario, un po’ di autobiografismo, un po’ di surrealtà. Un miscuglio che non si amalgama mai. Pessima la parte con la signora scarmigliata che si aggira per strade e campagne, qua e là divertenti invece le interviste a anziani, adulti, giovanotti e giovanotte di Terracina, la hometown della Danco. Mah. Voto 5 meno
The Babadook di Jennifer Kent. Torino 32 (Concorso)
Il babbo è morto portando in ospedale la mamma a partorire. Chiaro che il figlioletto nato in quella notte di tragedia qualche turba ce l’abbia. Definirlo bambino difficile è garbato eufemismo. Dove va combina disastri. Non lo vogliono più a scuola, i parenti gli chiudon la porta in faccia, la povera mamma non ce la fa più a reggerlo. Storia non così lontana da quella di Mommy di Xavier Dolan. Poi l’infante si mette in testa che Mister Babadook, una specie di Uomo nero, si sia introdotto in casa a portar disgrazie. La mamma dà fuori di testa, forse è posseduta da Babadook forse no. Ovvio che il mostro altro non è che la materializzazione dei fantasmi tenebrosi che ci stanno in mezzo a questa incasinatissima storia tra mamma e figlio. L’horror come visualizzazione dell’inconscio di un rapporto complicato e malato. L’horror come linguaggio per dire il difficilmente dicibile. Alcuni momenti funzionano benissimo. Solo che il film non ha la minima coerenza narrativa, prima l’elemento patologico pare essere il figlio, poi la pazza diventa la madre. Una oscillazione che infragilisce un film altrimenti interessante. Voto 5
Stella cadente di Luis Miñarra. After Hours

Stella cadente

Stella cadente

Una delle poche buone sorprese di un festival finora di molte delusioni, soprattutto nel concorso. Mi ha folgorato questo Stella cadente, opera prima del catalano Luis Miñarra già produttore di Lisandro Alonso e Apichatpong Weeresathukul. Però il suo cinema somiglia di più a quello del suo conterraneo Albert Serra, quadri a camera rigorosamente fissa, tableaux vivants preziosi, ricercati e però pieni di ombra e sotterranee ambiguità. Un film storico che rifiuta il pompierismo kolossal e punta su una ricostruzione da camera, tutta addosso ai personaggi, ai loro corpi e agli ambienti che li contengono. Rievocazione del breve regno di Amedeo di Savoia, uno dei figli di Vittorio Emanueke II, chiamato nel 1870 a regnare su una Spagna in preda alle convulsioni e all’instabilità e pure a tentazione repubblicane. Vicenda di cui, confesso, poco sapevo. Nessuno lo vuole davvero questo sovrano venuto dal Piemonte, non la corte, non i poteri forti chiesa-esercito, non il governo, non il popolo. Intanto attentati e bombe si succedono (è la stagione dei grandi regicidi anarchici) fuori e anhe dentro il palazzo. Amedeo vorrebbe riformare radicalmente il paese, diminuirne la scandalosa ingiustizia e sperequazione sociale. Ma non ce la fa, fors’anche per ignavia e indecisionismo. Il film è, quadro dopo quadro, il ritratto di un re fragile e della sua decadenza, sempre ripreso feticisticamente nelle sue meravigliose uniformi da Opera, circondato da decori sontuosi e barocchi. Damaschi, velluti, arazzi, ori. Perfino una tartaruga tempestata di pietre prezioso. Con molte nudità maschili, molto sesso, compresa la ormai famosa masturbazione del servo con un melone. Voluti anacronismi, con Elle étais si jolie di Alain Barrière, hit dei primi anni Sessanta, a commentare musicalmente l’arrivo a corte della moglie di Amedeo Maria Vittoria dal Pozzo. Per due terzi, vale a dir fino a quando il regista resta in controllo della sua materia e mantiene una misura alla De Oliveira, Stella cadente è un film grande davvero. Poi il pastiche si guasta, il camp e il turgore prendono il sopravvento e il film si svacca un attimo. Ma resta assolutamente da vedere. Voto 8+

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