Festival di Rotterdam: EDEN di Mia Hansen-Løve (recensione). Rave, coca e garage music, ma senza maledettismi

Eden, un film di Mia Hansen-Løve. Con Félix de Givry, Pauline Etienne, Laura Smet, Vincent Lacoste, Vincent Macaigne, Greta Gerwig, Golshifteh Farahani. Sezione LimeLight.Eden_Still02La più chic delle giovani registe francesi racconta quasi vent’anni nella vita di un Dj parigino guru della garage music. Esordi, ascesa, trionfi internazionali, e declino. Il tutto messo in scena con sensibilità e buone maniere. Tant’è che manca ogni odore di zolfo, ogni maledettismo. Tutto, anche il trasgredire, è qui massimamente educato. E rave così composti e bon ton non li si è mai visti. Voto tra il 6 e il 7Eden_Still01Lo inseguivo da un bel po’, essendo Eden uno di quelle cose che-bisogna-assolutamente-vedere di cui si parla e straparla, e finalmente eccolo qui a Rotterdam. A dirla tutta, non mi aspettavo grandi cose. Sarà che, dopo aver visto il flebile e sopravvalutatissimo Un amore di gioventù, non mi considero di sicuro un fan della sua regista Mia Hansen-Løve. Autrice che comunque gode di ottimo credito e supporto nella sua Parigi, da parte soprattutto dei media, virtuali e cartacei, più cool (si dirà ancora branché? mah). Nonostante il mio ben radicato pregiudizio nei confronti della giovane signora, devo ammettere che Eden non è niente male, benché non proprio riuscito. Fluviale (due ore e un quarto: troppo) ricostruzione – dai primi anni Novanta al 2008 – dei migliori e peggiori anni nella vita di Paul, dj di quella musica elettronica che proprio in Francia ha avuto e continua ad avere una sua variante di peso (la chiamavano un paio di decadi fa French touch). Lui e i suoi amici, la radio in cui comincia a lavorare nei primi Novanta (ed è ancora tutto un trionfo di vinile), i primi successi con la garage music nei club, poi la consacrazione se non planetaria certo international con la trasferta a New York a lavorare al PS1, diramazione giovanilistica e fichissima del Moma. Massì, il ritratto di una generazione nata e cresciuta intorno a quella musica, scatenata, popolare ma non dozzinale, anzi sofisticata parecchio. Musica come linguaggio, come espressione dello zeitgeist, come esplorazione del nuovo, anche del dentro di sé. Paul raggiunge un successo grande, anche se i soldi restan sempre pochi e deve continuare a chiederli a mamma, poi comincia con gli anni Duemila il declino. La sua garage suona vecchiotta (“ci vorrebbe la musica che fanno in quel locale lesbico” gli dicono), gli si chiedono altre cose, la compagnia di vari creativi s’è dispersa e spappolata, un amico si è suicidato, lui si riduce a fare il dj per party di compleanno dei petrolieri del golfo. Ascesa e caduta. Un classicissimo Addio giovinezza, con un eterno mai-cresciuto cui a un certo punto la vita comincia a presentare i conti, e che dall’adolescenzismo senza fine è costretto a uscire dalla forza delle cose. Storia di Paul che pretende di essere storia di una generazione, e che è anche quella delle sue tante donne (il ragazzo, benché non strafighissimo, ci ha sempre le più belle intorno, dev’essere il fascino del diggei, e la più simpatica studia teologia). Mia Hansen-Løve, che ha scritto la sceneggiatura insieme al fratello Sven – lui pare essere un esperto di quel mondo, quel suono, quel periodo, e pare che il film sia un riflesso della sua storia -, mette in scena correttamente e con bella partecipazione e naturalezza questo racconto di un ragazzo che è tanti ragazzi, un racconto singolare e insieme corale, di un ambiente, di un’epoca, di una città. Ma, bon chic-bon genre com’è, e così intimamente borghese-parigina (e non è mica un insulto, intendiamoci), Hansen-Løve depura di ogni possibile maledettismo questa piccola epopea. Quel maledettismo che si accompagna sempre alle star della musica, che ne è consustanziale. Sì, il suo Paul, come tutti gli altri, si strafà di cocaina e ne diventa dipendente, ma non perde mai l’aria di ragazzo educato e assai chic, e anche quando si droga lo fa educatamente, ed educatamente ha le sue crisi da junkie. Con quei cashmerini slavati e un filo consunti addosso che sono la divisa del vero giovine gentiluomo, soprattutto parigino (ma pure milanese, se è per questo). Mia Hansen Løve riduce tutto a se stessa, alla sua sensibilità, sloggiando da Eden ogni demone e ogni elemento davvero perturbante. I rave che ci mostra sono i più composti e bon ton e signorili che si siano mai visti, e non solo al cinema. Il mondo dei dj e dei music club resta per lei un mondo di bravi e talentuosi ragazzi che cadono spesso in tentazione, ma senza mai distruggersi davvero, senza mai bruciarsi. Con attori – a partire dal protagonista – dall’aria aristocraticamente qualunque, con corpi non palestrati e di nobile pallore, altro che il buzzurrame imperante. E vedendoli non si può non pensare a tante creature angelicate pur nelle loro cadute dei film di Bresson o di Rohmer. Ecco, Mia Hansen-Løve è quell’ambiente, quello stile. E ci si chiede come mai abbia deciso di misurarsi proprio con la garage music. Interessante la ricostruzione primi anni Novanta, quando ancora c’era il vinile, e nelle case dei ragazzi c’erano libri veri, e si disegnava sui taccuini e non con la computer graphic. Si vedono i Daft Punk degli albori, puntualmente non riconosciuti e bloccati all’ingresso dai buttadentro. Più Greta Gerwig in partecipazione speciale come una delle tante donne di Paul, ed è sempre un piacere vederla.

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