Berlinale 2015. NOBODY WANTS THE NIGHT. Il film di apertura è più che una delusione: è tremendo

Nobody Wants the Night (Nessuno ama la notte), un film di Isabel Coixet. Con Juliette Binoche, Gabriel Byrne, Rinko Kikuchi. In concorso.201510869_1Tremendo melodramma psico-avventuroso nel Grande Bianco del nord profondissimo. Con una signora, siamo nei primi del Novecento, in cerca del marito esploratore partito per il Polo Nord e mai più tornato. Juliette Binoche al suo peggio. Voto 3201510869_3Pensare che l’anno scorso il film di apertura della Berlinale era stato quella meraviglia wesandersoniana di The Grand Budapest Hotel, una festa (e adesso ipercandidato all’Oscar). Quest’anno si fa penitenza, visto che c’è toccato come opening questo melodramma in costume che s’è rivelato molto peggio di quanto già non si temesse. Polpettone, lo si sarebbe chiamato in altri tempi, adesso non si usa più, ma Nessuno ama la notte polpettone è e resta, irreparabilmente. Siamo ai primi del Novecento, all’epoca della corsa esplorativo al Polo Nord ancora non trovato, al chi arriva primo a piantarci la banderina. L’americano Robert Peary si è eclissato con la sua spedizione, non si sa dove sia finito, non si sa se sia vivo o morto, sicché la consorte – una signora della meglio società di Washington di nome Josephine – decide di andare elle même lassù sui ghiacci (siamo tra Canada estremo settentrione e Groenlandia) a cercarlo. Fregandosene di quel che le vecchie e sagge zie sicuramente le avranno detto dissuadendola: ma cara, se un uomo non si fa vivo avrà le sue buone ragioni, perché andare a sfrucugliarlo? Lei no, ostinata, e con quell’arroganza delle grandi dame, imbevuta oltretutto di cultura positivistica e del senso della superiorità della cultura e della tecnica occidentale, e convinta che Dio sia sempre dalla parte di chi lo merita, e lei è convinta di meritarselo. Tutti le dicono di starsene tranquilla a casa, ma lei, prendendosi come guida un rude ranger dei ghiacci (è Gabriel Burne clamorosamente miscast, nell’interpretazione peggiore della sua vita) che della terra e dei modi degli Inuit tutto sa, mette su la sua spedizioncina e via, tra ghiacci e nevi e gelide acque. Ovvii screzi tra i due, e contrasti ancora più ovvii, tra lei che sotto la tenda tira fuori dal baule l’argenteria e i piatti di Sèvres e lui che, fuori, all’adiaccio, si prepara la sua cena frugale. Cose così, passando da un stereotipo all’altro, con gli Inuit che sembrano i bingo bongo di tante africanerie cinematografiche di parecchi decenni fa, però sui ghiacci perenni. La spinta propulsiva che induce Josephine a tale folle impresa è l’amore cieco per il suo Robert, un qualcosa che la colloca tra le pazze d’amore alla Adele H. Ma qui dentro c’è anche il cinema avventuroso di una volta come non si fa più e come non si può più fare (con l’aggravante che Isabel Coixet, chissà perché scambiata per un’autrice di rispetto da fior di critici, non è Herzog, non ha il senso del meraviglioso e del minaccioso naturale), c’è il Joseph Conrad di Cuore di tenebra e qualcosa perfino dello Scola di Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico miseriosamente scomparso in Africa? Josephine conoscerà un’altra donna, un’inuit, e un Robert segreto che mai si sarebb aspettata. Peccato che capisca solo a due terzi di film quello che ogni spettatore di medio IQ ha capito dopo dieci minuti. Nessuna ovvietà ci viene risparmiata, compresa una pomposa musica nei momenti topici. Che son tanti. Juliette Binoche diveggia insopportabilmente come le capita quando non c’è dietro la mdp un regista che sappia incanalarla.

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