Berlinale 2015. Recensione: QUEEN OF THE DESERT di Werner Herzog delude i critici duri e puri, ma potrebbe piacere al pubblico

Queen of the Desert di Wener Herzog. Con Nicole Kidman, James Franco, Robert Pattinson, Damian Lewis, Jay Abdo.201510428_2Herzog torna al cinema-spettacolo, e anche mainstream, con un mélo avventuroso. Storia di Gertrude Bell che nei primi del ‘900 esplorò impavida la parti più remote e pericolose del Medio Oriente. Con una Nicole Kidman che stavolta riesce a muovere qualche muscolo facciale. Qui alla Berlinale è stato accolto con gelo dalla stampa, ma il film, volutamente convenzionale, porta comunque il segno herzogiano. Voto 6 e mezzo201510428_5Se alla proiezione stampa i critici, i critichini e le critichesse di ogni parte del mondo non hanno fischiato e buuizzato è per il rispetto dovuto a Werner Herzog. Perché se la firma apposta a questo film fosse stata di uno sconosciuto temo sarebbe venuto giù il Palast dal fragore. Visi aggrottati e signori dal cuore cinefilo un filo disgustati, più che delusi, da quella storia per loro un po’ cafona e sciampistica che si son visti servire su magno schermo per due ore e passa. Una donna sola che parte all’avventura tra deserti, cammelli, dromedari (anche bianchissimi), beduini dal cuore d’oro e beduini infidi, sceicchi di sanguinarie tribù delle dune eppure pronti a trasformarsi in gentiluomini di fronte alla dama venuta dall’Inghilterra e tanto desiderosa di conoscere i loro usi, i costumi e le feroci delizie e nequizie là sotto le tende, sopra i tappeti, dentro i meravigliosi castelli di sabbia e fango. Tutto l’immaginario orientalista – secondo la definizione di Edward Said – tirato fuori e sciorinato da uno scatenatissimo Herzog che da una vita non si ritrovava tra le mani un budget così e un cast all-star, e la possibilità di colossizzare come gli era capitato solo ai suoi bei dì. Figuriamoci, che tentazione quella di portare sugli schermi grandi e larghi la storia vera verissima di Gertrude Bell, una di quelle strambe dame inglesi fatte di fil di ferro dietro l’aparente soavità cresciute sotto la regina Vittoria e nel massimo fulgore dell’Impero, e vogliose di lasciare le comodità dei loro castellotti countryside per avventurarsi nelle parti più perigliose del mondo. Esploratrici speciali, non tanto desiderose di piantar bandiere e allargare i confini dei possedimenti di Sua Maestà, quanto di provare assai romanticamente il brivido dell’ignoto, la malia di notti profumate al gelsomino e strapiene di stelle luccicanti lassù nel blu. E poi, quegli uomini non educati e selvaggi ma meravigliosamente audaci e seducenti, con i loro pugnali, e il senso dell’onore ecc. ecc. E le dolci notti a Teheran, a Homs, in Giordania, al Cairo, nella penisola arabica. Gertrude Bell dopo aver lasciato il noioso castello di famiglia gira in lungo e in largo le plaghe che oggi diciamo mediorientali, proprio mentre gli arabi e le tribù beduine sono in rivolta contro un impero ottomano ormai in dissoluzione, e prossimo alla sconfitta nella grande guerra. Con le potenze, Inghilterra e Francia in testa, che si spartiscono quelle terre, inventano stati che non sono mai esistiti, danno vita a monarchie a loro fedeli, ed ecco che sorgeranno dalle province ottomane stati mai visti come la Siria, l’Iraq, il Libano, la Giordania. Esattamente tutto quello scacchiere geopolitico che oggi ribolle e che sta per dissolversi e forse ridisegnarsi con nuovi confini, con l’Isis a stabilire il suo califfato, i curdi iracheni di fatto indipendenti, e il resto quantomeno traballante e dalla identità sempre più incerta. Ma Gertrude è un’avventuriera del cuore più che politica, e quando le chiedono di collaborare per Sua Maestà e trasformarsi in spia lei rifiuta. Lei ama quel mondo, si proclama archeologa e soprattutto scrittrice. Categorie nel suo caso alquanto labili, perché quel che le importa davvero è il viaggiare, il conoscere, l’approcciare l’altro da sé e un filo confondercisi, senza però mai davvero diluire le differenze. Si innamora di un attaché d’ambasciata a Teheran, un bell’uomo (James Franco difatti) di cattiva reputazione in quanto femminiere e biscazziere, che toglierà il disturbo in un drammatico quanto romantico incidente, e lei, Gertie, a lui, Cardogan, resterà sempre fedele, nonostante che a concupirla arriveranno poi consoli e sceicchi tribali dagli sguardi saettanti. Herzog in una storia così non poteva che ritrovare parecchio di suo. L’eroe, stavolta l’eroina, che si mette in gioco per sfidare la natura e l’ignoto, e anche l’ignoto che sta dentro. La natura amica e insieme ostile, minacciosa, da blandire, assecondare, addomesticare. Il rigore etnografico, la curiosità verso le culture altre. Queen of the Desert somiglia molto al film inaugurale del giorno prima di Isabel Coixet, anche quello con una donna alle prese con la natura estrema. Solo che Herzog è Herzog, mica Coixet, e anche quando decide di sporcarsi le mani con il colossal mainstream per famiglie mantiene intatta la sua dignità d’autore. Pur adottando i codici del mélo per signore e del period-movie con tanti bei costumi che piaceranno alle platee della domenica pomeriggio, non sbraca mai. Certo confeziona il suo film più medio da molti anni a questa parte, e ora sarà interessante vedere e capire quanto questo costosissimo prodotto piacerà al pubblico. Ai ragazzi qui a Berlino non è piaciuto niente, e non è solo questione di mélo, è che sentono troppo remoto il mondo raccontato in Queen of the Desert, e di quelle complicate faccende tra arabi, beduini e ottomani non ci capiscono ‘na minchia, ecco (e non ci vogliono capire). Mi pare che il target d’elezione sia femminile, e non giovanissimo, ma basterà per salvare Queen of the Desert dal flop? James Franco è il diplomatico-biscazziere Cadogan, che conquista Gertie portandolo in cima a una delle torri del silenzio dove gli zoroastriani lasciano i cadaveri agli avvoltoi, e mentre uno pasteggia con resti umani lui le chiede il primo bacio. Assai herzoghiano. Rispunta qua e là anche Lawrence d’Arabia, cui Robert Pattinson conferisce un che di ragazzinesco e anarcoide, un tipo fuori rango anche rispetto ai suoi connazionali inglesi e che si dimostra timido, se non proprio disinteressato, verso le donne. In fondo, questo Queen of the Desert è un omaggio e quasi un ricalco del Lawrence d’Arabia di David Lean, ma non ne ha la compattezza, non ne ha l’epica e la capacità di trasformare la geopolitica in spettacolo. Ma resta un film da vedere. Anche qui s’è girato in Marocco per questioni di sicurezza, come ormai tutti i film d’ambiente arabeggiante, vedi American Sniper.

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5 risposte a Berlinale 2015. Recensione: QUEEN OF THE DESERT di Werner Herzog delude i critici duri e puri, ma potrebbe piacere al pubblico

  1. Jacqueline scrive:

    Ciao Luigi, t’es méchant d’attaquer toujours Nicole sur son botox, y a pas que ça !
    vai vai …
    Sono molto contenta di leggere le tue critiche, questo anno resto alla casa a Parigi . Continue à me régaler…. domani il projo del film di Malik col mio attore preferito Christian Bâle ti invidio. Valeria arriva domani o è là ? fagli un bacio

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