Berlinale 2015. EL CLUB di Pablo Larrain è il migliore, un film cupo e potente. Sarà Orso?

A021_C013_0722KAEl Club di Pablo Larrain. Con Roberto Farias, Alfredo Castro, Antonia Zegers, Alejandro Goic.201505162_5Un film di rara potenza. Un giovane gesuita arriva da Santiago in una piccola città cilena per far luce sui troppi misteri e silenzi di una comunità di preti. Ognuno di loro è lì per punizione, ognuno ha qualcosa da nascondere. Pablo Larrain racconta il cuore nero della Chiesa, le infamie della pedofilia, ma lo fa astenendosi da ogni rozzo mangiapretismo, e allestendo un fosco dramma da controriforma. Voto 8 e mezzoB091_C004_08034BPossibile Orso d’oro. Scartati Malick, troppo divisivo, cui andrà un qualche premio speciale, e Herzog, troppo mainstream. Certo, potrebbero emergere da qui a sabato altri pretendenti (il rumeno Aferim!, il russo di German), ma sarà difficile ignorare questo gran film di Pablo Larrain, uno che da anni infila una cosa più bella dell’altra, eppure mai premiato come meriterebbe (a Venezia il suo Post Mortem non si portò a casa niente, nell’edizione sciagurata in cui vinse la Sofia Coppola di Somewhere e l’orrenda Ballata di Alex de la Iglesia si prese ben due premi; quanto a Cannes, No è stato escluso dalla competizione e confinato alla Quinzaine). Stiamo a vedere se stavolta gli scippano l’Orso per darlo magari a qualche film politicamente correttissimo tipo Ixcanul e El boton de nacar, mica per niente tra i preferiti dai critici internazionali. Larrain prende di petto quella cosa che ha fatto più danni alla Chiesa cattolica negli ultimi decenni, gli scandali della pedofilia dietro gli altari e al chiuso delle parrocchie. Non voglio minimizzare la faccenda, ma sono dell’idea che intorno a un nucleo consistente di tristissima verità – gli abusi sui minori da parte dei sacerdoti sono avvenuti in più continenti e son provati da dati inoppugnabili – si sia solidificata una leggenda nera, in cui i fantasmi, le fantasie, le proiezioni, le ossessioni collettive, perfino le teorie complottistiche hanno trovato l’occasione perfetta per scatenarsi contro la Chiesa di Roma, il papa, i vescovi e quant’altro sappia appena appena di incenso e sacrestia. E di religione. Ecco, per un po’ vedendo il film ho temuto che Pablo Larrain cavalcasse la paranoia anticattolica e mangiapreti, ma poi si rivela talmente abile narratore e drammaturgo, così naturalmente complesso, e lontano dal pensiero unico e banale e rozzo, da riuscire a imbastire una storia potente e fosca in cui alcuni preti (e una suora), tutti peccatori di vari peccati, sono sì lo specchio della parte corrotta della Chiesa, ma assurgono a figure di un dramma universale che tutti ci riguarda. Che ha a che fare con la colpa, l’espiazione, l’inganno, l’autoinganno, la rimozione, la manipolazione.
In una città sulla costa cilena c’è una piccola comunità di preti che non esercitano più il loro ministero da tempo, non sappiamo perché, e all’inizio non sappiamo nemmeno per quali motivi siano lì. Ad assisterli c’è una suora-perpetua, passano il tempo partecipando alle corse di cani con il loro levriero. Poi la nebbia si dirada, capiamo che sono tutti finiti in quel purgatorio per punizione, perché colpevoli in vario modo. Chi di pedofilia. Chi di omosessualità (prego, non confondere le due cose). Chi di collusione con i passati regimi. Un giorno un uomo, un senzacasa abbrutito dalla povertà e dall’esclusione sociale, si mette sotto le loro finestre a urlare di essere stato violentato da bambino da uno dei preti ospiti, descrivendo in ogni dettaglio pratiche e contropratiche sessuali. Ci sarà uno sparo. Il prete accusato da quell’uomo venuto dal nulla si è ucciso. La comunità si compatta, si decide di fare passare l’accaduto per un incidente. Ma da Santiago verrà mandato un ispettore, un giovane prete, un gesuita aspro, disincantato, affilato, e bello, con l’incarico di indagare sul quel covo di serpi e, se necessario, di bonificarlo e chiuderlo. Di eliminare quella cellula impazzita dal corpo della Chiesa. Sottoponendo tutti a un interrogatorio, molto apprenderà, ma molto gli resterà oscuro. Il gruppo cercherà di difendersi, di depistare. Ci saranno sviluppi da vero noir, in un crescendo che sfocerà in un finale spiazzante. Tutto nel clima livido e malato cui Larrain ci ha abituato con Tony Manero e Post Mortem (No è un’altra cosa). Confermando di essere un autore unico, assai personale, capace di prendere i materiali bruti dalla cronaca e dalla storia per trasformarli – ed è soprattutto il caso di El Club – in storie infernali e claustrofobiche, in cupi rituali controriformistici. Ballate barocche e insieme glaciali di morte. Danze di spettri. Con in El Club (almeno) una sequenza che ci lascia tramortiti, la confessione dell’uomo violentato da bambino dai preti il quale descrive quello che la sua mente infantile aveva elaborato. Un delirio in cui sesso e sacro, violenza e estasi si mescolano in un groviglio inestricabile. Ecco, son cose come queste a farci capire di che statura sia Larrain. Basti paragonare El Club a un film sullo stesso tema di qualche anno fa come Il dubbio per capire la distanza siderale. E please, diamoglielo un premio. Si rivedono gli attori feticcio del regista cileno, Alfredo Castro e Antonia Zegers.

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