Recensione: VIZIO DI FORMA di Paul Thomas Anderson. Smisurato e irrisolto, comunque imprescindibile

IV26Vizio di forma (Inherent Vice), un film di Paul Thomas Anderson. Da un romanzo di Thomas Pynchon. Con Joaquin Phoenix, Benicio Del Toro, Katherine Waterston, Josh Brolin, Owen Wilson, Reese Witherspoon, Eric Roberts, Jena Malone, Martin Short, Maya Rudolph.
INHERENT VICEIl film più importante di questo 2015. Enorme, smisurato, titanico, come sempre il cinema di Paul Thomas Anderson. California, 1970. Un detective strafattissimo e insabbiato su una spiaggia californiano indaga sulla misteriosa scomparsa di uno speculatore immobiliare. Ma la trama si ingarbuglia subito e l’intrigo si fa indecifrabile. Meglio abbandonarsi al flusso di visioni, come alterate e lisergiche, che PTA sa procurarci. Film bello e incoerente, decostruito e sconnesso come un trip acido. Notevole, ma incompiuto e imperfetto, inferiore al precedente film di Anderson, The Master. Voto 7 e mezzo
INHERENT VICERieccoci a lamentarci di un titolo italiano che stavolta non solo è infedele all’originale, ma ne stravolge e tradisce il senso. Inherent Vice, così si chiama il film nella sue versione vera e prima, quella americana, sta per vizio intrinseco, e nel gergo legale e delle assicurazioni indica i difetti strutturali, ineliminabili, non aggiustabili di una merce o di un bene, tali da rendere una copertura assicurativa impossibile, economicamente troppo rischiosa. Ecco, cosa mai c’entri tutto questo con Vizio di forma – definizione che non attiene alla profondità della cosa, alla sua sostanza, ma tutt’al più al non rispetto di una procedura, a un errore invalidante – qualcuno abbia la bontà di spiegarmelo, ché io non capisco. Trasparentissima metafora, il titolo Inherent Vice, dell’universo e della folla di personaggi che il film ci butta davanti agli occhi, macro e microcosmi, e gente, e pulviscoli di vite, tutti fallati intimamente e irrimediabilmente, bacati, irrecuperabili. Una galleria di mostri, o se preferite di freaks, che coprono tutto lo spettro dal buono al malvagio, come deragliati da una immaginaria media esistenziale ed antropologica. Siamo nel 1970, in California, a Los Angeles e zone limitrofe, in uno di quei noiracci con private-eye al lavoro su casi misteriosi e misteriose scomparse che vengono dritti da Raymond Chandler, anzi ne sono un voluto ricalco. Come esplicitamente dichiarato dal regista Paul Thomas Anderson (tra i meglio in circolazione oggi, e il più bravo della sua generazione), Inherent Vice, e probabilmente anche il romanzo dell’enigmatico Pynchon da cui deriva, guarda ai film che in quegli anni Settanta rifacevano, ora ricreandoli ora rimettendoli in scena, le detective stories chandleriane, e anche hammettiane. Tre titoli su tutti, Il lungo addio di Robert Altman, Bersaglio di notte (Night Moves) di Arthur Penn, Chinatown di Roman Polanski. Operazione di metacinema al quadrato, di doppia mise-an-abyme, questa praticata da PTA, in quanto citazione di film che a loro volta erano citazioni di altri, e precedenti, come Il falcone maltese e Il grande sonno. Per dire del lavoro virtuosistisco fino all’esercizio acrobatico di Anderson, che ancora una volta in questo suo settimo film se la cava magnificamente raccontandoci un pezzo di America, e di storia americana, come già aveva fatto in Il petroliere e The Master. Un altro esempio del suo cinema grande e grandioso, ambizioso, titanico, massimalista, cinema da godersi su schermi enormi ed espansi e mai nei salottini domestici, che ne penalizzerebbero la vocazione al fuori misura e al bigger than life. Per quanto sia un ammiratore fino alla devozione di PTA, confesso che Vizio di forma mi ha convinto solo parzialmente, lasciandomi per molti motivi alquanto perplesso e che, pur nella sua magnificenza, mi è sembrato al di sotto del suo lavoro precedente, un film che io considero un capolavoro e il più importante di questa decade dopo The Tree of Life di Malick, The Master. Si sfiora qua e là pericolosamente il manierismo (questo sì un vizio di forma), perché gli anni Settanta con i loro eccessi stilistici, con la loro pienezza di segni, con la loro estetica sgargiante e smodata, con la loro pacchianeria così adorabile, sono insieme una tentazione irresistibile e una trappola per ogni autore di cinema spingendolo rischiosamente a trasformarsi, letteralmente, in metteur-en-scène, in una sorta di super scenografo-costumista. Oltretutto qui, diversamente che in Il petroliere e in The Master, non c’è una traccia narrativa forte, siamo piuttosto nell’affresco multifocale genere Magnolia dove però le traiettorie si intersecano e avvinghiano casualmente e confusamente senza mai dar vita a una storia di una qualche compattezza. Si procede per accumulo di dettagli o singoli blocchi di racconto, spesso dedicati a un singolo personaggio, innescando un nugolo di trame e sottotrame e deviazioni e ritorni e stentati raccordi, in un dedalo in cui si finisce, noi spettatori, col restare prigionieri. Per un po’ ci si illude di poter maneggiare il plot, poi si getta la spugna, si rinuncia all’impossibile impresa e ci si abbandona esausti al flusso, perdendo di vista l’insieme, e senza capirci niente. Un’opacità narrativa, una contorsione drammaturgica, che sarà pure alquanto iper- e post-moderna e decostruzionista, ma a me continua a sembrare un limite, un difetto intrinseco, un inherent vice che finisce con il corrodere, se non proprio mandare in malora, l’intera struttura. Tanta virtuosistica sapienza registica da parte di Paul Thomas Anderson messa al servizio di che cosa, alla fin fine? Di un groviglio inestricabile e incomprensibile, e frustrante per chi guarda. Con – e qui in my opinion sta il lato più fastidioso dell’operazione – una qualche e malcelata pretesa, che non saprei dire se solo del film o anche e soprattutto del romanzo di Pynchon, alla sentenziosità, alla tentazione didascalica, alla lezioncina di storia: nella fattispecie sulla fine della stagione libertaria della controcultura californiana, scalzata dalla reazione uguale e contraria guidata dal Reagan allora arrembante governatore dello stato della West Coast. Siamo alla ormai logora narrazione radical e leftist – che peraltro si trascina da quarant’anni, mica niente – dello sballo liberatorio di massa poi bloccato, inibito, castrato dalla perfidia neoconservatrice, degli anni Sessanta con la loro espansione della coscienza individuale e collettiva distrutti dallo tsunami di una nuova e aggressiva destra. Ma andiamo, questa è storia (storia?) semplificata che somiglia più a una leggenda nera, a uno comodo schermo su cui proiettare paranoie e complottismi e teorie cospirative da parte dei tanti sconfitti di quella importante ma anche folle stagione underground-controculturale (la quale, se mai, fu sconfitta non dalle forze reazionarie, ma dalla politicizzazione in senso vetero e neomarxista delle masse giovanili, sia di qua dell’Atlantico che di là, pensiamo per stare in America a fenomeni come gli Weathermen e i Simbionesi, o alle Black Panthers). Purtroppo Vizio di forma sembra sposare la comoda leggenda, contrapponendo – con una semplificazione oggi insostenibile oltre che fuori tempo massimo – gli adepti dell’hippismo e frikkettonismo assai innaffiato di sostanze alteranti al freddo apparato del potere, dell’establishment via via rappresentato da poliziotti, agenti Fbi, biechi signori di una sanità mercenaria e corrotta, speculatori immobiliari. Già il protagonista (che poi è solo un coagulante immesso nella magmatica, fluida materia narrata per addensare via via pezzi di racconto, per enucleare personagi collaterali e portarli per un qualche istante di gloria in primo piano) è un detective di nome Frank Sportello spinto dalle sue sconfitte esistenziali, e dall’uso massiccio di droghe, a vivere in una baracca sulla spiaggia, perfetto specimen di quel popolo controculturale che al reale ha rinunciato per inabissarsi in viaggi inconsci tramite Lsd, mescalina, peyote, e anche per mezzo della più lurida di tutte le sostanze alteranti, l’eroina. Sarà che mi ricordo molto bene l’ascesa qui da noi negli anni Settanta dell’eroina e le sue devastanti conseguenze, ma non ce la faccio proprio a farmi passare per amabili gli strafattoni spesso proprio eroinomani del film, a partire dal detective Sportello, e non ho trovato per niente divertente il racconto di buchi e altre schifezze e devastazioni e derive propinatoci dalla moglie del surf-jazzista scomparso (lei mi pare sia Jena Malone, lui il sempre incantevole, anche in una parte impossibile come qui, Owen Wilson, l’unico nel film a smuovermi a una qualche forma di partecipazione e empatia). Si comincia come in un classico hard-boiled, con la denuncia di una scomparsa. È l’ex ragazza di Sportello a contattarlo per chiedergli di far luce sul signore che stava ultimamente frequentando, un ricco speculatore edilizio svanito chissà dove. Parla di possibili complotti da parte della moglie arpia e del suo amante, ma Sportello non fa manco in tempo a muovere i primi passi della sua inchiesta che anche la ragazza scompare. Digressione: a interpretarla è la bellissima Katherine Waterston, appena vista alla Berlinale in uno dei film migliori e sottovalutati del festival, Queen of Earth, del talentuosissimo Alex Ross Perry, così chic e fine, la signorina, che si fa fatica a capire come abbia potuto mettersi con quel conciato di Sportello, basettoni che gridano vendetta e piedi mal lavati, interpretato da un Joaquin Phoenix antipatico come al solito, ma alla terza strepitosa performance di fila dopo The Master e Her. Siamo solo all’inizio del rompicapo, fitto di personaggi che per un attimo ti illudi possano consegnarti in mano il bandolo della matassa e che poi si rivelano assolutamente sganciati da ogni logica narrativa e possibile trama. Sarà una cavalcata tra poliziotti balordi e corrotti, musicisti con ogni neurone e sinapsi sappolata dall’eroina, finti dentisti e finti psichiatri al soldo di loschi trafficanti di droga dal triangolo d’oro, avvocati con figlie strafatte e ninfomani, gigolo bodybuilder spacciati per guru spirituali, puttane orientali specializzate in numeri lesbo-orali. Tutto orchestrato da PTA come nessun altro oggi saprebbe fare, con un tocco davvero alla Altman, e non solo per i riferimenti al suo Il lungo addio. Altmaniana è la capacità di muovere quell’infinità di personaggi maggiori e minori e di collocarli in una specie di arazzo fiammingo in forma di cinema, con ricchi, potenti, miserabili, cialtroni, folli, carnefici, vittime: alle zusammen, tutti mescolati e rutilanti sullo stesso immenso palcoscenico, anche se spesso non si capisce a far cosa. Il lato debole di tutta l’imponente costruzione filmica messa in piedi da PTA sta nella faciloneria politico-ideologica con cui si pretende di raccontare il passaggio, lungo quel crinale tra anni Sessanta e Settanta, dal clima ipoerlibertario a quello della repressione di destra, ed è insopportabile quando ci vien fatta la spiega di come quella clinica di rehab per tossici sia in mano alla stessa cricca che importa eroina, “così (vado a memoria) si arricchiscono due volte, vendendo la roba e poi curando quelli cui l’hanno venduta”. Ecco, di fronte a cose così cascan le braccia, e si pretenderebbe da uno bravo come Anderson (e anche da Pynchon, se da lì vien la frase) una qualche sottigliezza in più. La fine della belle époque dello sballo felice, della contocultura, vien fatta tacitamente risalire all’anno prima, alla strage di Bel Air per opera di Manson e dei suoi accoliti, ed è in questo clima da dopo la caduta, di perdita dell’innocenza che si muove tutto il film. Intendiamoci, ci sono frammenti, anzi pezzi corposi, assolutamente magnifici, ma è l’insieme che non ce la fa mai a strutturarsi, con l’impressione per noi spettatori di rimanere intrappolati in una macchina produttrice di visioni belle quanto inarticolate. Certo, se si voleva mimare e replicare in cinema la sconnessione di un trip lisergico, l’obiettivo è raggiunto. Ma a chi, come me, non reputa lo strafattismo come il passaggio a un’altra dimensione, a un superiore livello di conoscenza, ma solo una deriva verso l’abisso, la cosa temo risulti irritante. Qua e là si intravedono poderose intuizioni, linee narrative appena accennate che lasciano intuire un altro possibile, più complesso, e anche più controllato e vigile, film. Penso al rapporto tra Sportello e il poliziotto Bigfoot (un grandissimo Josh Brolin), un antagonista che è anche un doppio, la proiezione del proprio Io nascosto, e che mi ha ricordato, soprattutto nel finale, quella strana attrazione tra il reduce e il guru di The Master. Ma è solo un accenno, un sentiero narrativo appena visibile e presto interrotto. Forse bisogna rifarlo, questo trip lisergico, forse bisogna riguardarselo, Inherent Vice, ma son due ore e mezza, e occorre trovarci tempo e voglia. Vedremo. Restano in testa battute felici e fulminanti, e la scrittura tutta, in una lingua ricca e sontuosamente barocca non saprei dire quanto dovuta alla sceneggiatura di Paul Thomas Anderson (nominata all’Oscar, senza poi vincerlo) o a Thomas Pynchon.
Nota. Bravo com’è, il Paul Thomas si permette anche di rifare in versione strafattona l’ultima cena leonardesca, strano che nella nostra Italia nessuno si sia ancora scandalizzato. Forse non se ne sono accorti.

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7 risposte a Recensione: VIZIO DI FORMA di Paul Thomas Anderson. Smisurato e irrisolto, comunque imprescindibile

  1. heuresabbatique scrive:

    In filosofia forma, se stiamo alla definizione aristotelica, è il principio regolatore immanente alla cose: per cui dire vizio di forma penso sia ancora più incisivo e profondo in questa ottica!

  2. videodrome scrive:

    penso semplicemente che abbiano applicato al film il titolo del libro di Pynchon, senza porsi troppo il problema se originariamente la traduzione del titolo non fosse così rispondente all’originale.

  3. slec1 scrive:

    un film da vedere, ma non da capire 🙂

  4. La scena dell’ultima cena mi ha dato davvero un forte brivido! Un’audacia che amo. Amo PTA proprio per scene come questa; “intrusioni” folgoranti di bellezza e senso

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