Recensione: KINGSMAN – Secret Service. Una spy-story citazionista. E molto divertente, molto intelligente

???????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Kingsman – Secret Service, un film di Matthew Vaughn. Dal graphic novel di Mark Millar. Con Colin Firth, Taron Egerton, Michael Caine, Samuel L. Jackson, Sofia Boutella, Mark Strong, Mark Hamill.
?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Una spy-story assai metacinematografica, che ripropone e contemporaneizza parecchie cose del passato, a partire dal James Bond più autoironico, spaccone e fracassone, quello di Roger Moore. Battute acuminate, ottime invenzioni (quelle protesi-arma alla Pistorius, quel villain ecologista-estremista), grande spettacolo. Un film multistrato, molto divertente, molto intelligente. Voto 7+
????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Che gran godimento, questo film che intrattiene e spettacolarizza, e sposa estetica e ritmi da fracassoneria videogammistica mirando però anche al cervello (e a una platea non solo ragazzinesca e popcorniana), con parecchie citazioni del cinema del passato e clin-d’oeils, strutturandosi come una delle operazioni più consapevoli e riuscite di metacinema degli ultimi tempi. Un sofisticato prodotto di massa, un gingillo ipertecnologico con dentro però molta memoria di tutte le spy-stories con fattore umano che sono state, specie quelle di marca inglese, e basti la presenza totemica di Michael Caine a farci riandare al suo occhialuto agente Harry Palmer del remoto e meraviglioso Ipcress (anno 1965). Matthew Vaughn -  è il caso di ricordare come sia, oltre che il regista di Kickass, anche il marito di Claudia Schiffer, che peraltro lo ha accompagnato sul red carpet della prima londinese di Kingsman – si mette al servizio di una storia succulenta e benissimo scritta, tratta da un graphic novel di Mark Millar, realizzandola al meglio possibile, mantenendosi a cavallo tra action hollywoodiano grandi-mezzi e la commedia british. Confermandosi anche parente stretto (i due hanno collaborato a lungo) di Guy Ritchie e del suo cinema teppistico-chic.
Kingsman è una ditta con headquarters in Londra, ovvio, che svolge su scala globale lavori di spionaggio e controspionaggio a fin di bene. Con la pecularità, non così secondaria, di non essere un’agenzia governativa di agenti segreti, ma una struttura messa su da privati cittadini (qualcosa di immaginabile solo nel paese della liberista Thatcher, ve la vedete una cosa simile nella nostra iperstatalista Italia?) che si son dati la missione di combattere contro i nemici dell’umanità ovunque si annidino. Tra di loro hanno il vezzo di chiamarsi come quelli di Camelot – e dunque via con i nickname Artù, Lancillotto, Merlino ecc. – , svolgono missioni pericolosissime di qua e di là, infiltrandosi tra terroristi e pazzoidi di vario tipo. Il nostro agente di riferimento, il protagonista della storia, è Harry Hart, uno che dietro ai modi compassati del gentleman britannico nasconde una micidiale capacità di offendere e uccidere, e a interpretarlo è un perfetto Colin Firth, occhiali, abiti sartoriali di Savile Row, ombrello (che si rivelerà un’arma letale), più aplomb e ironico distacco di chi è nato nelle migliori famiglie e ha frequentato i giusti college. Il capo della Kingsman (Michael Caine) lo incarica di trovare un nuovo agente da inserire nei ranghi dell’organizzazione, e comincia il recruiting. I candidati, tutti giovani, dovran superare un training tostissimo, e i test sono una delle cose più inventive del film (vedi quello del paracadute). C’è anche, tra gli aspiranti, un ragazzo cui Hart tiene molto, figlio di un collega cui era assai legato (così legato che viene il dubbio di una passionaccia omoerotica di quelle che son sempre fiorite nei ranghi delle istituzioni e associazioni britanniche maschili, dall’esercito ai college) e morto in una pericolosa missione qualche anno prima. Eggsy, questo il nome del ragazzo, dopo la morte di papà è cresciuto in una di quelle disgraziate periferie inglesi lumpenproletarie che abbiam visto tante volte nei film di Ken Loach e Andrea Arnold, madre vedova alcolista messasi con un truce boss di quartiere, e vita randagia tra strade e pub, con sempre molta birra in corpo. Hart in lui vede non solo il figlio dell’amato amico, ma intuisce anche il suo possibile erede dentro la Kingsman, e dunque si candida a suo mentore: da quella materia grezza e plebea caverà un nuovo agente segreto, e un gentleman dai modi impeccabili (“Ho capito – gli fa il ragazzo – come in My Fair Lady!”, ed è una delle battute migliori del film, lasciando anche intendere a quali livelli di finezza si collochi la sceneggiatura rispetto a una delle nostre medie commedie italiane, ed è puro My Fair Lady di Cukor la sequenza del guardaroba rifatto al ragazzo a Savile Row, con i gessati e le camicie perfette al posto delle felpe e i pantalonacci e il berrettaccio da rapper). Intanto però c’è pure da salvare il mondo dal villain di turno, un signore delle comunicazioni che con i suoi telefonini distribuiti aggratis in tutto il pianeta, in realtà sono armi letali in forma di smartphone, vuol spazzare via almeno (almeno) un miliardo di umani. Il gran modello, esplicitamente citato all’interno di Kingsman, è la cinesaga di James Bond (“da ragazzo adoravo quei film” dice a un certo punto qualcuno), quella con tanta ironia e tanta spacconeria, e gadgettoni e giocattoloni, dunque più il periodo un filo tamarro con Roger Moore che quello classico di Sean Connery. Con, sotto sotto, parecchie frecciate lanciate contro il James Bond 2.0 rebootizzato di Daniel Craig, così serioso e lontano da quelle stagioni anni Settanta-Ottanta, quasi avesse tradito il vero 007 (non è così, basta leggere Ian Fleming per rendersi conto di come il Bond di oggi sia più fedele al testo originario e alle intenzioni dell’autore di quello che abbiamo visto interpretato da Connery, Moore e Brosnan). Kingsman è una montagna di battute felici, di trovate fulminanti, di azzeccati paradossi, che non si sa dove scegliere il meglio. La micidiale assistente del villain con le sue protesi-lama alla Pistorius (idea geniale, complimenti); la principessa scandinava che al suo salvatore chiede il regalo di “un rapporto anale”; il villain modellato sugli ecologisti più estremi e cretini (“l’unica strada per salvare il pianeta da quel virus killer chiamato uomo è far fuori più gente possibile”). C’è più intelligenza e corrosività qua dentro che in tanti mesti filmucci di vario impegno civile. Si gioca con leggerezza e lucidità con i cliché della britishness, li si ripropone e attraversa tutti, e Colin Firth lo fa come nessun altro oggi riuscirebbe, ma non se ne resta schiavi, perché Kingsman sa anche essere feroce contro gli immarcescibili riti della ruling class inglese e il suo spirito di casta. La polarità tra classi alte e basse è uno dei motori narrativi del film, generatrice di infiniti confronti e scontri: tra il ragazzo Eggsy e l’agente Hart, tra lui e lo staff della Kingsman e gli altri aspiranti agenti, tutti molto meglio nati. Certo, Eggsy (il newcomer Taron Egerton) è molto più credibile con le felpacce da tamarro che con i gessati di Savile Row. Ma si farà, è solo questione di tempo. Anche perché dopo l’ottimo successo (Kingsman ha già incassato, in poco più di due settimane, 180 milioni di dollari worldwide), il sequel è assicurato. Nota: ricompare, ed è uno shock vederlo così, il Mark Hamill che nel primo Star Wars fu Luke Skywalker (è il professor Arnold).

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