Il film da non perdere stasera in tv: MIRACOLO A LE HAVRE (mart. 14 apr. 2015 – tv in chiaro)

Miracolo a Le Havre, Rai 5, ore 21,14. le_havre_4Marcel Marx (André Wilms) and Idrissa (Blondin Miguel)Miracolo a Le Havre, di Aki Kaurismaki. Con Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Kati Outinen, André Wilms. Finlandia/Francia/Germania.
L’incontro tra un vecchio lustrascarpe e un ragazzino sans-papiers diventa un film bello e commovente con una favola, come un racconto di Natale. E irrealistico come una favola.
Quando l’han dato tre anni fa al Locarno Film Festival, ricordo che erano in migliaia in Piazza Grande a vederlo e applaudirlo. Un successo travolgente. Et pour cause. Miracolo a Le Havre è film popolare nel senso più nobile, con una storia universale e commovente, personaggi cui è impossibile non voler bene, un film che sa arrivare al cuore senza rinunciare all’autorialità e al rigore della messinscena. Forse il migliore di sempre di Kaurismaki, di sicuro il più risolto e armonico. Presentato a Cannes 2011 in concorso e uscitone senza premi nonostante il gradimento di spettatori e addetti ai lavori, ha trovato poi la sua rivincita nelle sale di mezzo mondo.
Un signore anziano che fa il lustrascarpe nella città normanna portuale di Le Havre, e con un passato di scrittore nella bohème parigina, incontra sulla sua strada un ragazzino del Togo, naturalmente sans-papiers e braccato dalla polizia, che vuole raggiungere la madre a Londra. Nascerà un’alleanza, e il bambino grazie all’aiuto del lustrascarpe ce la farà. Sì, è De Amicis, è Cuore ai tempi dei migranti, ma (o proprio per questo) la storia è irresistibile. Kaurismaki però evita ogni neo-neorealismo à la Dardenne, ogni cronachismo simil-documentario e sceglie la strada del vecchio realismo poetico alla Carné, di quel cinema remoto del Fronte Popolare che apparentava sentimenti, sentimentalismo e impegno sociale, di cui ricrea con scrupolo filologico ambienti, atmosfere e personaggi. Non per niente la compagna del protagonista (che di nome fa Marcel Marx, non so se ci siamo capiti) si chiama Arletty, come la diva massima e la diva simbolo di quel cinema. E gli interni, le botteghe, le bettole, i bistrot, i vicoli dell’angiporto sono volutamente rétro (e forse ricostruiti o almeno ampiamente rimaneggiati in studio), fermi a una Francia comunista-socialista, popolare, solidale, sempre dalla parte degli umiliati e offesi da passato remoto. Una Francia (e un’Europa) che non c’è più, ormai introvabile di questi tempi percorsi dalla fobia dell’invasione straniera. In Miracolo a Le Havre invece sono tutti solidali ed equi, tutti cooperano afinché il piano del buon Marcel volto alla salvezza del bambino del Togo si realizzi. Tutti tranne il solito infame vicino di casa che fa il delatore e chiama la polizia, e che è un irriconoscibile Jean-Pierre Léaud, attore feticcio di Truffaut.
L’anarchico ed eternamente ribelle Kaurismaki ci dice chiaro e forte che sta dalla parte dei migranti, e degli altri personaggi buttati ai margini dal turbocapitalismo: disoccupati, perdigiorno, bevitori esagerati, vecchi rocker, piccole bottegai che stanno per essere spazzati via. Rivendica con orgoglio la sua passione politica e ci consegna un film manicheo in cui non c’è, non ci può essere dubbio su chi siano i buoni e chi i cattivi. Si può non essere d’accordo (e a me questa visione semplificata del mondo non convince granchè), ma Miracolo a Le Havre come spettacolo funziona alla grande, è una macchina narrativa che non si inceppa mai. L’errore sarebbe prendere il film com il resoconto attendibile di una qualche realtà attuale. No, purtroppo la realtà non è, o non è sempre, quella che vediamo abilmente ricostruita (contraffatta?) da Kaurismaki, la gente (perché non la chiamiamo popolo come una volta?) non è sempre solidale con i migranti, anzi è più diffuso il contrario, e a loro volta i migranti non sempre sono senza macchia. Il mondo è pieno di ombre, non è diviso nettamente tra luce e buio come in Miracolo a Le Havre. Kaurismaki ha realizzato una favola, commovente e bella, ma una favola. Molto, se non tutto, è volutamente finzione in questo film: meglio ricordarselo. E alla fine il gran finlandese esagera un po’ in bontà (la guarigione, il commissario dalla parte del fuggitivo), rischiando il melenso, e impedendosi e impedendoci il capolavoro assoluto. Menzione d’onore al protagonista André Wilms, che è un Marcel magnifico, nobile anche nella povertà, incantatore e un po’ trombone, che mi ha ricordato il Vittorio De Sica aristocraticamente cialtronesco di certe interpretazioni mature.

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