Recensione: MIA MADRE. Nanni Moretti centra uno dei suoi film più belli e meno narcisi

Shots from "Mia Madre"Shots from "Mia Madre"Mia madre, un film di Nanni Moretti. Con Margherita Buy, Nanni Moretti, Giulia Lazzarini, John Turturro. Da giovedì 16 al cinema.
Shots from "Mia Madre"No, stavolta Moretti non fabbrica battute seriali, non si mette al centro della scena, anzi lascia che sia Margherita Buy a dare faccia e corpo al suo alter-ego. Un Moretti mai così sobrio, essenziale, disadorno, pudico. Che racconta il progressivo andarsene via di una madre, e lo strazio, lo sgomento impotente dei suoi due figli. Qualche sbavatura alla fine (gli interventi degli allievi della madre professoressa) non intacca quello che è un gran risultato. Voto 8,3
foto-mia-madre-5-lowShots from "Mia Madre"Certo, aggiungere righe ai jalissiani fiumi di parole già versati per questo film – e sono passati solo due giorni dalle anteprime stampa, chissà cosa ci toccherà ancora – mi crea un vago disagio. Ma tant’è. Tiriamo dritto e scriviamo, perché anche un blogger ha i suoi doveri. Avanti, ma per dire cosa? Che questo è un bel film, e lo dico da uno che Moretti non l’ha mai amato molto, e che l’ha retto fino alla stagione di Sogni d’oro e Bianca, poi ha gettato la spugna. Eppure stavolta ci siamo. Moretti fa un passo indietro, anche più di uno, non si mette in prima fila, rinuncia all’egolatria, all’Io espanso che di lui non m’è mai piaciuto, si astiene dalla zavattiniana sindrome del ‘parliamo tanto di me’ che l’ha (quasi) sempre afflitto, quella che, nella mia modesta opinione, gli ha impedito di diventare un grandissimo del cinema facendolo arrestare alla pur rispettabile balza degli autori eccellenti. Resta da vedere se Mia madre sarà solo una pausa, una temporanea deviazione, o un ricominciamento, una specie di autoreboot, per il suo regista (e interprete). Fatto sta che qui Nanni Moretti si colloca pudicamente in un ruolo collaterale, rinuncia a ogni protagonismo e a ogni pompa narcisistica, non si ritaglia nemmeno una delle sue scene mattatoriali, se ne sta discretamente accanto a Margherita Buy protagonista autoconfinandosi nella parte del fratello dimesso, grigio, assennato, devoto alla madre. Una madre cardiopatica che, dicono i medici, si avvicina inesorabilmente alla morte, ed è intorno al suo progressivo spegnersi che il film si struttura, annettendo la parabola della figlia regista di cinema alle prese con un caotico nuovo set, e quella del figlio ingegnere (di cui niente sappiamo, se non che ha preso un’aspettativa per stare vicino alla genitrice, o forse per inguaribile stanchezza di quel lavoro, di sé, della vita), più quella della nipote adolescente alla nonna affezionatissima. Moretti, nel raccontare questa storia familiare, che è anche un po’ la storia familiare sua (ha perso la madre qualche anno fa, professoressa di latino come la signora Ada del film, tant’è che i libri che vediamo nella casa di Giulia Lazzarini son gli stessi della biblioteca materna), racconta la storia di molti, di tutti. Chi della sua generazione non ha avuto o non ha un genitore anziano bisognoso di cure, assistenza, attenzioni perché, semplicemente, è la sua vita che se ne sta andando? Impossibile non riconoscere qualche brandello della propria esperienza in certe scene del film, i ricoveri d’ospedale, le giornate appese alle medicine salvavita, l’affievolirsi della capacità conoscitive della madre, il suo entrare e perdersi in una zona di demenza, e lo strazio di assistere sgomenti e impotenti al decadimento. Sì, in Mia madre si guarda la morte in faccia, ci si fa i conti, anche se, proprio come capita ai due figli della signora Ada, e più alla figlia che al figlio, verrebbe voglia di distogliere gli occhi, dimenticare, raccontarsi palle, autoingannarsi, non ammettere quel che è evidente. E cioè che lei (lui, loro) sta morendo. Questa storia personale e insieme generale Moretti la racconta al massimo possibile del pudore, della sobrietà, andando di sottrazione in una messinscena così priva di orpelli, così disadorna da sembrare a momenti qualunque e perfino sciatta. Ovvio che non è così, è se mai una gran prova di maturità registica questo mimare, riuscendoci, il tono, il suono basso e quasi impercettibile, della realtà. Per centrare l’obiettivo Moretti non si tira solo vistosamente indietro, rinuncia anche a fabbricare battute seriali, di quelle che deliziano i suoi estimatori e che sono entrate pure nel lessico collettivo italiano, e solo qua e là il suo acido corrosivo erompe e zampilla in parole che graffiano e si stampano nella memoria, ma siamo a livelli quantitativi assai inferiori alla media morettiana. Io, che al massimo ricordo il suo ‘faccio cose e vedo gente’, non me ne dolgo, anche perché son convinto che le battute ben riuscite possono diventare una patologia d’autore quando son fini a se stesse, macchinette celibi, servendo magari a mascherare vuoti drammaturgici e insufficienti architetture narrative. D’altra parte, qui c’è poco da ridere, e pure da sorridere. Nel ritratto di famiglia che è Mia madre il centro è lei, la signora Ada (ma quant’è brava Giulia Lazzarini, che non ci son parole per dirlo), che dopo una vita dedicata ai suoi allievi e ai figli se ne va via, per il resto c’è poco spazio, ed è giusto così. In tutta evidenza il personaggio di Margherita, regista nevrotica, scorticata e brusca benissimo resa da una Buy alla sua prova più difficile, è proiezione e riflesso dello stesso Nanni Moretti, è modellato a sua immagine, e anche questo è coraggio: l’aver rinunciato, intendo, a costruire il film intorno a un regista uomo molto somigliante a Moretti, magari chiamato Michele Apicella e interpretato da Nanni Moretti. Si dirà: ma questo dissimularsi di Moretti dietro la Buy, il suo tenersi in disparte e però sempre raccontando di sé, seppure meno smaccatamente e con più mediazioni, altro non è che una forma più sofisticata di narcisismo. Mi allontana dal centro della scena per meglio esserci (morettianamente: mi noteranno di più se ci sono o non ci sono?). Ma, come lo stress, c’è un narcisismo cattivo e uno buono, e questo, ammesso che narcisismo sia, è buono, non è invadente, presta il materiale – pezzi di sé – per costruire una storia universale, e allora ben venga.
Moretti non rinuncia a una corposissima sottotrama che si affianca all’asse narrativo costituito dal legame tra madre e figli, ed è quella del film (che francamente mai andrei a vedere) che Margherita sta girando tra molte paturnie e difficoltà, alle prese con un attore venuto dall’America – è John Turturro, che ormai monopolizza le parti di americano in Italia nei nostri film, vedi Tempo instabile uscito la scorsa settimana. Una sottotrama che serve da alleggerimento, per introdurre quelle note più tradizionalmente, tipicamente morettiane, e che, nelle schermaglie sul set tra la regista e il suo attore, qualche sorriso lo induce in platea, allontanandoci dai climi plumbei delle corsie d’ospedale. Quella di deviare dal corso principale della storia verso una sottostoria Moretti l’ha fatto anche nel precedente, e meno riuscito di questo, Habemus Papam, colla godibile ma del tutto superflua e ininfluente parte dello psicanalista (interpretato da lui, of course) alle prese con i cardinali. Se vogliamo, anche in Mia madre tutta la narrazione del set potrebbe essere piallata via senza intaccare il nucleo vero della narrazione, anzi esaltandolo (così avrebbe fatto un Bergman, per dire), e l’averla mantenuta può essere visto come un segno di debolezza da parte degli autori. E però. Però Moretti sa cavare da questa sottotrama un po’ troppo furba e di alleggerimento un film parallelo pieno di notazioni interessanti, un altro film che in qualche misteriosa e sotterranea maniera riesce a connettersi con la storia della madre morente. Ho avuto l’impressione che, proiettandosi nella regista Margherita, Moretti abbia girato, magari inconsapevolmente, il suo Otto e mezzo (scusate, forse sono io a essere ossessionato da quel remoto ma sempre vitalissimo capolavoro di Fellini, tant’è che lo vedo continuamente rifatto e citato e omaggiato in produzioni di ragazzi di ogni parte del mondo). Mica per niente Mia madre è disseminato di indizi e citazioni felliniane. L’attore americano a Roma, in una rivisitazione della Hollywood sul Tevere di La dolce vita e Toby Dammit. La canzoncina-tormentone di Nino Rota Bevete più latte che scandiva l’episodio di Fellini di Boccaccio ’70 Le tentazioni del dottor Antonio, qui cantata in macchina da Margherita, dall’americano e (se ricordo bene) dall’aiuto regista. La conferenza stampa di Margherita, molto somigliante a quella di Mastroianni che in Otto e mezzo si sottrae ai giornalisti. Le convulse riprese di Turturro in macchina, simili a quelle sul raccordo anulare in Roma. E la madre. La madre Ada dolente e insieme indomita di Giulia Lazzarini che a me, solo a me?, ha riportato alla mente quella, revenante, di Guido sempre in Otto e mezzo. È in lei, nella figura materna, nel suo esserci e nel suo sparire e insieme nel suo non andare mai via, nella sua persistenza, che si saldano il film principale e quello laterale-parafelliniano di Mia madre.

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7 risposte a Recensione: MIA MADRE. Nanni Moretti centra uno dei suoi film più belli e meno narcisi

  1. lorenamelis scrive:

    una bella lettura del film e dei fatti..

  2. gigiapieri scrive:

    bellissima recensione che condivido in pieno.

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