(al cinema) recensione: SHORT SKIN. Piccoli Virzì crescono

Doctor3Short Skin – I dolori del giovane Edo, un film di Duccio Chiarini. Con Matteo Creatini, Francesca Agostini, Bianca Nappi, Miriana Raschillà, Bianca Ceravolo.
BycicleTra Edo e la sua prima volta c’è di mezzo quel problema: la fimosi, il prepuzio che non scende giù. Commedia tosco-livornese di iniziazione sessuale e formazione a metà tra American Pie e il primo Virzì. Assai godibile, benissimo scritta e diretta dall’esordiente Duccio Chiarini. Scena clou: l’uso improprio di un povero polpo. Voto 7,5
Edo and BiancaChe sia nato un autore? Un autore di commedie nella più pura tradizione vernacolar-toscana, anzi linguacciatamente, sboccatamente livornese. Ovvio e impossibile non pensare al primo Virzì (e pure un po’ a Ceccherini) vedendo al lavoro Duccio Chiarini su questo suo primo lungo. Commedia che mette insieme parecchi echi e riferimenti, anche opposti e si direbbe irriducibili: garbata e raunchy, borghesemente educata e però pure con il suo tocco di grevità da vernacoliere, un teen movie insieme americano (American Pie è il modello riconoscibile) e tirrenico-virziano. Perfino boccaccesco, why not? Qualche anno fa lo si sarebbe definito, con orribile invenzione lessicale, glocal, anche per il titolo inglese-internesciònal messo su una storia che più provincial-profondoitaliana non si potrebbe. Eterno tema, quello del ragazzo sedicenne o giù di lì alle prese con la perdita della verginità, con la prima volta che non arriva mentre i coetanei già han girato la boa. Tutti i timori e tremori, con le solite ansie di inadeguatezza e i fantasmi castratori ecc. ecc. Niente di nuovo, anzi tutto assai antico e stravisto e stranarrato. Però quant’è bravo Chiarini (e il suo protaionista Matteo Creatini) a ri-raccontarla, questa eterna storia, con una sceneggiatura solo apparentemente svagata e grulla e invece molto sagacemente costruita e scritta, con personaggi primari e secondari tutti perfettamente disegnati, a lasciar intravedere in controluce un vero talento nello strorytelling, nell’intrattenere lo spettatore pur nella povertà evidente dei mezzi. Si ride più di una volta, e di gusto, ai dolori del giovane Edoardo detto Edo e alle sue disavventure, tutta colpa di quel maledettissimo problema, insomma la fimosi, la pellecorta del titolo, quel difettuccio per cui il glande non si scopre e dunque la penetrazione diventa cosa ardua e dolorisissima. Si affligge, Edo, e non si decide a sottoporsi a quella semplice operazione che tutto sistemerebbe per paura di uscirne rovinato, de-virilizzato, secondo paranoie castratorie da manuale del giovin nevrotico. Ecco, il perno narrativo è quello, il prepuzio che non scende giù. E Edo, innamorato perso di una vicina di vacanza di nome Bianca, non ce la fa a cogliere l’occasionissima che lei un giorno gentilmente gli offre. Intanto mamma e papà entrano in crisi, dopo che lei ha scoperto che lui se la fa con la sua migliore amica (un classico molto ben rivisto e reinterpretato). Intorno a Edo, la sorellina sboccatissima come un portuale di Livorno e già pronta nonostante l’età appena appena puberale a entrare nella redazione del Vernacoliere, e il miglior amico, un sessuomane che c’ha sempre quella cosa lì nella capa e che per Edo combinerà un semidisatroso incontro con una prostituta, peraltro assai materna (come fa eterne fantasie maschili). Vertice assoluto, e scena da picvcola antologia: la prova tecnica di penetrazione (con fimosi) di Edo attuata su un polpo, che fa qui la funzione della torta di mele in American Pie. “Mica per niente in inglese si dice octopussy”, “Veramente sarebbe octopus”, è l’esemplare dialogo tra i due bischeri. Fino a che sta sulla commedia-racconto di iniziazione e formazione Short Skin regge benissimo e si lascia vedere con gran godimento. Le cose funzionano meno, e il film perde colpi, quando nella seconda parte si va sulla romantic comedy, certo piccola piccola e poco svenevole, ma pur sempre con scivolate sentimentalistiche che stridono con quel bel cinismo tosco-livornese cui ci eravamo abituati. Ma avercene, questo è un esordio da tenere d’occhio, e uno dei migliori film giovani di questa annata italiana (insiema a Cloro di Sanfelice e qualcos’altro). Short Skin ha fatto il giro di parecchi festival, prima Venezia, poi la Berlinale (nella sezione Generation Plus), cavandosela sempre con onore. Settimana scorsa ha anche vinto, votato da una giuria popolare, il piccolo festival Il cinema italiano visto da Milano, segno del suo potere d’attrazione sul pubblico. Ed è un peccato che lo si sia visto finora, distribuito dalla meritoria Good Films, solo in pochi cinema. Meriterebbe più visiblità, anche un sostegno più deciso da parte di critica cartacea e web, perché i numeri per diventare un discreto successo di pubblico li ha tutti. (Però, questi toscani. Qui in Short Skin il vergine Edo si fa un polpo, in Fino a qui tutto bene del pisano Roan Johnson uno dei ragazzacci del gruppo usa come sex toy un cocomero, si spera ben maturo).Planes PlanesFisherman's house

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a (al cinema) recensione: SHORT SKIN. Piccoli Virzì crescono

  1. Pingback: Si apre il Locarno Film Festival #71: introduzione a un evento indispensabile | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi