Cannes 2015: i 5 film che ho visto oggi dom. 17 maggio (Mon Roi, Louder than Bombs e altro)

Mon Roi

Mon Roi

1) Mon Roi di Maïwenn. In concorso.
Cannes l’aveva lanciata qualche anno fa con l’assai bello Polisse, adesso di Maïwenn si tenta la consacrazione a regista di rango con questo Mon Roi. Operazione mica così riuscita. Film liquidato perlopiù come una romantic comedy alla francese e invece niente male, solo che non è quell’opera davvero importante che ci si aspettava, ecco. La lunga, travagliatissima, contorta storia tra l’avvocatessa parigina di successo Tony (Emmanuelle Bercot, sì, la regista del film d’apertura La tête haute) e il ristoratore – mestiere coolissimo, si sa – Giorgio. Ovvero un Vincent Cassel al massimo dell’istrionismo, con un che del migliore e più spudorato Vittorio Gassman. Un gaglioffo, un puttaniere sempre pronto a tradire e mentire. Quando Tony lo (re)incontra ha una gamba imbragata per incidente da sci, ma tra i due è subito sesso travolgente. Lui ha un’altra, anche se sfacciatamente nega l’evidenza. Arriva un figlio chiamato, poveretto, Simbad. Tutto un mollarsi e poi riprendersi e poi lasciarsi. Tutto un rinfaccio e adesso ti distruggo, per poi riacchiapparsi e scopare con gran godimento. Per dieci anni. Troppo lungo – due ore e dieci minuti, mannaggia – però assai vispo, con parecchie idee e invenzioni, molto corporale, molto contemporaneamente girato con macchina prensile e nevrotica, gran ritmo, dialoghi-mitraglia benissimo scritti in quel francese sporco ormai dilagante. Cassel enorme, da premio per il migliore attore. C’è anche Louis Garrel, nella parte del cognato, ed è una presenza ectoplasmatica. Ma perché l’han chiamato per poi fargli fare così poco? Ottima l’idea del gruppo in riabilitazione post-traumatica che ciconda di affetto proletario Tony. Voto 6 e mezzo
2) Zvizdan (Soleil à plomb – High Sun) di Dalibor Matanić. Un certain regard.
Questo film croato di un regista poco più che trentenne è una delle sorprese di Cannes 2015. Siamo in un villaggio della Croazia (in Slavonia?) nell’annus horribilis 1991, mentre già cominciano le frizioni con i serbi e si costruiscono barriere e checkpoint per separare gli uni dagli altri. Ivan è croato, suona nella banda del paese, ama godersi la vita con la fidnzata Jelena, serba. Finirà malissimo, sarà ammazzato, vittima delle tensioni interetniche. Seguono altre due storie, una nel 2001, l’altra nel 2011. Sempre nello stesso villaggio, sempre con amori impossibili tra un croato e una serba. Anche molti anni dopo la guerra le differenze non si cancellano, i traumi passati nemmeno, e andare a letto con il nemico resta dannatamente complicato. Il regista ha la bellissima idea di far interpretare le tre coppie sempre agli stessi attori, tracciando una sorta di sotterranea continuità da un decennio all’altro, inserendo nei vari episodi elementi e dettagli degli altri (nel terzo vediamo ad esempio la tomba di Ivan, il ragazzo ucciso nel primo). Nei toni della tragedia e anche tragicommedia balcanica – corpi furiosamente intrecciati, violenza belluina, musica chiassosa, strepiti e urla – Dalibor Matanić costruisce una sofisticata architettura a incastro, giocando sulla ripetizione e i rimandi, come in un Marienbad trasportato oltre Zagabria. Da premiare. Voto 8
3) Kishibe No Tabi (Verso l’altra riva) di Kiyoshi Kurosawa. Un certain regard.
Delude il regista giaponese che due anni fa aveva portato al festival di Roma il meraviglioso Seventh Code e tre anni fa a Locarno il molto interessante Real. Qui prende a piene mani dalla tv serie Les Revenants, mostrandoci un uomo che dopo tre anni torna dall’al di là non si capisce bene per che cosa. Alla moglie, di mestiere insegnante di piano, dice che vuole portarla da coloro che lo hanno aiutato nel ritorno a questo mondo. I due si mettono in viaggio, avranno a che fare con gente varia, alcuni sono révenants pure loro altri no, e non si capisce il perché. Girato elegantissimamente, con gusto e delicatezza estrema. Già, ma dove sta la polpa in un film così? Per fortuna Kurosawa (non parente) non esagera con il new age preferendo stare sull’indagine psicologica. L’altra riva è quella dell’altro mondo, ovvio. Voto 5
4) As mil e uma noites – Volume 1, o inquieto (Le mille e una notte – Volume 1 – l’inquieto) di Miguel Gomes. Quinzaine des Réalisateurs.
Son riuscito a recuperarlo in un cinemino fuori mano, lo Studio 13, questo primo episodio della ormai celeberrima trilogia del portoghese Miguel Gomes, l’opus magnum, se preferite il macigno, di Cannes 2015. Seguiranno nei prossimi giorni il volume 2 e 3, per un totale di oltre sei ore. Da dove cominciare per parlare di un film che sfugge a ogni classificazione ed è di un anarchismo beffardo fino alla strafottenza? Gomes dice di essersi ispirato alle Mille e una notte, trasportandole e affondandole nel Portogallo del 2014 bloccato nella morsa della crisi economica e colpito dai diktat della Troika, ma trovarci una parentela è dura. L’ideologia è quella del dalli ai politici del rigore che vogliono solo affamare le masse, tra Syriza e Podemos, ideologia che trovo deleteria. Ma qui si parla di cinema, e allora dico che Gomes mette in piedi un film geniale e bizzarro, coraggiosissimo nella struttura narrativa e sul piano della forma e dello stile, sgangherato e insieme sofisticato, con cadute abissali ma anche guizzi da opera somma. Si parte con le due crisi che secondo il regista sono sotterraneamente connesse, nel senso che l’una è metafora dell’altra, la disoccupazione – qui rappresentata dalla chiusura dei più famosi cantieri navali portoghesi – e l’invasione di insetti killer cinesi. Ci sono – in simil Sheherazade – narratori e narrazioni, tra cammelli, probi signori della Troika cui un elisir di uno stregone africano ridà la virilità perduta, galli urlatori che i vicini vorrebbero morti, giudici che parlano con gli animali, ragazzini che appiccano incendi per vedere gli elicotteri arrivare. Un delirio vero, con momenti di irresistibile divertimento e altri, come le testimonianze dei disoccupati, di massima desolazione. Onore a Gomes, che dopo il successo di Tabu si ributta nella mischia rischiando l’osso del collo. Novellistica per novellistica, Gomes batte Garrone 5 a 0. Voto 8 e mezzo
5) Louder than Bombs (Più forte delle bombe) di Joachim Trier. In concorso.
Il norvegese Joachim Trier, già autore del molto premiato Oslo, 31 agosto, fa il salto con questo Louder thean Bombs verso il cinema di budget medio-alto, in linga inglese e con cast internazionale (Gabriel Byrne, Isabelle Huppert, Jesse Eisenberg). Ma il film è tediosissimo, pretenziosissimo, troppo lungo, troppo parlato, troppo piattamente didascalico. Intriso di insopportabile umanitarismo chic. Di quei film dove tutti fanno mestieri fichissimi, abitano in case da urlo, preparano mostre e se scrivono qualcosa, lo scrivono per il New York Times. Mamma Isabelle Huppert, celebre fotografa di guerra, muore in un incidente stradale, e le conseguenze sulla famiglia saranno devastanti. Seguiamo per quasi due ore il marito e i due figli, il maggiore è un furbetto già in carriera, sposato e neopadre, il secondo un adolescente inquieto e odioso come solo certi adolescenti sanno essere. Sono passati tre anni dalla dipartita di lei, si prepara una mostra con i suoi lavori, e mamma è sempre lì, più incombente che mai. In realtà la sua morte nasconde un segreto, la cui rivelazione fa esplodere i precari equilibri di famiglia. Trier forse pensa a Bergman, ma finisce più col somigliare a Susanne Bier. Con solo una scena potente, alla Haneke, quella dello sputo in faccia alla professoressa amante del padre. Il resto è paccottiglia psicologistica, anche se girata con molto senso dello stile e della contemporaneità cinematografica. Finale tremendo. Uno dei film peggiori. Voto 4 e mezzo

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