Cannes 2015. Recensione: LA LOI DU MARCHÉ (La legge del mercato). Una sorpresa, un film che si candida a qualche premio

2c397355d2bc9fa0079db454025e0a3dLa loi du marché (La legge del mercato) di Stéphane Brizé. Con Vincent Lindon. In concorso.
2a6408dfd25607a1c598eb49b7cdbaf7Passo dopo passo, la crisi di un cinquantenne che perde il lavoro, si sottopone a trafile umilianti per trovarne un altro, rischia di perdere tutto. Finché arriva un posto come vigilante. Film onesto e rigoroso che vuole, semplicemente, raccontare il problema di tutti i problemi oggi, la disoccupazione. Come l’anno scorso i Dardenne di Due giorni, una notte. Non siamo a quei livelli, ma La legge del mercato è un film da rispettare. E Vincent Lindon è da palmarès. Voto 7 e mezzo
7ffd478d02515888a9de37b3e354cc27Le aspettative erano basse, tant’è che son stato tentato stamattina di evitare la solita levataccia (la proiezione era alle 8.30 al Grand Théatre Lumière, come pomposamente è chiamata la sala grande) e di stare a dormire. Del francese Stéphane Brizé non mi aveva convinto per niente il precedente Quelques heures de printemps dato un quattro anni fa a Locarno, dove un cinquantenne accompagna la madre malata a farsi l’eutanasia in Svizzera. Con un titolo poi così didascalico e militante, tra Syriza e Podemos, come La legge del mercato, mi aspettavo la solita lagna e invettiva cointro la troika, il capitalismo, la globalizzazione, il capitalismo finanziario e quant’altro. Invece a La loi du marché son bastate le prime sequenze per convincermi. Sì, certo, Brizé costruisce meticolosamente e quasi brechtianamente il suo apologo-atto d’accusa contro l’ipercapitalismo arrembante nella sua versione più liberistica, ma grazie a Dio lo fa attraverso la messa in scena di un racconto esemplare quanto avvincente, con un protagonista cui non puoi non affezionarti, con un’aderenza impeccabile a quanto sta succedendo in decine di milioni di famiglie d’Europa colpite dalla disoccupazione e dalla crisi economica. Thierry, anni 51 – un meraviglioso Vicent Lindon mai così bravo, di commovente dignità anche nei momenti più disgraziati – perde il lavoro, e cominciano le strategie di sopravvivenza, gli affannosi tentativi per stare a galla, con un mutuo ancora da pagare e un figlio disabile e assai capace a carico che ha per obiettivo quello di entrare alla facoltà di biologia, e dunque bisognoso di supporto. La trafila dei colloqui di lavoro, dal vivo o via Skype, con algidi interlocutori di quella branca aziendale detta risorse umane, ma pià disumane che umane, e spesso incarnata da gente futile quando non proterva. La cortesia dei reclutatori sotto cui si cela la durezza e spesso la brutalità, le contrattazioni con il possibile nuovo datore di lavoro che tenta in ogni modo di tirar giù il prezzo e ottenere la massima disponiblità (“accetterebbe una posizione inferiore a quella che occupava prima?, “è disponibile a orari flessibili?”). E i corsi di formazione. E – agghiacciante – una seduta su come presentarsi nel miglior modo ai reclutatori e fare la giusta impressione (“attento al linguaggio del corpo!”), sintomo dell’abisso e del vuoto cui siamo arrivati nella gestione delle risorse disumanizzate in occidente. Si procede per blocchi, ognuno autonomo, ognuno con un pezzo di vita di Thierry brechtianamente esposto. La ricontrattazione del mutuo e la richiesta di un prestito in banca, la vendita della roulotte per tirar su qualche migliaio di euro. Fino all’assunzione come vigilante in un centro commerciale, alle prese con taccheggiatori e povere ladre di tessere-sconto. Naturalmente viene in mente Due giorni, una notte dei Dardenne, film partito proprio da Cannes l’anno scorso e già diventato un classico del cinema di questa decade. Brizé non ha lo stile così riconoscibile dei fratelli belgi, non ce la fa a ricreare come loro un mondo a parte di esclusione e sofferenza, non è soprattutto uno storyteller alla loro altezza. Ma non è un regista qualunque, è di quegli autori che credono ancora generosamente nella possibilità di rappresentare la realtà e magari di poterla un po’ cambiare. Diciamo, un Guédiguian dei momenti migliori, ecco. E il suo film così onesto si imprime nella memoria e in quella cosa che un tempo si chiamava coscienza, e non va più via.

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