Cannes 2015. Recensione: MACBETH. Magnifico Fassbender in una versione barbarica e selvaggia di Shakespeare

Macbeth, un film di Justin Kurzel. Con Michael Fassbender, Marion Cotillard, David Thewlis, Paddy Considine, Sean Harris, John Reynor. Concorso.
1914f478540846bb0f71ea0f09e31bbcTragedia dell’ambizione e del potere. Una trama di delitti per conquistare il trono. La tragedia di Shakespeare diventa, nelle mani dell’australiano Justin Kerzel, un lungo incubo, un racconto plumbeo e dark di inaudita selvaggeria. Ottima riuscita. Grandi sia Fassbender che la Cotillard. Eppure stamattina al prss screning è stato sì applaudito, ma anche fischiato. E francamente non si capisce il perché. Voto 7+
abd1667f74d6f7f862d467b5404f7b60Diciannovesimo e ultimo film del concorso. A questo punto i giochi son fatti, probabile che la giuria abbia già deciso (bisogna pur dare il tempo ai premiati di fare rientro a Cannes per la cerimonia di domani sera). Film che è la più nuova delle non molte versione di una delle più cupe e rosso-sangue tragedie shakesperiane, dopo quelle di Orson Welles e di Roman Polanski. E degnissima versione, va detto. Selvaggia, barbarica, corrusca, affondata nel primitivismo delle più cupe Highlands scozzesi e in una notte quasi continua. Con due interpreti che sembran fatti apposta per i loro personaggi, un Michael Fassbender torvo e rapace e insieme roso dentro e alterato (“ci sono scorpioni nella mia mente”) che si candida al premio di migliore attore, e una Marion Cotillard che va per sottrazione, cui però basta uno sguardo per suggerire il lato serpentesco e luciferino di Lady Macbeth. Eppure stamattina alla proiezione stampa nel Grand Théatre Lumière insieme ai molti applausi si sono anche scatenati in platea parecchi buuh, i più forti e lunghi di tutto questo Cannes 2015. Ma perché? Trattasi di un buon film, buonissimo. Che si son viste a questo festival un bel po’ di ciofeche trattate molto meglio, e allora cosa pensare? È che ci son sempre ai festival squadracce di faziosi che, per plurimi motivi, decidono di fare i loro sporchi giochi, e così come ci sono gli applausi pilotati, altrettanto vale per i fischi e i boati di dissenso. O forse erano solo vedove di Orson Welles, che non hanno perdonato all’abbbastanza oscuro australiano Justin Kurzel (questo è il suo secondo film) di aver osato là dove il Maestro dei Maestri avva già dato la sua versione della tragedia. Un film di tenebra, questo di Kurzel, una tenebra interrotta e come segata da fioche luci di candele o da torce  bracieri, e da roghi assassini. Un Macbeth mai trombonesco e gigionesco, mai declamatorio, uno Shakespeare riproposto in tutta la sua forza e veggenza di indagatore dell’umano e delle sue pulsioni basse e alte, soprattutto le prime. Qualcuno tirerà in ballo Il trono di spade, molto ispirato a Shakespeare difatti, ma fortunatamente il regista venuto dall’Australia non cavalca l’onda della serie più amata e se ne tiene stilisticamente e visivamente lontano, semmai ricordando in certe momenti di battaglia e in certi segni di guerra (la faccia pittata e tatuata) il Braveheart di Mel Gibson. Certo ci si aspetterbbe in questo Macbeth girato con i soldi dei fratelli Weinstein un colpo d’ala, uno scarto, una sopresa di messinscena. Invece non ci sono picchi, i momenti di turgore della storia vengono come depotenziati e uniformati al resto della narrazione. Un film sintonizzato su un registro di basso continuo, costantemente plumbeo e dark, come un incubo che si srotoli lento e implacabile. Anche le parti diciamo così supernatural o eccentriche, che si presterebbero a un’incursione nel fantastico, come l’apparizione delle streghe o l’avanzata finale della foresta (che viene piallata via), sono omologati al tono ferrigno e materico dominante. Del grandioso-epico comunque c’è poco, questo Macbeth dell’australiano Justin Kurzel è concepito e realizzato più come un delirio senza fine, come una proiezione dei fantasmi mentali di Macbeth e signora. Due figure archetipiche, capaci ancora oggi di rendere conto e di fornire utili chiavi interpretative a molti esempi di gestione degenerata del potere. La pazzia di Lady Macbeth, la sua ossessione per le mani sporche di sangue, un’ossessione che la perderà, diventa un monologo a camera fisso sul primo piano di Marion Cottilard, in una luce livida da alba malata, come il collasso psichico di una casalinga diperatissima gravata da nevrosi inspportabili. Cotillard, ecco. Forse un gradino sotto all’immeno Fassbinder, ma notevole nel restituire una Lady Macbeth introflessa e meno istrionica del solito. In fondo, lei e il marito sono una power couple come tante oggi in circolazione, solo che allora gli avversari nella corsa al comando li potevi sgozzare, oggi devi ricorrere ad altri mezzi.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Cannes 2015. Recensione: MACBETH. Magnifico Fassbender in una versione barbarica e selvaggia di Shakespeare

  1. Pingback: Cannes 2015. Miglior attore e migliore attrice: ecco i favoriti | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: Cannes 2015. LA MIA CLASSIFICA FINALE dei film del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi