Recensione. IL GESTO DELLA MANI, il docu-film italiano vincitore di un premio Fipresci al festival di Berlino

Il gesto delle mani, docu-film di Francesco Clerici. Con Velasco Vitali, Lino De Ponti, Elia Alunni Tullini, Caled Saad, Mario Conti, Simion Marius Costel, Luigi Contino, Nicolae Ciortan, Tommaso Rossi, Ilaria Cuccagna, Andreas Boccone e Antonio ”Totò” Serra.
In programmazione da venerdì 19 giugno al cinema Beltrade di Milano. Per aggiornamenti, consultare la pagina Facebook e il sito del film.Francesco_Clerici_Il_gesto_delle_mani_004Dentro una fonderia artistica milanese, dove si realizzano bronzi secondo un procedimento che è lo stesso da secoli, da millenni. Un film senza parole, di sole immagini, che documenta i passaggi di una scultura di Velasco Vitali, dal modello in cera al bronzo. Niente spieghe, solo gesti e visioni. Un flusso ipnotico che si trasforma in rito. Un gran bel film di un autore milanese di 31 anni che si è portato via alla recente Berlinale un premio di quelli pesanti. Voto 8Francesco_Clerici_Il_gesto_delle_mani_002Sarà meglio non perderselo (a partire da venerdì 19 è al cinema Beltrade di Milano, poi si spera in altre città), e per più motivi. Tanto per cominciare, perché questo documentario è uno dei pochi film italiani che ultimamente abbiano vinto qualcosa di davvero importante a un festival di prima fascia. A Il gesto delle mani del milanese Francesco Clerici è difatti andato lo scorso febbraio alla Berlinale il premio Fipresci – l’associazione critici internazionali – come miglior film della sezione Forum, quella che al festival contiene i titoli più sperimentali, arrischiati, di frontiera. Un riconoscimento pesante, che si spera faciliti la strada e la circolazione a un piccolo film, 10mila euro di budget raccolti tra gente di buona volontà, di un autore poco più che trentenne che ha avuto la bella idea di andare a filmare la nascita di un’opera in bronzo in un’antica officina specializzata di Milano, la Fonderia Artistica Battaglia. Dove il bronzo lo si lavora dai primi del Novecento dando forma e materia ai progetti di artisti italiani e non – tanto per dire, il cavallo Rai di Francesco Messina è nato qui – secondo una procedura che è quella, già usata nell’antichità classica, chiamata della cera persa. Con un modello da cui viene ricavato uno stampo di terracotta. Così si son fabbricati i due guerrieri ripescati a Riace, e via via nei secoli infinite altre bellezze e capolavori, così, pur con qualche marginale aggiornamento e innovazione tecnica (il forno mica è più a legna, ovvio), si fa oggi alla Battaglia. Film di massima linearità e semplicità, che segue il materializzarsi e diventare metallo di un progetto dell’artista Velasco Vitali (di Bellano, mi pare, come il suo omonimo scrittore Andrea), la scultura di un cane accucciato che fa parte di un’opera più vasta (una muta canina) e che all’inizio vediamo in forma di cera rossa, mentre Velasco dà gli ultimi ritocchi. Da lì verrà fuori il bronzo, e quel che ci sta in mezzo è precisamente il processo che Il gesto delle mani – il titolo viene da una citazione di Giacomi Manzù – testimonia, fase dopo fase, passaggio dopo passaggio. Non aspettatevi un approccio didascalico-didattico, con spieghe tecniche, voci fuori campo e mezzibusti a chiarire e divulgare, siamo lontani da un qualsiasi Rai Educational, anzi proprio da ogni educational. Tant’è che qualche snodo della lavorazione potrà sembrare oscuro, o almeno così è parso a me, che di cose artigianali ho sempre capito poco o niente. Ma non è così importante, siamo al cinema per vedere, non per imparare. Francesco Clerici ha abolito ogni parola, ogni dialogo, il film è solo una sequenza di gesti, immagini, visioni, una sequenza del fare e dell’accadere, con solo qualche suono di fondo selezionato ex post, in fase di postproduzione intendo, dal frastuono dell’officina. Una scelta radicale, quella della parola abolita, che si rivela vincente e la vera sigla del film riscattando Il gesto delle mani dal puro dato documentaristico per trasformarlo in cinema e basta, in flusso di immagini, in un procedere lento, ipnotico e magmatico come il bronzo fuso che vediamo rapprendersi, o il fango che si solidifica in terra refrattaria, tanto per citare due fasi del lavoro alla Battaglia. Che è un bel risultato, anche paradossale, per un film che parte con il proposito primo di mostrare tutta la matericità, la concretezza, anche la fatica che sta dietro e sotto alla creazione di un bronzo e che in certi momenti diventa invece pura astrazione. Svincolati dall’obbligo di ascoltare spieghe e di capire a tutti i costi, possiamo vagare e lasciarci prendere dalle infinite suggestioni. Come la bellezza dell’officina. Un vecchio capannone di una semiperiferia milanese, con un cortile che più milanese non si potrebbe con quei muri color giallo popolar-milanese, e interni apparentemente qualunque e dimessi dove sono i segni del lavoro materiale e artigianale, i suoi detriti, i suoi strumenti, anche il suo disordine, a occupare lo spazio, in una concretezza che puoi toccare e che da sola toglie ogni aura di retorica alla creazione artistica che pure lì sta avvenendo. Difficile non ammirare questi uomini (e una donna) di varie età che senza la minima affettazione e con una concentrazione assoluta mescolano fango destinato a diventare terracotta, conficcano chiodi, aggiustano una strana intelaiatura di cannule sulla sagoma di cera (ma a che cosa servirà?), mettono in forno e tolgono, spaccano la terracotta, fondono il bronzo, lo colano nella sagoma cava. E poi limano, molano, aggiustano, puliscono, lustrano. Mentre intorno è tutto un vorticare di stracci imbrattati di colori e palta, bacinelle piene di strani e meno strani intrugli, fiamme ossidriche che si allargano minacciosamente e poi si fanno sottili, e ganci rugginosi, martelli, catene, e il fuoco che fuoriesce dal forno. La bellezza al lavoro. La bellezza del lavoro manuale e corporale nel suo farsi, che non teme lo sporco e l’impuro, che rifugge da ogni carineria e ogni levigatezza, che è polvere e fuliggine, in un’estetica del fango e del sudore che ormai non conosciamo e non vediamo quasi più. C’è qualcosa di commovente in questo spettacolo della fatica materiale, così diversa dall’arrembante e proterva immaterialità oggi dilagante, che ci ricorda quel che eravamo e rischiamo di non essere più. Alle immagini della realizzazione del bronzo di Velasco si alternano quelle di due documenti visivi in bianco e nero degli anni Sessanta ripresi all’interno della Fonderia Battaglia, con altri artisti all’opera, e qualche volta con gli stessi artigiani di oggi, a rimarcare la continuità e la sostanziale uniformità del processo. Forse a suggerire che il tempo non è passato, come se la fonderia fosse l’antro di un mago in grado di abolire ogni barriera tra ieri oggi e domani, o una finestra aperta sullo spazio-tempo. Il tempo si è fermato si chiamava il più celebre dei meravigliosi docu-film che Ermanno Olmi girò tra fine anni Cinquanta e primissimi Sessanta per la Edison. Ecco, Il gesto delle mani mi ha fatto venire in mente quell’Olmi (anche se qui non c’è, non può esserci, la meraviglia di allora di fronte alla tecnica, la modernità, il progresso). Stesso rispetto assai lombardo per il lavoro e la sua bellezza segreta, stesso stupore nell’inoltrarsi nei luoghi della fatica, nei suoi antri e meandri. L’analoga capacità di sacralizzare l’officina e trasformarla nel luogo di un rito. Con il suo film fatto di silenzi e gesti, e di gesti che si ripetono uguali probabilmente da secoli e secoli, Clerici costruisce, forse al di là delle sue stesse intenzioni, una specie di cerimonia. Solo alla fine, mentre scorrono i titoli di coda, irrompe una musica e passano i nomi degli uomini che abbiamo visto al lavoro. Compresi alcuni arabi e rumeni, a testimoniare come ormai certe attività di mani e di muscoli stiano passando agli stranieri. “Facciamo una gran fatica a trovare giovani che vengano a lavorare da noi”, ha detto al cinema Mexico di Milano, dove qualche giorno fa ho visto Il gesto delle mani, un rappresentante della Fonderia Battaglia, “gli italiani sembrano poco interessati”. Tutt’al più arrivano dalle varie Belle Arti per studiare la tecnica del bronzo e poi dopo un anno, un anno e mezzo, se ne vanno via. E anche questa è Italia, adesso.

Francesco Clerici (a destra) a Berlino con il Fipresci. Con lui Jafar Panahi (a sin.), vincitore del Fipresci per il Concorso, e Hamed Rajabi, vincitore per la sezione Panorama.

Francesco Clerici (a destra) a Berlino con il Fipresci. Con lui Jafar Panahi (a sin.), vincitore del Fipresci per il Concorso, e Hamed Rajabi, vincitore per la sezione Panorama.

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