Omar Sharif l’egiziano, il cristiano, il musulmano

Omar Sharif negli anni Cinquanta con la moglie, l'attrice Faten Hamama.

Omar Sharif negli anni Cinquanta con la moglie, l’attrice Faten Hamama.

499440a5f28eabcc74b99e81c00a7483Sarà mai possibile tracciare il ritratto di un altro Omar Sharif che non sia quello dei cliché con cui ci hanno sommerso giornali e siti web dopo la sua morte lo scorso venerdì 10 luglio? Pezzi decorosissimi e inesorabilmente tutti uguali, tutti a ricordarci i trionfi di Zivago e Lawrence d’Arabia, poi la lenta discesa dai ranghi alti dello star system negli anni Settanta a causa di troppe autoindulgenze e dissipazioni esistenziali, i troppi amori seguiti al divorzio dalla moglie egiziana (e nessuno importante davvero, come lui stesso ebbe a ricordare in più interviste rilasciate nei suoi anni maturi e post-divistici) e le passioni per il bridge e i tavoli variamente verdi. Strano sia rimasto in ombra o appena accennato l’Omar Sharif che oggi dovrebbe più interessare, per via della sua appartenenza, per quanto solcata da parecchie fratture e discontinuità, e contraddizioni, a quell’universo culturale arabo e islamico tornato così prepotentemente al centro del nostro immaginario di occidentali proccupati. Tutt’al più s’è ricordato il suo charme levantino e malandrino (malandrino in quanto levantino), gli scuri occhi setosi e quei moustache corredo e segno di virilità medio-orientale ed est-mediterranea. Eppure, che straordinaria storia è quella dell’Omar Sharif d’Egitto, prima (e anche dopo) che il grande cinema english speaking lo scoprisse e lo imponesse con Lawrence d’Arabia, dov’era l’antagonista seduttivo in scuro del biondo, troppo biondo, e occhiceruleo Peter O’Toole.
Nasce nel 1932 ad Alessandria, una delle grandi città del Levante, più mediterranea che africana, cosmopolita e ibridata, coacervo e accumulo e più raramente autentico incrocio di varie culture e etnie, arabo-egiziana, greca, italiana, ebraica, armena, e francese, inglese, spagnola. Luogo di ogni traffico e scambio, naturalmente aperta al mondo e così intimamente diversa dall’altro Egitto, quello introflesso del Cairo e del profondo Sud. Nasce, il futuro Omar Sharif, con il nome di Michel Demitri Chalhoub da agiata famiglia libanese di religione greco-melchita trasferitasi dall’originaria valle della Bekaa nell’opulenta Alessandria, il padre Joseph traffica in legni pregiati, la madre Claire Saada è una socialite assai raffinata e europeizzante, spesso invitata alla corte di Faruk (che nel palazzo di Alesandria trascorre parecchi mesi all’anno) per via della passione per il poker condivisa con il giovane e discusso re. Un ragazzo di belle speranze e ancora più bell’aspetto, Michel Demitri, che vien mandato da papà a farsi un’istruzione come si deve al Victoria College, severa scuola britannica di impronta imperiale culla ad Alessandria del notabilato cittadino, luogo di distinzione per le famiglie straniere e/o cosmopolite, e per quelle arabe ansiose di upgrading sociale e riconoscimenti. Dove son stati alunni nel corso dei decenni, e qualcuno di loro sarà stato compagno del nostro Michel, lo scrittore ebreo alessandrino ora americano André Aciman, il sociologo palestinese-americano Edward Said, l’esiliato Simeone II di Bulgaria, il nababbo saudita nonché protagonista di cronache mondane Adnan Kashoggi. Ed è al Victoria che il futuro Omar Sharif scoprirà l’inclinazione per il recitare che poi diventerà la sua vita. L’Egitto ribolle, la rivoluzione dei generali depone nel 1952 Faruk, cui succede il figlio bambino che regnerà formalmente solo pochi mesi. La monarchia viene soppressa, nasce la repubblica. Sono del 1956 la guerra di Suez e l’ascesa al potere di Nasser, con la sua visione panarabista. Comincia l’epulsione degli stranieri e degli ebrei dall’Egitto, il cosmopolitismo della meravigliosa Alessandria è colpito al cuore. Sono anni decisivi per Michel Demitri, il quale nel 1954 fa il suo debutto come attore di cinema. A volerlo in due film è Youssef Chahine, il maggiore cineasta egiziano di sempre, maestro del melodramma e del racconto popolare con venature d’impegno social-neorealiste. Anche lui alessandrino, anche lui studente al Victoria College, similarità che di sicuro l’avranno predisposto benevolmente verso il ragazzo greco-melchita Michel Demitri. Il primo film è Siraa Fi al-Wadi (Sfida nella valle), il secondo Shaitan al-Sahraa (Il diavolo del deserto), ed è sul set di Siraa che Michel fa l’incontro della vita, quello con l’attrice Faten Hamama, ventitreenne, un anno più di lui, superstar della Hollywood sul Nilo, con una carriera incominciata da bambina prodigio a 7 anni (la chiamavano la Shirley Temple egiziana) e già 40 film alle spalle, bellezza fine e moderna lontana dallo stereotipo della femminilità popputa e matronale di Medio-Oriente e Nord-Africa. Lei non è molto convinta quando lo vede, lui si esibisce nel monologo To be or not to be dell’Amleto e Faten, anche se non conosce l’inglese, ne resta conquistata. Con Michel è di quegli amori che deflagrano subito e con forza devastante. Faten, che non aveva mai dato baci sullo schermo, lo fa per la prima volta con il suo giovane ed esordiente partner, scandalizzando e seducendo le platee, a sottolineare quasi pubblicamente la liaison appena nata. Si sposeranno nel 1955, e per farlo lui opererà una di quelle scelte che segnano una vita, e una storia. Per compiacere la famiglia di lei, di modeste origini e visioni conservatrici, che mai avrebbe approvato il matrimonio della figlia con un cristiano, si converte all’Islam e cambia nome in Umar al-Sharif, quello con cui sarà una star del cinema internazionale, anche se semplificato a uso dell’orecchio occidentale in Omar Sharif, con l’elisione dell’articolo arabo. Non risulta che Sharif abbia mai commentato questo suo passaggio religioso e identitario, che pure oggi, in tempi di furibondi cultural clashes ci sembra cruciale, e che meriterebbe di essere indagato. I Greci Melchiti, la comunità in cui era nato e cresciuto, sono uno dei gruppi più antichi di quella cristianità medio-orientale complessa e intricata, un panorama frastagliato di comunità e insediamenti che risalgono ai primi secoli dopo Cristo e sopravvissuti a ogni bufera della storia, ma oggi a rischio di estinzione a causa dell’avanzata del fondamentalismo e letteralismo coranico in tutta l’area. Di rito greco, ma cattolici, i Melchiti sono fedeli alla Chiesa di Roma e alla Santa Sede cui tornarono secoli fa dopo una lunga separazione, fanno capo e riferimento al patriarcato di Antiochia e sono pienamente inseriti nella cultura araba di cui hanno adottato la lingua nella liturgia. Ora, si può solo immaginare, perché testimonianze non ne abbiamo, come sia stata accolta nella variegata comunità cristiana di Alessandria la conversione di Michel Demitri diventato per l’occasione Omar. Si è sempre detto e scritto che l’abbia fatto per amore, per poter sposare Faten. Ma resta una zona oscura di cui niente sappiamo. Chalhoub si trasforma in Sharif fors’anche per una spinta inconscia a mimetizzarsi in un Egitto neoindipendente e forsennatamente nazionalista e arabista, per smarcarsi dal cosmopolitismo originario nel momento in cui gli stranieri e gli egiziani considerati non puri sono visti con sospetto. Un passaggio personale che si fa involontaria metafora di quello del paese, e della stessa fine del mondo miscelato e composito di cui Alessandria era una delle capitali. Ma che è fors’anche il segno del disincanto, anche quello così levantino, di chi sa adeguarsi velocemente e prontamente al mutare degli eventi e delle circostanze. Comunque sia, l’ex Michel Demitri Chalhoub ora Umar al-Sharif diventa presto un’icona egiziana, con la moglie Faten gira un film dopo l’altro, e son tutti successi clamorosi, in quella che resta a oggi la Golden Age del cinema sul Nilo. Sono melodrammi come La Anam (Senza sonno, uno dei più grandi successi di sempre del cinema egiziano), drammi sociali, perfino una trasposizione araba di Anna Karenina, Nahr al-Hub (Il fiume dell’amore). Nel 1957 nasce il loro unico figlio Tarek – lo si vedrà come piccolo Yuri nel Dottor Zivago – , il secondo per Faten, che dal precedente matrimonio con il regista Ezzel Dine Zulficar aveva avuta una figlia, Nadia. Nonostante il crescente impatto e peso divistico di Omar, che comincia a lavorare anche oltrefrontiera, resta lei la star indiscussa della coppia agli occhi delle platee d’Egitto e arabe, e chissà se anche questo contribuirà a corrodere e rendere instabile il loro matrimonio. Che salterà di lì a qualche anno quando Omar, ormai una celebrità mondiale dopo Lawrence d’Arabia, Zivago e Funny Girl, si separerà da lei, per poi divorziare nel 1974. Non si risposerà mai più, lasciando intendere che nonostante i molti love affair, anche con donne celebri, Faten sia stata la donna definitiva della sua vita, la sola, l’insostituibile. Lei invece si risposerà, andrà a vivere all’estero per molto tempo in aperto dissenso con il regime nasseriano e post-nasseriano, tornerà in patria, verrà celebrata come la più grande star del cinema nazionale, fino a morire a 83 anni nel gennaio di questo 2015, pochi mesi prima di Omar Sharif, uno spegnersi a breve distanza che lascia intuire un parallelismo esistenziale, una mutua dipendenza mai venuta meno.
Omar Sharif avrà una controversa storia d’amore con Barbra Streisand conosciuta sul set di Funny Girl. Siamo nel 1967, la guerra dei Sei giorni è appena finita, Israele è per tutti i paesi arabi il grande, odiatissimo nemico. E Barbra è ebrea e aperta sostenitrice di Israele. Quando Sharif viene scritturato per recitarle accanto comincia al Cairo una campagna di stampa violenta per togliere all’attore, accusato di tradimento, la nazionalità egiziana. Ma anche a Hollywood c’è inizialmente qualche riserva nell’assegnare a un arabo il ruolo del consorte ebreo malato di tavolo verde dell’esplosiva Fanny Brice. Lo lascia intendere la stessa Streisand nel tweet con cui ha dato l’addio l’altro giorno a Sharif: “He was a proud Egyptian and in some people’s eyes the idea of casting him in ‘Funny Girl’ was considered controversial”. È una fiammata, l’amore per lei. Omar pensa di sposarla, e per vincere le resistenze della sua famiglia medita di convertirsi all’ebraismo (“Pensi che al Cairo siano agitati?”, gli dice lei, “allora dovresti dare un’occhiata alla lettera che mi ha scritto mia zia Rose”), quasi a replicare il passaggio di fede per amore già compiuto per Faten. Non succederà, ma questo lascia intendere come per lui le barriere etno-religiose non siano mai state rigide e insormontabili e come la sua identità e le sue appartenenze siano sempre state fluide, liquide, qualcosa che oggi ci sembra non solo impossibile, ma anche impensabile. Oggi che – soprattutto nell’area mediorientale – la religione è un dato che segna inesorabilmente vita e destino di un individuo e di una collettività.
Omar Sharif come esempio vivo di un possibile multiculturalismo in area araba, icona di una tolleranza che là non si è mai potuta sviluppare davvero? Credo che lui riderebbe nel vedersi ridotto a simbolo, lui che non ha avuto altra ambizione che seguire con levità le mutevoli onde della vita, anche di quelle distruttive come il gioco d’azzardo. Più probabilmente, Sharif è solo il risultato del suo tempo, di quegli anni Cinquanta e Sessanta nei quali si credeva in una possibile rapida modernizzazione dell’area islamica e arabofona, quando i modi d’Occidente sembravano essere stati adottati da egiziani e altri popoli vicini, quando le donne abbandonavano – e si immaginava definitivamente – il velo per adottare minigonne e scollature. Era una distorsione ottica, oggi lo sappiamo fin troppo bene, che scambiava l’adeguamento esteriore e tutto di superficie all’Europa per mutamenti nel profondo. Nel suo solcare le differenze religiose, etniche, culturali, nel suo oltrepassarle quasi con dandistica indifferenza, Sharif oggi ci appare come l’immagine di un’illusione, di un sogno infranto. Vivrà a lungo fuori dall’Egitto, per poi ritornarci da vecchio, installandosi un un hotel del Cairo. Lontano più che mai da ogni settarismo e fondamentalismo. Nei vari pezzi scritti dopo la sua scomparsa s’è citato Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, film francese del 2003 dove Sharif era un negoziante musulmano che si affeziona come un padre a un ragazzino ebreo. Però nessuno che abbia ricordato un film egiziano del 2008, Hassan & Marcus (Hassan wa Morcus), che in patria e in tutta l’area arabofona è stato un immenso successo commerciale e che ha avuto il coraggio di mettere in forma di commedia il tema allora caldo e oggi incandescente dell’estremismo religioso e della convivenza tra Islam e cristianesimo. Omar Sharif è Mahmoud, un pio musulmano minacciato dagli integralisti della sua religione che lo accusano di mollezza. Analoghi, anche se su altro fronte, sono i problemi per Boulos, un cristiano sgradito ai suoi correligionari più duri e puri. Se la passano talmente male, i due, che dovranno mettersi in un programma di protezione assumendo false identità e scambiandosi le appartenenze religiose per sfuggire a chi li minaccia: Mahmoud si fingerà il cristiano Marcus, Boulos il musulmano Hassan. Un’inversione delle parti da cui scaturiscono infiniti misunderstanding e occasioni comiche e che, sotto il velo dell’entertainment popolare (Adel Eman, l’interprete di Boulos/Hassan, è una delle più grandi star egiziane), va a toccare il punto sensibile dell’intolleranza. L’ultimo vero grande successo di Omar Sharif, e, a pensarci oggi, quasi testamentario. Un film nel quale l’attore metaforizza i suoi stessi passaggi di identità ridiventando, nella recita e nel gioco delle parti, musulmano e cristiano. Nonostante la vita tumultuosa ed errabonda, OS non ha mai reciso i legami con la famiglia. “Sono stato un buon padre”, ha detto in un’intervista rilasciata a Paris Match nel 2010, “non solo ho allevato mio figlio Tarek, ma anche Nadia, la figlia avuta da mia moglie dal suo precedente matrimonio, e ho allevato Marine, la figlia di Nadia”. Legato anche ai due nipoti, figli del figlio Tarek, Karim e Omar. Per esteso Omar Sharif Jr., modello e attore che ha lasciato il Cairo nel 2011 per andarsene a vivere in America dove nel marzo 2012 ha scritto un clamoroso pezzo sul magazine The Advocate facendo coming out: “Sono egiziano, sono ebreo e sono gay”. Ebreo in quanto, come ha fatto notare il Jerusalem Post dopo la pubblicazione, figlio di madre ebrea, secondo la tradizione rabbinica. “Scrivo questo articolo nella paura, per il mio paese, per la mia famiglia, per me stesso (…)”, confessa Sharif Jr, finendo col chiedersi: “L’essere egiziano, metà ebreo e gay resteranno identità che si escludono a vicenda?”. Chissà se Omar Sharif, il senior intendo, ha approvato la scelta del nipote. Probabile di sì, vista la massima libertà e disinvoltura nello scavalcare le barriere culturali e identitarie di cui ha ha dato ampia prova.

Omar Sharif nel film egiziano 'Hassan & Marcus' del 2008

Omar Sharif nel film egiziano ‘Hassan & Marcus’ del 2008

Omar Sharif Jr.

Omar Sharif Jr.

Omar Sharif Jr. con il nonno

Omar Sharif Jr. con il nonno

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2 risposte a Omar Sharif l’egiziano, il cristiano, il musulmano

  1. Rita scrive:

    Molto bello davvero il suo articolo, Grazie!
    Ps: Il solito problema, non si trovano alcuni films da Lei citati, in lingua italiana….come
    sempre.

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