Recensione: TAXI TEHERAN, il film di Panahi Orso d’oro a Berlino (in sala dal 27 agosto)

201511112_1Taxi Teheran di Jafar Panahi. Con Jafar Panahi. Al cinema da giovedì 27 agosto 2015.
201511112_3Il regista iraniano che non può girare film continua, semiclandestinamente, a farne. Con mezzi quasi nulli, molte idee, una grande voglia di cinema, e una meravigliosa capacità di raccontare. Panahi si mette alla guida di un taxi e ci racconta i suoi passeggeri, e Teheran. Mescolando reale e fiction (però più la seconda). Orso d’oro alla Berlinale 2015. Voto 7+

Jafar Panahi in una scena

Jafar Panahi in una scena

Alla scorsa Berlinale (febbraio 2015) c’era stato il pienone al Palast per la proiezione stampa di questo nuovo film del regista iraniano Jafar Panahi che, pur colpito anni fa dall’interdizione a girare, continua come può, con mezzi ridotti, nella semicandestinità, anche con astuzia, o sfruttando quel sottile margine di tacita tolleranza che forse gli è concesso, a fare cinema. Che resta il suo modo di vivere la vita, e anche, sia detto senza retorica (lui non è mai trombone, non sono trombonesche le cose che fa), di resistere. Cinema come bisogno primario, fisico, irrinunciabile. Il cinema come respirare. È questa l’impressione che Taxi (tale il titolo originale, Teheran è stato aggiunto solo nella versione italiana) ci comunica, un film assai lineare ma dall’ordito più complesso di quanto non traspaia in superficie, e decisamente più riuscito di Black Curtain che Jafar Panahi portò sempre alla Berlinale un paio di anni fa, ritratto fascinoso ma contorto e fin troppo metaforizzato della proprio autoreclusione. Stavolta si respira. Se là si chiudevano porte e coprivano finestre creando uno spazio claustrofobico, anche mentale, qui Panahi esce letteralmente di casa, si butta nelle strade, respira e ci fa respirare. Fingendosi tassista, si mette alla guida di un cab per le strade di Teheran raccogliendo passeggeri, e le loro storie. Ci si chiede all’inizio se si tratti di documentario, dell’ennesima variazione sul modo eterno del cinéma-vérité, ma ci vuol poco a capire che questo è un film per niente casuale, anzi costruito su una sceneggiatura di ferro, che mima sì il docu come ormai una parte consistente del cinema di oggi, ma ne usa anche cinicamente i linguaggi per poi emanciparsene completamente. Il limite del film, peraltro riuscito, sta semmai in questa simulazione di una realtà che si smaschera subito da sé, nella pretesa di ricostruirla, la realtà, di rettificarla e aggiustarla a uso della storia che Panahi ci vuol raccontare. Perché Taxi è anche (soprattutto?) una lettera politica in forma di film, in cui si parla di libertà e di diritti conculcati, e tra i passeggeri c’è un’avvocatessa che su quel fronte è impegnata e sta difendendo una ragazza arestata per essere andata allo stadio. “Hanno deciso di ritirarmi il permesso di esercitare, ma finora non è successo nente, e io continuo. Come peraltro Jafar fai tu”. In questa zona grigia di libertà vigilata, di libertà octroyée, e che in ogni momento così come viene concessa può essere ritirata, si muove il film, che assume un che di precario, di volatile, di sospeso, di qualcosa che si sta facendo sotto i nostri occhi ma potrebbe essere interrotto da un momento all’altro. Si sorride e ride con il venditore di dvd, si presume illegali, fiero di poter far vedere agli iraniani film che non arrivano in sala come quelli di Woody Allen, “e signor Panahi, sono Orim! Si ricorda di me? Si ricorda di quella volta che le ho portato C’era una volta in Anatolia?”. Cliente di questo speciale pusher è uno studente di cinema, e maneggia la sua piccola cinepresa anche la nipotina di Panahi che lui va a prendere a scuola col taxi, ed è l’occasione per parlare del cinema di regime, e per parlare di cinema, e di farlo. Con un finale atteso, ma che non può non colpirci. Film sofisticato nell’apparente semplicità dove Panahi, con estrema grazia e davvero con l’imperturbabilità dello stoico, infila i discorsi grandi sulla politica, sul regime del suo paese, sulla libertà dei singoli, sull’arte, e anche sull’arte come menzogna. Senza mettercela giù dura. Dimostrando ancora una volta di essere un formidabile storyteller, di saperci avvincere con il minimo di materiali narrativi. Quando la nipote racconta di aver filmato la lite di una famiglia vicina (“la figlia si è innamorato di un afghano, e quando lui si è presentato a casa si sono azzuffati tutti”), lo zio le spiega che non si deve sforzare a cercare una storia per il corto che sta preparando come saggio di fine anno: “La storia è questa, l’hai già trovata”. A Berlino naturalmente Panahi non è venuto a ritirare l’Orso, al suo posto è salita sul palco del Palast la nipotina, molto emozionata, quasi piangente, meno sicura di come appare nel film. E son stati applausi interminabili, ovvio.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi