Mostra di Venezia 2015. Recensione: BEASTS OF NO NATION è pura pornografia della violenza

Beasts of No Nation, un film di Carey Fukunaga. Con Idris Elba, Kurt Egyiawan, Abraham Atta. Concorso Venezia 72.  20608-Beasts_of_No_Nation_2_courtesy_of_NetflixUno degli applausi pià lunghi e convinti a oggi. Molti gridano al capolavoro (specie i giovani critici) e invocano un premio importante. Sorry, non sono d’accordo. Questo è un filmaccio che, con l’alibi di denunciare il dramma dei bambini soldato africani, allestisce uno sfrenato spettacolo della violenza. Senza il minimo filtro, né etico né estetico. Senza un pensiero, un progetto qualsiasi, se non l’equivoca, mala voglia di “mostrare tutto”. Voto 2
20594-Beasts_of_No_Nation_1_courtesy_of_NetflixIl primo film del concorso era pure uno dei più attesi. Prodotto (anche) dalla piattaforma digitale Netflix – prossima peraltro allo sbarco nel nostro paese, cui questa prima veneziana immagino possa servire da traino e grancassa – , Beasts of No Nation è stato programmato subito al festival, prima che la stampa americana, sicuramente la più interessata al film, se la fili verso Toronto. Tutti i jeune critique italiani fremevano, ieri sera prima della proiezione stampa, per via del profilo del regista, quel Cary Fukunaga che si è conquistato legioni di adoratori per la prima serie (quella buona, dicono gli appassionati) di True Detective. Bene, alla fine furiosi battimani, e facce convintissime, e indignazione verso le ingiustizie del mondo, e molti persuasi di aver visto un capolavoro. A me è parso orrendo. Anzi, peggio. Ignobile, ripugnante, laido, turpe. Al riparo dell’alibi della denuncia di una piaga sociale africana come i bambini soldato, l’autore non si risparmia niente, e non ci risparmia niente. Come quei pittori seicenteschi che attraverso i soggetti sacri rappresentavano impudichi abissi di sensualità e sottili perversioni. Oddio, qui di sottigliezza non ce n’è proprio, tutto ci viene sbattuto in faccia, in primo piano, enfatizzando il più possibile gli orrori, e qualora non bastassero le immagine, ecco che si va giù durissimamente con una musicaccia torrenziale e pervasiva a intensificare le già smodate nefandezze. Tratto da un romanzo del 2005, Beasts of No Nation si ambienta in una qualche parte disgraziata dell’Africa Occidentale, in un paese mai nominato diviso tra un governo spietato e repressivo e ribelli altrettanto barbari. I massacri si susseguono, da una parte e dall’altra, perpetrati perlopiù su civili inermi e incolpevoli, con kalashnikov, pistole, pietre, coltellacci, machete e quant’altro. Fucilazioni e impiccagioni di massa. Stupri. Villaggi incendiati, e gli abitanti rincorsi e fatti a pezzi, letteralmente. Protagonista il bambino Agu, dieci anni suppergiù, la cui famiglia viene travolta dalla lotta tra bande. Lui sopravvive, ma finirà arruolato nel battaglione di un losco signore della guerra che ne farà uno dei suoi soldati pronti a ogni orrore. Che Fukunawa naturalmente ci mostra muniziosamente. L’educazione alla guerra di Agu, la sua trasformzione in assassino, la sua prima vittima (deve fare a pezzi uno sventurato ingegnere), e via moltiplicando i saccheggi, gli strupri, gli squartamenti, le decollazioni. Naturalmente il pubblico probo e politically correct si indigna, si sgomenta, e alla fine si scatena in un uragano di applausi. Difficile però sottrarsi alla bruttissima, sgradevolissima sensazione che a Fukunaga – il quale già aveva raccontato di bambini disgraziati nel suo primo film Sin Nombre, e lì erano ragazzini che scappavano dal Messico per raggiungere gli Stati Uniti – interessi più che la denuncia la messa in scena ultrapulp e al limite del pornografico dell’abiezione, del sangue, della morte. Adottando come approccio alla già di suo incandescente materia la sovreccitazione di una camera istericamente mobile e instabile, le zoomate sui dettagli più macabri, perfino il viraggio in rosa-fucsia in certe parti a rendere visivamente le alterazioni percettive di Agu sotto effetto di sostanze psicotrope (cosa sarà mai il brown-brown, eroina o altro?). Si punta al parossismo, allo sfrenamento dionisiaco, alla rappresentazione dei peggio impulsi e istinti senza il minimo filtro. Né etico, né estetico (e le due cose van spesso di pari passo, si sa). Non bastasse, ci mette pure la pedofilia nel già di suo sadicissimo e perversissimo Comandante, il capo di quella banda di massacratori ragazzini. Con il povero Agu eletto purtroppo favorito e chiamato nella camera del boss. Se solo Fukunaga avesse adottato una qualsiasi riflessione sulla sostanza della sua narrazione. Se solo avesse riscattato il film dall’ipernaturalismo cieco, dall’ottuso adeguamento al Male, se solo avesse tentato una sorta di racconto neodickensiano con disgraziati bambini manovrati da un adulto-mostro, da un orco di statura e forza archetipica, chissà cosa sarebbe venuto fuori. Ma qui non c’è testa, non c’è pensiero, solo una mala estetica fracassona e patologica che si nutre di carogne senza peraltro neanche tentarne il makeup o una qualsiasi stilizzazione. Certo, il signor Fukunaga è abile, ha occhio, sa sfruttare le infinite suggestioni offerte dall’Africa neotribalizzata, la tecnologia delle armi che si innesta sulle visione animistiche e sui riti sciamanici. Ma resta sempre al di qua di ogni comprensione dell’antropologia, della cultura, dei corpi e delle anime. In un approccio tutto esteriore e visivo che coglie solo il segno, la superficie, mai il dentro e l’oltre. In fondo, il suo resta uno sguardo alieno, come qello dei viaggiatori esploratori ottocenteschi, attirati e insieme respinti da quel magma ribollente di esotismoe diversità che era, e che tale resta agli occhi dell’Occidente, l’Africa. Nell’ultima mezz’ora qualche scena meno ovvia la si vede qua e là, qualche tentativo di decifrare le meccaniche perverse di quel branco abbacinato da un capo manipolatore. Ma sono piste apena accennate e subito abbandonate, perché a contare è solo, fino alla fine, lo spettacolo del massacro. Certo, se il Gualtiero Jacopetti di Africa addio! fosse ancora qui, qualcosa da scrivere e da dire avrebbe su Beasts of No Nation, magari erompendo in un “io vi avevo avvertito”. Uscendo, mi veniva voglia di rivedere certi film di De Sica sui bambini disgraziati, Sciuscià, Ladri di biciclette, e mi mancava quello sguardo di rispetto e insieme di vera pietà verso le vittime. Qui si è solo messo in piedi un filmaccio che solletica il voyeurismo e il sadismo ormai di massa. Please, sigori giurati, non dategli il leone.

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