Mostra di Venezia 2015. Recensione: A BIGGER SPLASH di Luca Guadagnino fischiato alla proiezione stampa (e invece non è mica così male)

RZ6A0782.JPGA Bigger Splash, un film di Luca Guadagnino. Con Tilda Swinton, Ralph Fiennes, Matthias Schoenaerts, Dakota Johnson, Corrado Guzzanti. Concorso.
RZ6A3323.JPGBuuh stamattina al press screening (del resto la campagna anti-Guadagnino era già cominciata sui social da un po’). Film spiazzante, che probabilmente deluderà anche gli estimatori di Io sono l’amore. Perché stavolta il regista non glamourizza, non estetizza, non visconteggia, concentrandosi su quattro personaggi perlopiù repulsivi e sgradevoli in un interno-inferno. Fino a che qualcosa accadrà. Remake molto libero del lontano La piscina che ci impiega troppo a carburare. E però benissimo girato, in una Pantelleria allarmante e minacciosa fatta di polvere, sale, vento, muri scrostati, atmosfere corrose e ambigue. Terribile macchiettone di Corrado Guzzanti. Voto tra il 6 e il 7
_ABS6817.NEFTutto come ampiamente previsto (scusate se mi autocito, ma l’avevo pure scritto, ecco qua): A Bigger Splash, ritorno di Luca Guadagnino a distanza di anni dai successi stellari di Io sono l’amore, stamattina al press screening in sala Darsena è stato fischiatissimo, pensare che in concorso s’erano viste ben altre ciofeche, e tutti lì impassibii come piccoli lord. Trattasi di malanimo anti-Guadagnino già esploso sui social da settimane: i fucili erano stati ampiamenti caricati, mancavano solo gli spari. Massacro doveva essere e massacro è stato. Certo, Guadagnino fa poco o niente per ingraziarsi le platee giornalistiche italiane, figuriamoci la galassia dei critici da social. Non fa parte di nessun clan e gioca per conto suo, esibisce un po’ troppo le sue connessioni international, il suo perfetto controllo dell’inglese (maneggiato assai meglio che nei film anglofoni di Sorrentino e Garrone), il suo sodalizio con quel totem d’attrice che è Tilda Swinton. Chiaro che la tentazione di fargliela pagare è forte, ben al di là dei suoi eventuali demeriti. A Bigger Splash non è un film perfetto, anzi, e rischia di deludere anche gli angloamericani che hanno adorato Io sono l’amore, o meglio I am Love, vedendoci dentro la continuazione in altri modi del cinema altoborghese e stilisticamente iperconsapevole di Luchino Visconti. Sbagliando clamorosamente, perché quella era una pura operazione citazionista e manierista. Tant’è che stavolta Guadagnino scansa ogni formalismo, ogni illustrativismo, ogni tentazione e coazione alla grande bellezza che è stata spesso la malattia mortale di tanto cinema italiano del passato (e qualche volta anche di oggi), se ne frega di apparecchiare un’Italia, una Sicilia (siamo a Pantelleria) di massima seduttività come gli stranieri si immaginano, esigono, amano. Presumo che gli americani saranno usciti sconfortati da A Bigger Splash. Perché stavolta non ci sono le Ville Necchi e altre meraviglie, e la Pantelleria del film non è neanche quella assai cool dei grandi fotografi e stilisti che lì hanno acquistato dammusi su dammusi facendone uno smaltato paradiso per le loro fughe mediterranee. No, quella che ci viene mostrata è un’isola polverosa, battuta dal vento, minacciata da una natura ostile, corrosa, con case di vacanzieri certo bellissime ma più shabby che glamorous, e sempre sull’orlo del degrado. Una Pantelleria sporca e per niente levigata. Certo, è da urlo il ristorante sulle rocce a gradoni, ma è pur sempre roba popolare che nemmeno il turismo spocchioso d’alta gamma ce l’ha fatta a gentrificare, e così il resto che vediamo dell’isola. Dove, oltretutto, in un recinto stanno, guardati a vista, i migranti dei barconi venuti dalla Tunisia. Guadagnino gira e racconta benissimo, con una fluidità e naturalezza rare nel nostro cinema, applicando tutta la sua sapienza a remakizzare con molte libertà un classico del thriller psico-morboso di fine anni Sessanta come La piscina di Jacques Deray, e se là al centro della narrazione c’era la mitologica coppia Romy Schneider-Alain Delon al massimo del loro splendore fisico, qui ci sono Tilda Swinton e l’onnipresente Mathias Schoenaerts (e Swinton, liscissima e smagliante, sembra immune dal tempo, come se la sua vampira senza età di Only Lovers Left Alive le avesse passato la ricetta segreta). Lei, Marianne, è una cantante se ho ben capito del genere glam-rock (ma oggi? adesso?), che quando sta sul palco (la scena del concerto mi pare sia stata girata a San Siro) sberluccica di strass che neanche Marc Bolan e David Bowie dei tempi belli (e dunque è una donna assai somigliante a un uomo che si semitraveste da donna). Lui, Paul, è un regista di documentari ovviamente in crisi creativa e reduce da, mi par di aver capito, un tosto rehab. Sarebbero in vacanza, una tranquilla vacanza, se non arrivasse, ospite non atteso e non desiderato, Harry, produttore discografico già compagno di Marianne per molti anni, il quale, non bastasse la sua ingombrante presenza, si porta appresso la sua belissima figliola, avuta si immagina da una qualche storia casuale e di cui è venuto a conoscenza solo l’anno prima. Ecco, il quadrilatero è stabilito, e naturalmente quello che vedremo sarà il suo scomporsi e ricomporsi. I quattro personaggi si muoveranno tutti dalla loro casella di partenza, si delineeranno nuove geometrie, si apriranno crepe e squilibri nella struttura relazionale, e uno di loro pagherà caro pagherà tutto. Harry ci riprova con Marianne, Paul ha paura che lei se ne vada, e però forse (forse) si fa la ragazzina. Un groviglio in cui ognuno gioca la sua partita e ha i suoi obiettivi segreti. Dell’originale di Jacques Deray non c’è il clima calustrofobico, non ci sono i silenzi e le rarefazioni, qui invece si parla molto, moltissimo, troppo, si rinuncia alla cerimonia dell’amore e della morte segliendo invece il tono dimesso della quotidianità, del realismo, togliendo così al film parecchie suggestioni. Ma nella seconda parte, quando i personaggi finiscono coll’entrare in collisione, A Bigger Splash acquista in spessore e interesse. Peccato che la prima parte sia troppo lunga, per un’ora succede poco, quasi niente. Sacrosanto porre le premesse di quel teatro della minaccia cui assisteremo di lì a poco, ma una sana asciugatura avrebbe aiutato. Nella colonna dei segni meno va anche collocato l’orrendo macchiettone di Corrado Guzzanti, maresciallo che parla come nei film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, e davvero non lo si può guardare e stare a sentire. Il meglio sta nella riproposta del mito del Mediterraneo assolato e pagano in cui il nord europeo (o l’americano) finisce inesorabilmente col perdere il controllo e farsi divorare dai propri demoni. Questa Pantelleria dove si consuma un sacrificio quasi rituale ricorda la Spagna barbara e pericolosa di Improvvisamente l’estate scora, e Ralph Fiennes è notevole nel tratteggiare il suo luciferino Harry, l’inglese che al sole del Sud riscopre il suo lato selvaggio e travolge la propria vita e quella altrui. Tilda Swinton purtroppo è insopportabile e di massima antipatia, e credo non sia solo colpa del personaggio. Matthias Schoenaerts come Paul ha finalmente, dopo tante apparizioni da manichino (Suite francese, A Danish Girl), a disposizione un personaggio complesso e non si lascia scappare l’occasione. Guadagnino flirta parecchio con le mitologie del vecchio rock, alludendo al peggio e al meglio dei Rolling Stones, e non si può non pensare a Brian Jones, che proprio in una piscina fece la fine che sappiamo.

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