Recensione: VIA DALLA PAZZA FOLLA è buono, qualcosa di più del film in costume per signora

mc1Via dalla pazza folla, un film di Thomas Vinterberg. Dal romanzo di Thomas Hardy. Con Carey Mulligan, Matthias Schoenaerts, Michael Sheen, Tom Sturridge, Juno Temple.
mc2_D3S2472.NEFDopo il successo globale di Il sospetto, il danese Thomas Vinterberg porta in cinema il gran romanzo di Thomas Hardy. Sembra al primo sguardo il solito period movie di bei costumi e leccate scenografie, ma Vinterberg è bravo a insufflare vitalità nei suoi personaggi. E la storia è formidabile, anticipando parecchio il Novecento letterario, e non solo. Voto 6 e mezzo
mc9Ci si chiede, almeno all’inizio, come mai Thomas Vinterberg dopo il successo globale del suo bello e allarmante Il sospetto abbia accettato di dirigere questo che, al primo sguardo, sembra il classico polpettone (ma sì, ritiriamola fuori questa vetusta parola persasi nel nulla dopo gli anni Settanta) con ambizioni arty, il perfetto prodotto da cinema della domenica pomeriggio per le sciure. Un consolidato romanzo (di Thomas Hardy) del secondo Ottocento come base, un contesto british & country di quelli rilanciati da Downton Abbey, bei costumi, buoni attori, musica compiacente e travolgente, e brughiere e scogliere e mari in tempesta e cieli nerissimi o azzurrissimi. Cavalli e carrozze. Pecore candide a punteggiare il verde dei pascoli. E maschi rudi dall’animo generoso, maschi seducenti e pericolosi, maschi rassegnati e persi nel cupo dissolvi. Il romanzo-romanzo fatto cinema, secondo i modi consegnatici dalla tradizione. Tutto sembra déjà vu e irrimediabilmente convenzionale, fino all’insopportabilità. Come in troppi period movie ecco costumi mai spiegazzati e inzaccherati nemmeno quando a indossarli sono vaccari e pecorai sempre in mezzo alla melma e allo sterco, e la signora protagonista impeccabile pure quando la vediamo mietere il grano falce in pugno. Eppure. Eppure Thomas Vinterberg i suoi personaggi sa come trattarli e sottrarli alla vitrea rigidità della maniera, sa conferire loro vita e passioni, non ne fa mai, neanche nei momenti più decorativi e illustrativi, dei manichini da laccato e leccato film d’epoca, delle grucce per abiti graziosi da nomination all’Oscar categoria migliori costumi. Il che permette a Via dalla pazza folla (di cui, val la pena ricordarlo, John Schlesinger trasse a fine anni Sessanta un celebre film con Julie Christie che risentiva, pur tra le crinoline e i petti imbustati, dei fremiti e dei movimenti sussultori del Free Cinema) di emanciparsi dal calligrafismo e diventare un film, se non importante e necessario, certo più che vedibile.
1870, piena Inghilterra vittoriana. Da qualche parte nel Dorset la signorina Bathsheba Everdine riceve in eredità, lei fino a quel momento povera assai, una fattoria, benché in rovina e malamente amministrata. Con piglio da donna che oggi diremmo manager la prende in mano e, sfidando decisa la fallocentrica società che la circonda, riesce nell’impresa di fare della proprietà un’azienda agricola che produce ricchezza e benessere. Per lei e per chi lavora con lei. Pazzo d’amore per la signorina di ferro è un ricco pastore di opulenti greggi del possedimento accanto, ma B. rifiuta la sua proposta di matrimonio (eppure è Matthias Schoenaerts!) semplicemente perché non ha nessuna voglia di accasarsi e fare da seconda nella vita e in società a un uomo. Il che già ci fa capire come il profetico Thomas Hardy avesse messo a punto, ancora in pieno Ottocento, un character di assoluta e anticipatrice modernità, presago delle lotte emancipazionista e suffragettistiche che di lì a un po’ sarebbero esplose nell’ancora imperiale Inghilterra. Ma questo non è che il primo elemento, il più eclatante e appariscente, di una storia romanzesca che, rispettando apparentemente i codici delle grandi narrazioni che l’avevano preceduta nel secolo, in realtà li mina nel profondo, li sabota e li fa esplodere facendo erompere tutti i tormenti, i disequilibri e le lacerazioni del vicino Novecento (letterario e non solo). Questo film è appassionante per il gioco, per niente prevedibile e ovvio, tra i personaggi, per il protagonismo femminile e per la subalternità maschile dei tre uomini che entrano o sfiorano la vita dell’eroina. Non si può non stare dalla parte del meraviglioso pastore Gabriel Oak (Schoenaerts, of course), forse rozzo di modi ma di squisitissima sensibilità, che, dopo essere finito in rovina, si impiega come dipendente nella fattoria di Bathsheba pur di starle vicino e vigilare su di lei. Lasciando intravedere già un qualcosa della relazione servo-padrona di tanti imminenti racconti (da von Sacher Masoch a Lawrence). Non così ovvia nemmeno la non-storia tra la volitiva signorina e lo scapolo d’oro William Boldwood (un Michael Sheen meno serpentino del solito), da lei rifiutato, ma che per lei si consumerà fino alla rovina di sé. Il terzo uomo è l’arrogante spadaccino Frank Troy (Tom Sturridge) che, pur essendo il più stronzo, o forse proprio per quello, riuscirà nell’impresa mai riuscita a nessuno, espugnare e sposare la signora, sempre più ricca e potente, sempre più farmer affermata. Gli elementi da feuilleton si mescolano a risvolti per niente convenzionali, come la strana alleanza tra i due maschi rifiutati e sconfitti. Come la protagonista eroina per niente romantica e semmai ambiguamente sospesa tra arroganza, tra la hybris di chi ce l’ha fatta contro il mondo, e certe insicurezze e perfino pulsioni masochiste (quel concedersi al peggiore, ma anche il più sexy, degli uomini che l’hanno desiderata). Vinterberg asseconda benissimo la formidabile storia fornitagli da Thomas Hardy rendendola vibrante e appassionante al punto giusto. Altro che liquidarlo come film illustrativo e melenso. Scena memorabile (come già nel romanzo, come già nella versione anni Sessanta di John Schlesinger): l’uomo d’arme Frank Troy che conquista Bathsheba con la sua minacciosa e ipnotica danza di lame. Juno Temple colleziona l’ennesimo suo personaggio di donna deteriorata e lesionata quale Fanny, la serva conquistate poi abbandonata dall’infame Troy. Carey Mulligan, che non è mai stata la più simpatica delle attrici in circolazione, è brava e giusta nel togliere ogni sospetto di bella statuina alla sua Bathsheba. È la sua stagione cinematografica emancipazionista. Dopo Via dalla pazza folla la vedremo in Suffragette come una delle leader del movimento pro-voto femminile di inizio Novecento.

 

 

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