Recensione: PADRI E FIGLIE (Fathers and daughters) di Gabriele Muccino. Più soap-opera che mélo

foto-padri-e-figlie-10-lowfoto-padri-e-figlie-6-lowPadri e figlie (Fathers and Daughters), un film di Gabriele Muccino. Con Russell Crowe, Amanda Seyfried, Aaron Paul, Diane Kruger, Quvenzhané Wallis, Bruce Greenwood, Octavia Spencer, Jane Fonda, Kylie Rogers, Janet McTeer.
F&D_Day9_0177.CR2Non funziona niente in questo Muccino americano (e però per produzione anche un po’ italiano). Una storia soappistica con al centro un padre tormentato e una figlia che di quei tormenti sconterà le conseguenze, secondo schemi di vetusto freudismo. Un intreccio anni 40-’50, solo che Muccino non ha il senso del melodramma fiammeggiante alla Sirk. Dialoghi di rara goffaggine, Russell Crowe al suo minimo storico. Voto 3

Gabriele Muccino con Jane Fonda

Gabriele Muccino con Jane Fonda

Gabriele Muccino l’americano? Solo parzialmente, perché questo Padri e figlie è coprodotto da statunitensi e italiani (non saprei dire se in parti uguali o meno), non è il parto di uno dei grandi studios ma un film indie con un budget, enorme per noi ma limitato per gli standard Usa, di 16 milioni di dollari. Tant’è che, già nei cinema da noi e prossimamente in qualche paese europeo, non ha una data certa di uscita su suolo nord americano, si ipotizza dicembre ma ancora manca la conferma. Dunque operazione coraggiosa la sua parte, con il protagonista Russell Crowe che ha deciso dei metterci del suo come producer. Eppure, nonostante l’indubbia libertà in cui regista, attori e autori hanno lavorato, nonostante un cast da massima serie, Padri e figlie è cosa assai modesta, anzi mediocrissima, con dentro un tasso di sentimentalismo e cattivo psicologismo che gli può alienare le simpatie del pubblico young adult e dei trentenni, poco adusi ai finti tormenti delle anime in pena di un cinema soappistico come questo. Colpa soprattutto di uno script (di Brad Desch), di quelli che restano per anni sulle scrivanie delle varie produzioni finché non trovano l’amatore disposto a metterci dei soldi, e stavolta bisogna purtroppo dire che intonso sulle scrivanie sarebbe potuto e dovuto restare. Una melensa e anche ricattatoria storia – per via delle troppe disgrazie e delle troppe sofferenze esibite come stimmate dai protagonisti – un filo retrodatata come gusto e sensibilità, costruita intorno al forte ma complicato legame tra un padre vedovo e una figlia, storia che in altri tempi e in altre Hollywood, diciamo negli anni Quaranta e Cinquanta, avrebbe dato vita a un fiammeggiante ed elegante mélo con registi come Douglas Sirk o William Wyler. Ma oggi? Oggi il cinema di sentimenti per ottenere il passaporto per il pubblico (e i critici) deve almeno ricorrere a un filtro distanziante, che siano il citazionismo, il disincanto o il distacco ironico, si veda di quanto brillanti e acuminati dialoghi siano farciti film di adolescenti-con-malattie come Colpa delle stelle o l’imminente Me, Earl and the Dying Girl, dove si ride per non piangere, o si sorride prima di piangere calde lacrime. Niente di simile nel seriosissimo e rigido, imbustato, Padri e figlie, con un Gabriele Muccino che mette sì in scena con ottimo mestiere e tocco assolutamente international (esibendosi anche in virtuosismi come certe lunghe carrellare all’indietro), e senza la minima traccia dei modi del cinema italiano vernacolare, però mai in grado di spingere il materiale narrativo al punto di incandescenza fino a farlo esplodere in grandioso melodramma. Che è un registro a lui estraneo. Qui si resta sul livello purtroppo del minimale quotidiano, senza che le storie e le disavventure del main character e di quelli collaterali ce la facciano a coinvolgerci o almeno interessarci un po’. Colpa anche di un Russell Crowe al suo peggio storico, insostenibile per guittaggine nelle tremende scene di simil-epilessia del suo personaggio. Che si chiama Jake Davis, fa lo scrittore naturalmente assai tormentato e di mediocre successo, con tanto di sindrome da pagina bianca, uno che ancora nei tardi anni Ottanta si ostina a usare la macchina da scrivere quando tutto il mondo ha adottato il molto più comodo computer (e però queste serve a Muccino per suggerirci la crisi d’ispirazione coprendo il pavimento di fogli appollottolati). Che poi chissà perché il cinema continua a presentarci scrittori, perlopiù di grosse ambizioni e incerta fama, secondo lo stereotipo di settant’anni fa chini a battere i tasti e in preda alla più cupa disperazione creativa, vedi anche il James Franco di Ritorno alla vita di Wim Wenders. Ecco, Jake Davis ha pubblicato un libro che gli ha portato il Pulitzer, ma poi incappa nella crisi nera allorquando perde la moglie in un incidente. Il fatto è che lui guidava ubriaco, e dunque il senso di colpa lo rode e corrode e lui pover’uomo come può scrivere serenamente un altro libro? Oltretutto si ritrova anche con una figlioletta bionda a carico di nome Katie, con cui intendiamoci è un padre carinissimo (e vedere il già gladiatore Crowe tanto smanceroso e mieloso fa una certa impressione), solo che i soldi son sempre meno e mantenerla diventa sempre più complicato. Ovvio che Jake incappi in un flop letterario con brutali recensioni sui giornali che contano e da quel momento le crisi semiepilettiche di cui soffre dopo l’incidente si aggravano. Padri e figlie (che è poi il titolo del libro più famoso di Jake) si svolge su due piani temporali continuamente incrociati, l’oggi con una Katie ormai grande – è Amanda Seyfried – e l’ieri con lei bambina e il papà Jake. Grovigli psicologici che dall’infanzia arrivano con tutto il loro peso all’età adulta e la condizionano, secondo un vetusto e pessimo freudismo da dibattito televisivo del pomeriggio, e dunque ecco la Katie grandicella incapace di emanciparsi dal complesso di Elettra che la lega al genitore e si dà alla promiscuità sessuale tipo la Amy Schumer di Trainwreck, solo che lì si ride, qui il passare da un uomo all’altro e la scopata senza amore diventano segni di grave patologia e di una psiche squilibrata abbisognosa di cura, ed ecco scene con la Amanda Sayfried ninfomane che si autopunisce rimorchiando tipacci in serie nei più malfamati bar di Manhattan (o è Brooklyn?, non ricordo). Che cose così trucide non le vedevamo dai tempi di In cerca di Mr. Goodbar. Purtroppo, non avendo il senso del melodramma e dell’eccesso che tutto brucia e sublima, Muccino cade nel goffo. Mai aiutato peraltro dai dialoghi più imbarazzanti che si siano sentiti da un bel po’ di tempo in qua nel cinema english-speaking, un cinema dove anche i B-movies ormai hanno sceneggiature passabili, per non parlare delle serie tv (tanto per esemplificare: come si fa a titolare il romanzo del giovane scrittore innamorato di Katie Due è il numero perfetto?). Chiaro che man mano i nodi psicologici si scioglieranno, e però che fatica arrivare alla fine di questo film. Nell’illustre cast si salvano Jane Fonda, strepitosa quale agente letteraria di lungo corso, e Diane Kruger, perfetta come zia jena e strega (i personaggi un po’ nazi alla Kruger riescono sempre benissimo). Oltre al tremendo Russell Crowe, affondano Amanda Seyfried e Aaron Paul alle prese col personaggio impossibile del giovane scrittore. Quvenzhané Wallis, ormai lontana dai fasti di Re della terra selvaggia, si conferma l’attrice bambina più antipatica oggi in circolazione (se avete visto Annie mi capirete).

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