I film del weekend: imperdibili e no (15-18 ottobre 2015)

The Lobster

The Lobster

Un film solo al comando di questo weekend stando almeno alla quantità di pezzi, commenti e recensioni collezionata su ogni tipo di medium. Intendo Suburra di Stefano Sollima. Non aggiungo niente a quanto già scritto nella mia recensione. Meno capolavoro di quanto non fosse stato annunciato, e di come l’ha salutato uno zoccolo durissimo di estimatori, soprattutto romani. Ma andatevelo a vedere, così potrete dire la vostra. Il vero imperdibile è invece The Lobster del padre fondatore del nuovo cinema greco Yorgos Lanthimos. Non state ad ascoltare la critica dei sopracciò che l’hanno stroncato, questo è uno dei film più acuti e meno scontati dell’annata cinematografica. In un futuro assai vicino i single vengono puniti, se si ostinano al rifiuto della vita di coppia, con la trasformazione in bestia. Apologo sulla società obbligata degli eguali in forma di dark comedy con derive surreali. Grandissimo cast capitanato da Colin Farrell. Lanthimos per la prima volta gira in inglese con un cast international e, pur venendo a patti col grande mercato, non smarrisce se stesso. Gran premio della giuria a Cannes 2015. La mia recensione. Perdibile Woman in Gold, manierata e telefonatissima ricostruzione della battaglia legale intrapresa dalla signora Maria Altmann, ebrea viennese scappata negli Usa ai tempi della Shoah, per riavere un quadro di Gustav Klimt trafugato alla sua famiglia dai nazi occupanti l’Austria. Quadro che è il molto famoso Ritratto di Adele Bloch-Bauer, zia di Maria Altmann, tutto un tripudio dorato sezessionista. Nonostante la solita ottima performance di Helen Mirren, tediosissimo e senza il minimo scatto e scarto. L’ho visto lo scorso febbraio al festival di Berlino dov’era fuori concorso, e guardarsi un film sulla Shoah in quella che fu la capitale del Terzo Reich un brivido te lo dà (l’unico che Woman in Gold sia riuscito a procurarmi). Sorry, non l’ho ancora recensito, provvederò. Altra uscita del weekend Lo stagista inaspettato, buon successo al box office americano, urban comedy di Nancy Meyers specialista in riciclo di vecchie glorie che stavolta si affida a un rugoso Robert DeNiro. Cui tocca l’improbabile parte di uno stagista settantenne distaccato in un’azienda di moda online capitanata dalla boss Anne Hathaway. Mi son perso l’anteprima stampa causa altri impegni, da quanto però ho visto del trailer mi sembra il solito Myers-movie per signore da cinema della domenica pomeriggio. Io lascerei perdere, ecco. A Milano e in qualche altra città si proietta pure Milano 2015, docu a più mani registiche (Giorgio Diritti, Silvio Soldini, Walter Veltroni, più gli inaspettati Elio, Cristiana Capotondi e Roberto Bolle) che intende raccontarci pezzi e frammenti della città dell’Expo e dei grattacieli di Porta Nuova. Risultato non così memorabile, anzi deludente. L’impressione è che il senso di Milano sfugga. Non male l’episodio di Diritti che accarezza con la cinepresa nuove architetture e giardini interni e misteriosi contrappuntandoli con le parole di una monaca di clausura (molto alla Diritti). Veltroni al solito si perde nella nostalgia anni Sessanta, e il suo pezzo sul Vigorelli decaduto è il meno riuscito. Sorprende abbastanza, per il montaggio postmodernista e la scommessa di raccontare senza parole, à la Wiseman, Roberto Bolle con il suo andare dietro le quinte della Scala mentre si prepara Lo schiaccianoci (anche di Milano 2015 non ho ancora scritto la recensione). Buone visioni, perché al cinema si può anche andare più di una volta in un weekend.

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