Recensione: 45 ANNI. Charlotte Rampling grandissima, il film è lei (datele l’Oscar!)

201506056_1-700x46445 anni, un film di Andrew Haigh. Con Charlotte Rampling, Tom Courtenay, Geraldine James, Dolly Wells. Al cinema da giovedì 5 novembre 2015.

Sul set (al centro il regista Andrew Haigh).

Sul set (al centro il regista Andrew Haigh).

Un imprevisto turba la tranquilla routine di una coppia inglese che sta per festeggiare i 45 anni di matrimonio. Per slittamenti impercettibili, tutto inesorabilmente cambia. Cinema dell’allusione. Un film di sguardi, di conversazione, di detto e non-detto. E di attori. Rampling meravigliosa, semplicemente. Questo film è suo. Lei e Courtenay premiati alla Berlinale per la migliore interpretazione. Voto 7
11822651_504399349711187_5168674204391820087_nQuesto è il film di Charlotte Rampling, è Charlotte Rampling. Una meraviglia di signora e di attrice che se ne frega di lifting e aiuti vari, ed è bellissima. Tant’è che 45 Years, che è cosa di parecchi meriti ma non eccelsa, finisce con l’essere un vehicle al suo servizio. Sacrosanto che l’abbiano premiata alla scorsa Berlinale, dove 45 anni era in concorso, con l’Orso d’argento per la migliore interpretazione femminile (e a Tom Courtenay è andato quello per il migliore attore, anche se resto dell’idea, come ho già scritto allora da Berlino, che gliel’abbiano dato per una sorta di automatismo di cortesia, per non farlo sfigurare al cospetto dell’immensa Charlotte). Adesso c’è solo da sperare che questo 45 anni la porti parecchio lontano nella stagione dei premi 2015/16, intendo Oscar e Golden Globe, come meriterebbe. (Che le diano l’Oscar e non se ne parli più, altro che la smorfiosa e antipatica Cate Blanchett di Carol.) Film di scrittura, di conversazione, di attori perfetti. 45 anni è questo, un prodotto impeccabie, assai british, di un regista di quarant’anni e qualcosa di nome Andrew Haigh, finora specialista di intimismo cinematografico LGBT (Greek Pete, Weekend) e che stavolta esce dal ghetto identitario per ripercorrere e filtrare con sapienza la tradizione più borghese – Breve incontro! – e countryside di tanto cinema passato del suo paese. Le brume intorno al cottage, i cani, il giardino, i riti di buon vicinato. Geoff e Kate sono sposati da anni 45 e si apprestano a festeggiare il traguardo con amici e conoscenti (il quarantesimo anniversario l’avevan saltato per via di un ricovero di lui) , il party è di lì a pochi giorni, a Kate dicono di scegliere la colonna sonora e lei: Platters, Moody Blues, Turtles. “Elton John?”, le chiedono: “No, Elton John no” (brava). Non si parla molto del loro passato, il regista ce li mostra nella routine, gli stessi gesti, le stesse cose, le stesse parole. Tutto rassicurante, perché un matrimonio riuscito è anche la bella noia di sapere tutto dell’altro. Ma ecco l’imprevisto. Arriva una lettera dalla Svizzera per Geoff, hanno trovato, sotto ghiaccio, perfettamente conservato, il cadavere della sua prima fidanzata, scomparsa durante una loro vacanza sulle Alpi nel 1962. Lo invitano a presentarsi, a riconoscere il corpo, pensando che lui sia il consorte, anche perché a quel tempo avevano simulato in hotel di essere sposati. E quella presenza in forma di fantasma della ex si insinua man mano tra i due, si installa nella casa, muta impercettibilmente e inesorabilmente gli equilibri. Kate scopre cose che Geoff le ha sempre taciuto. Che lui e la sua girlfriend si sarebbero dovuti sposare davvero, che lui l’ha molto amata e forse non l’ha mai dimenticata. E che lui ha poi sposato Kate forse per rassegnazione, per un ripiego. Un dettaglio dopo l’altro – rivelazioni minime, scoperte minime – che riscrivono agli occhi di Kate i 45 anni insieme a Geoff e glieli fanno apparire diversi. Come quando osservi lo stesso panorama, ma da un altro punto di vista. Tutto come prima, niente come prima.

Storia minima che si affida tutta alle parole, agli sguardi, al body language dei due protagonisti, tutto molto understated, tutto nei modi civili e beneducati della britishness. Non si alza la voce, ma si può essere lo stesso crudeli. L’armonia non è più recuperabile, è andata perduta. Uno di quei film che non son proprio my cup of tea, tanto per stare in metafora inglese. Così bon ton da risultare a volte asfissiante, e non così deciso e coraggioso nello scoperchiare ambiguità e peccati nascosti, come invece certi Losey-Pinter di una volta. Ma 45 anni resta lo stesso un buon esempio di cinema del sottinteso e del sottotesto, della minaccia sottile e sotterranea. Geoff è Tom Courtenay, gloriosa icona del Free Cinema, ma è lei, Charlotte Rampling, il perno intorno cui ruota tutto, colei che tutto regge. E i suoi occhi, i suoi sguardi, sono ancora finestre aperte sull’abisso, lame che squarciano, come ai tempi di La caduta degli dei, di Addio fratello crudele, di Il portiere di notte.

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4 risposte a Recensione: 45 ANNI. Charlotte Rampling grandissima, il film è lei (datele l’Oscar!)

  1. Marco scrive:

    Bella recensione! Il regista comunque di anni ne ha 40 e passa.

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