Recensione: FIRENZE E GLI UFFIZI 3D/4K. Un tentativo malriuscito di inseririsi nel cinemercato dell’arte

Firenze e gli Uffizi 3D/4K, regia di Luca Viotto. Con Simon Mellers. Al cinema il 3-4-5 novembre 2015. In replica 1-2 dicembre.
12189322_978917878835037_6436827177325256563_oAl pubblico è piaciuto: quasi 600mila euro d’incasso e il sesto posto nel box office della settimana. E però questo documentario, che si inserisce nel crescente mercato globale dell’arte venduta al cinema, è francamente una delusione. Con un 3D che vorrebbe valorizzare le opere e invece le scompone e banalizza in piani malamente sovrapposti, come in un libro pop-up per bambini. Per non parlare di quell’imbarazzante Lorenzo il Magnifico cui tocca recitare un testo certo utile e informativo, ma pure di rara goffaggine. Voto 3
905520_978917778835047_301819376263937696_oFrancamente, mai avrei pensato che avrebbero funzionato tanto bene le uscite in sala in un numero limitato di date, e invece il pubblico ha mostrato di gradire. Con successi che chi mai si sarebbe aspettato, come Amy, il bio-docu su Amy Wineouse che ha realizzato ottimi incassi. O il milione e passa di euro incredibilmente raggiunto da Roger Waters – The Wall. Uno di quei fenomeni che stanno ridisegnando senza troppi clamori il cinema dalle nostre parti, il modo di portarlo al pubblico, il modo di consumarlo. Diminuiscono i costi di distribuzione per via della concentrazione di date (e anche di sale), mentre lo spettatore interessato al prodotto, e fortemente motivato a non perderselo, non si lascia scoraggiare dalla ridotta possibilità di scegliere il giorno e l’ora e stacca volentieri il biglietto. Probabile che a decretare la fortuna della formula sia stato anche il sapore di evento, l’aura di eccezionalità che il rilascio limitato ha creato intorno al film (o alla diretta-differita di opere, balletti, rappresentazioni teatrali). Tra i primissimi a crederci e puntarci c’è stata la Nexo Digital, che ha anche intuito le potenzialità commerciali di una distribuzione-vendita al cinema in date ridotte non solo di film più o meno classici, ma anche di eventi e appuntamenti d’arte, grandi mostre di rilievo internazionale, viaggi all’interno di musei celebri e altre istituzioni culturali. E che, dopo averci provato con successo con un Musei Vaticani, adesso ha voluto replicare con un altro marchio dell’italianità, la Firenze del Rinascimento e gli Uffizi, realizzando in partnership con Sky questo film e distribuendolo. Film naturalmente presentato in date limitate (3-4-5 novembre) e accolto piuttosto bene, finendo con un incasso di 550mila euro e un non trascurabile piazzamento al sesto posto nel box office settimanale. E già all’estero, in decine di paesi, hanno acquistato. Siamo di fronte a un’operazione con il chiaro obiettivo di ritagliare per la nostra industria dell’audiovisivo un posto nel mercato globale in vistosa espansione dell’arte spettacolarizzata in sala. O dello spettacolo dell’arte. Ecco, a fronte di tanti sforzi e tante ambizioni sarebbe stato bello registrare un risultato all’altezza, invece no, purtroppo. Questo Firenze e gli Uffizi (sì, certo, in 3D e in 4k, standard di alta risoluzione) è una  delusione cocente. Che fa rabbia vedere un simile sacrosanto progetto così malamente realizzato, buttato via. Pensare che non ci si muoveva in territorio vergine e inesplorato, visto che negli ultimi anni s’è fatto e girato parecchio di buono su arte e musei. Al punto che oggi si può parlare, pur nella diversità degli approcci, degli obiettivi, degli stili e dei modi di rappresentazione, di un vero e proprio genere. National Gallery di Frederick Wiseman di un paio di anni fa si è configurato subito come un modello di riferimento, con il suo viaggiare tra opere esposte nel museo londinese, le stanze non visitate e viste come quelle del restauro, la gente che ci lavora, il pubblico. Un approccio documentaristico-antropologico che sta facendo scuola. E ancora: l’austriaco Il Grande Museo di Vienna, l’americano Museum Hours dato in concorso a Locarno 2012 dove si mescolano racconto e documentarismo, l’olandese Vincent Van Gogh – Un nuovo modo di vedere sul Van Gogh Museum di Amsterdam, anche questo un ibrido tra itinerario dentro un museo, narrazione e ficitionalizzazione. Perfino un peso massimo del cinema come Alexander Sokurov ci ha messo del suo, esplorando il genere e portandolo verso un punto di deflagrazione e forse di non ritorno, con una libertà inventiva dagli esiti qualche volta discutibili, ma sempre sbalorditiva. Se l’incunabolo resta il suo leggendario Arca russa, un solo piano sequenza che allinea e attraversa interni e opere dell’Ermitage di San Pietroburgo e la stessa storia (cum figuris) del museo, con Francofonia presentato in concorso a Venezia 2015 il gran russo ha replicato l’operazione con ancora più bizzarria e anarchia e estremismo concettuale/visionario. Stavolta a costituire l’oggetto del suo discorso cinematografico, e del suo desiderio, è il museo di tutti i musei, il Louvre. Passato e presente rivivono, messi in scena con la solita potenza da Sokurov, e intanto la macchina da presa si inerpica sulle tele più famose, e sulle statue, percorrendone quasi impudicamente superficie e anfratti, esaltando la matericità dei colori, i dettagli, le ombre, le luci, i pieni e i cavi. Un approccio, un occhio, quello sokuroviano, che decostruisce e ricompone di colpo il modo in cui il cinema ha guardato all’opera, e in cui noi stessi l’abbiamo osservata. Ecco, vedendo Firenze e gli Uffizi vengono in mente tutti questi precedenti, perché di tutti ritroviamo qualcosa, senza però che il film Nexo riesca a dar vita non dico a una produzione originale ma almeno di qualità accettabile. Si fruga à la Sokurov con la macchina da presa nei particolari (anche a rischio talvolta di perdere di vista l’insieme dell’opera), ma restiamo lontanissimi ahinoi dalla genialità del russo. Anche perché qui si è avuta la disgraziatissima idea di ricorrere al 3D pensando di enfatizzare e moltiplicare la resa visiva, peccato che l’esito sia imbarazzante, e non saprei dire se per via della tridimensionalità adottata o per la scarsa perizia nel maneggiarne la tecnologia. Fatto sta che Botticelli, Donatello, Michelangelo, Caravaggio, Masaccio, Raffaello, Tiziano, Piero della Francesca vengono scomposti dal maledetto 3D (almeno: questo maledetto 3D) in vari piani, il primo separato dal fondo, i volti staccati dai panorami, e l’effetto è quello rovinoso dei pop-up books per bambini. Ma scherziamo? La scoperta e la realizzazione della prospettiva nell’arte, da Giotto in poi, è un passaggio fondamentale della cultura, e non solo della cultura, d’Occidente, un miracolo, un’illusione di tridimensionalità realizzata nella bidimensionalità della tela, o dell’affresco, e questo documentario che fa? Rovina e involgarisce quel miracolo trasformandolo in piani e figurine piatte ritagliate malamente e anche peggio sovrapposte. Oltretutto, in un 3D che deforma, gonfia gote di madonne e putti e bambinelli, ingrossa nasi e labbra, altera pance e gambe con gibbosità grottesche. Uno sconcio. Uno strazio. Ed è quanto condanna Firenze e gli Uffizi a essere operazione pessima e maldestra, cattivo biglietto di presentazione nel mondo del nostro fare cinema sull’arte. Tutt’al più il 3D funziona negli esterni (il film non racconta solo gli Uffizi, ma l’intera Firenze del Rinascimento e i suoi molti scrigni e contenitori di opere capitali della storia dell’arte), come in quel volo iniziale – realizzato con droni – dalle colline verso la città. O come i canyon vertiginosi tra Duomo e campanile di Giotto percorsi dalla cinepresa. Ma quando il trattamento tridimensionale investe le opere siamo al disastro assoluto, irrimediabile. Man mano il modello di riferimento sembra diventare, più che gli inarrivabili Wiseman e Sokurov, quello dei tradizionali e certo ben fatti documentari d’arte divulgativi della Bbc, di cui però non si riesce a replicare la leggerezza e la totale mancanza di trombonismo e retorica. Si è avuta poi la pessima idea di far recitare a un attore, il britannico e incolpevole Simon Mellers, la parte di Lorenzo il Magnifico, al quale, è ovvio, vien demandato di raccontare come e cosa fu la dorata età medicea della città e i suoi protagonisti (in primis lui stesso). Un narratore cui si mette in bocca un testo alquanto tronfio, certo informativo, didascalico e utile, ma di una banalità di scrittura da soap scadente. E quando la regia fa roteare intorno a Lorenzo cornici vuote senza che ce ne sia l’esigenza narrativa ma solo per riempire lo spazio filmico (ah, l’horror vacui!), e quando espande e manda in erezione in 3D piume d’oca e quant’altro viene voglia di scappare dal cinema, nonostante i Raffaello e i Michelangelo spiegati e dispiegati. Per fortuna di centrato ed efficace c’è Antonio Natali, direttore degli Uffizi dal 2006 a quest’anno, che si dimostra ottimo divulgatore e affabulatore, ma che non basta a salvare il film. Comunque i numeri degli incassi nei tre giorni di programmazione parlano chiaro, Firenze e gli Uffizi al pubblico è piaciuto, tant’è che – annuncia Nexo Digital – si replicherà il 1° e il 2 dicembre, e di sicuro anche gli screenings all’estero, nelle decine di paesi che hanno comprato il film, saranno affollati, perché l’Italia è tornata sexy, la sua arte resta al centro dell’immaginario globale e la sua grande bellezza un irresistibile richiamo, e non c’è 3D malamente usato che possa offuscarla. Anche stavolta, come già vedendo la parte romana di Spectre, vien da pensare come La grande bellezza, intesa in questo caso quale film di Sorentino, abbia rivitalizzato e rilanciato il mito, peraltro mai del tutto spento, dell’Italia terra delle meraviglie e patria dell’arte d’Occidente. Archiviato questo Firenze e gli Uffizi, resta ancora uno smisurato patrimonio da trasformare in cinema e vendere con profitto sul mercato globale, e però si faccia di meglio, per favore.

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